LA STORIA DEI MONDIALI – PARTE 7^: IL QUINTO TITOLO VERDE-ORO E IL QUARTO TRIONFO AZZURRO NELLA NOTTE DEL COMMIATO DI ZIDANE

Il mondiale del 2002, che inaugura a tutti gli effetti la raccolta diacronica delle edizioni del nuovo secolo, è il primo a disputarsi nel continente asiatico (tra l’altro con l’ulteriore novità rappresentata  dall’organizzazione condivisa da due paesi,  Giappone e Corea del Sud):il Brasile, alla terza finale consecutiva,  conquista il quinto titolo battendo la Germania grazie ad una doppietta di Ronaldo (atto conclusivo arbitrato per la seconda volta da un fischietto italiano, Pierluigi Collina) e di fatto decretando simbolicamente la propria supremazia all’alba del nuovo millennio.

 II “Fenomeno” verde-oro, dopo quattro anni a dir poco tribolati (a partire dalla finale con la Francia e passando per i due gravissimi infortuni con l’Inter) dimostra, qualora mai fosse stato dubitabile successivamente alle vicissitudini atletiche, di essere largamente il miglior giocatore del pianeta e di gran lunga una delle migliori espressioni calcistiche di ogni epoca.

Per l’Italia quest’edizione sarà clamorosamente, lungamente ricordata per il “discutibile” arbitraggio, con conseguente eliminazione agli ottavi di finale contro la Corea del Sud, di Byron Moreno, che mai più abbandonerà l’immaginario collettivo italico.

Una sequela di decisioni catastrofiche, così platealmente errate da suggerire non solo ai malpensanti che verosimilmente potesse trattarsi di qualcosa di premeditato e altamente voluto, determina l’eliminazione della selezione guidata da Giovanni Trapattoni: l’espulsione di Francesco Totti per simulazione successivamente ad un evidente fallo subito, la rete non convalidata a Damiano Tommasi nel corso dei tempi supplementari causa  fuorigioco inesistente (marcatura che sarebbe valsa il passaggio del turno visto che all’epoca vigeva la regola del “golden gol”, poi siglato a tre minuti dallo scadere da Ahn Jung-hwan), la tolleranza verso i duri interventi dei sudcoreani, il calcio di rigore loro prontamente concesso ad inizio partita e poi sventato da Buffon, assieme a millanta altre stucchevoli prese di posizione, risultarono avvenimenti fin troppo macroscopici per non lasciar supporre che qualcosa di sinistro abbia potuto preliminarmente avvolgere la conduzione del direttore di gara.

L’Italia intera avrà modo quattro anni più tardi di dimenticare, o almeno parzialmente archiviare, l’onta subìta,  rendendosi protagonista della più soave fra le rivincite possibili: in quel di Berlino, nonostante fosse stata inizialmente accompagnata dalle fosche premesse derivanti da tutto ciò che stava contemporaneamente accadendo di sconvolgente all’interno del nostro movimento, ancora fiore all’occhiello del calcio internazionale nell’estate del 2006 ( quanto avvenne contribuì in maniera decisiva a declassare la leadership del nostro campionato), la nazionale azzurra seppe dissipare le temporalesche nubi assiepatesi attorno alla spedizione azzurra alzando al cielo la quarta coppa del mondo della storia peninsulare.

Il successo