Haiti torna al Mondiale dopo cinquantadue anni. Già questo basterebbe per raccontare la portata dell’impresa. L’ultima apparizione risaliva al 1974. Da allora il paese caraibico ha attraversato crisi politiche, catastrofi naturali, instabilità economiche e una lunga serie di problemi che hanno reso il calcio quasi un lusso. Eppure Les Grenadiers sono riusciti a fare ciò che sembrava improbabile: qualificarsi direttamente alla Coppa del Mondo.
Per capire la difficoltà del percorso bisogna partire da un dato quasi surreale. Haiti non gioca una partita ufficiale in casa dal 2021. Le condizioni di sicurezza interne hanno costretto la nazionale a disputare le qualificazioni a centinaia di chilometri di distanza, a Willemstad, nell’isola di Curaçao. Una squadra senza stadio, senza pubblico e senza il vantaggio del fattore campo. Eppure proprio lì è arrivata la vittoria che ha cambiato tutto: l’1-0 contro la Costa Rica firmato da Frantzdy Pierrot, con Ruben Providence assistman e il veterano Johny Placide monumentale tra i pali. Da quel momento la qualificazione ha iniziato a prendere forma.
A guidare questa avventura c’è Sébastien Migné, cinquantatreenne francese che in Africa ha allenato praticamente ovunque. Congo, Kenya, Togo, Guinea Equatoriale. Un tecnico giramondo che forse proprio per questo si è trovato a suo agio in una nazionale composta da giocatori sparsi tra Francia, Belgio, Svizzera, Stati Uniti e Canada. A differenza di Milutinovic, altro globetrotter, Migné ha allenato solo in Africa fuori dai patri confini, prima di accettare la corte della nazionale haitiana. Il CT francese parla poco di tattica e molto di gruppo. Nelle sue interviste insiste continuamente su un concetto: il collettivo prima dell’individuo. È una necessità prima ancora che una filosofia. Haiti non possiede il talento individuale delle grandi nazionali della CONCACAF e deve necessariamente costruire qualcosa di più grande della semplice somma dei suoi giocatori.
Una parte importante del suo lavoro è stata convincere elementi della diaspora a vestire la maglia haitiana. L’esempio migliore è Jean-Ricner Bellegarde, nato e cresciuto in Francia, oggi centrocampista del Wolverhampton. Un giocatore capace di portare qualità, corsa e fantasia a una squadra che spesso vive di transizioni e ritmo. Insieme a lui sono arrivati anche il centrale Hannes Delcroix, cresciuto nel calcio belga, e Wilson Isidor, attaccante del Sunderland che ha scelto Haiti dopo una lunga corte federale.
Non tutti però hanno accettato. Tra i casi più discussi c’è stato quello di Odsonne Édouard. L’attaccante, nato a Kourou, nella Guyana francese, ma di origine haitiana e cresciuto calcisticamente in Francia, avrebbe avuto i requisiti per rappresentare Haiti al Mondiale. Tuttavia ha rifiutato la convocazione spiegando pubblicamente che non sarebbe stato corretto presentarsi all’ultimo momento soltanto per giocare una Coppa del Mondo. In sostanza, Édouard ha ritenuto ingiusto entrare nel gruppo dopo non aver partecipato al percorso di qualificazione, preferendo lasciare spazio a chi aveva conquistato sul campo quel traguardo. Una scelta rara nel calcio moderno e che in patria ha generato rispetto persino tra chi avrebbe voluto vederlo in maglia biancorossa.
Questa Haiti non possiede grandi nomi. La classifica FIFA la colloca tra le nazionali meno quotate del torneo. Nel 2025 ha vinto appena quattro partite ufficiali. Eppure c’è qualcosa di particolare in questa squadra. Forse perché ogni convocato sembra percepire il peso storico del momento. Forse perché molti di loro sono cresciuti lontano da Port-au-Prince ma continuano a considerare quella maglia una parte importante della propria identità.
Il Mondiale dirà qualcosa di più sul reale valore calcistico di Haiti. Perché una cosa è sorprendere nelle qualificazioni CONCACAF, un’altra è misurarsi con avversari che giocano abitualmente ai massimi livelli internazionali. Dal punto di vista tattico, Sébastien Migné sembra avere fatto una scelta precisa: non rinunciare alla propria natura. Alcuni osservatori haitiani gli rimproverano una certa mancanza di continuità tattica, sostenendo che la squadra cambi troppo spesso atteggiamento in funzione dell’avversario. L’ex CT dell’Under 20 Angelo Jean-Baptiste ha persino dichiarato di essere ancora in attesa di vedere una vera identità di gioco definita.
Il tecnico francese cerca combinazioni funzionali, equilibrio tra i reparti e concorrenza interna. Ma c’è un concetto sul quale insiste spesso: preferisce squadre propositive piuttosto che reattive. E questo si riflette anche nel modo in cui Haiti affronta le partite. Lo schema di riferimento resta il 4-2-3-1, anche se in molte fasi si trasforma quasi in un 4-2-4. Una struttura aggressiva, che privilegia gli esterni offensivi e porta molti uomini oltre la linea della palla. Non sorprende quindi che la squadra abbia mostrato una certa vulnerabilità difensiva: nel 2025 ha subito tre o più reti in un quarto delle proprie partite ufficiali, compreso un pesante 5-1 contro Curaçao.
Il cuore tecnico della squadra è Jean-Ricner Bellegarde. Il calciatore del Wolverhampton rappresenta probabilmente il giocatore più talentuoso della rosa. È uno di quei centrocampisti moderni che possono cucire il gioco ma anche accelerarlo improvvisamente. La sua adesione al progetto haitiano è stata una delle vittorie più importanti ottenute dalla federazione negli ultimi anni. Attorno a lui ruoterà gran parte della manovra offensiva. Sugli esterni Ruben Providence e Don Deedson Louicius garantiscono velocità, dribbling e imprevedibilità. Providence è cresciuto nei vivai di Paris Saint-Germain e Roma, mentre Louicius è diventato uno degli uomini più amati dai tifosi per la sua capacità di creare occasioni praticamente dal nulla.
Davanti la novità più interessante potrebbe essere Wilson Isidor. Il centravanti del Sunderland è stato corteggiato a lungo da Haiti e ha finalmente accettato la chiamata. Il suo debutto con gol contro l’Islanda ha immediatamente alimentato l’entusiasmo. Isidor porta qualcosa che mancava: mobilità, aggressività e una certa familiarità con ritmi più elevati rispetto a quelli abitualmente affrontati dalla nazionale. Ma l’attacco haitiano non vive soltanto di lui. Duckens Nazon resta il miglior marcatore della storia della selezione e durante le qualificazioni è stato decisivo con reti pesantissime, soprattutto contro Costa Rica e Nicaragua. Frantzdy Pierrot continua invece a essere una garanzia nel gioco aereo e nelle situazioni sporche dentro l’area.
Dietro, il reparto si regge su figure di grande esperienza. Il capitano Johny Placide, nato in Francia ma haitiano d’adozione calcistica, a trentotto anni continua a essere il leader silenzioso della squadra. Non ha il fisico imponente di molti portieri moderni, ma trasmette sicurezza e conosce perfettamente il peso delle partite internazionali. Davanti a lui spiccano Ricardo Adé e Hannes Delcroix. Il primo è un veterano che ha giocato tutte le gare di qualificazione; il secondo, cresciuto nel sistema belga, aggiunge qualità nell’impostazione e solidità atletica.
Il girone non aiuta. Brasile, Marocco e Scozia rappresentano un ostacolo enorme. Due nazionali da alta classifica mondiale e una squadra europea tradizionalmente difficile da affrontare. Sulla carta Haiti parte nettamente dietro. Migné, che per ragioni di sicurezza non ha ancora potuto visitare regolarmente il paese che allena, ha detto di sperare che il Mondiale permetta al mondo di parlare di Haiti per qualcosa di diverso da terremoti, violenze e instabilità politica. Cinquantadue anni dopo il primo Mondiale, Haiti torna sul palcoscenico più importante senza illusioni di grandezza ma con la sensazione di essersi già guadagnata il diritto di essere lì. E per un Paese che da anni combatte contro problemi molto più seri di una partita di calcio, non è un dettaglio da poco.
I convocati
Portieri:
Josué Duverger (2000, FC Cosmos Coblenza), Alexandre Pierre (2001, FC Sochaux), Johny Placide (1988, SC Bastia).
Difensori:
Ricardo Adé (1990, LDU Quito), Carlens Arcus (1996, Angers SCO), Hannes Delcroix (1999, FC Lugano), Jean-Kévin Duverne (1997, KAA Gent), Martin Expérience (1999, AS Nancy), Duke Lacroix (1993, Switchbacks FC), Wilguens Paugain (2001, Zulte Waregem), Keeto Thermoncy (2006, BSC Young Boys U21).
Centrocampisti:
Jean-Ricner Bellegarde (1998, Wolverhampton), Danley Jean Jacques (2000, Philadelphia Union), Leverton Pierre (1998, FC Vizela), Woodensky Pierre (2004, Violette AC), Carl Sainté (2002, El Paso Locomotive FC), Dominique Simon (2000, FC Tatran Prešov).
Attaccanti:
Josué Casimir (2001, AJ Auxerre), Louicius Deedson (2001, FC Dallas), Derrick Etienne Jr. (1996, Toronto FC), Yassin Fortuné (1999, Vizela), Wilson Isidor (2000, Sunderland), Lenny Joseph (2000, Ferencváros TC), Duckens Nazon (1994, Esteghlal FC), Frantzdy Pierrot (1995, Çaykur Rizespor), Ruben Providence (2001, Almere City).
CT: Sébastien Migné.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










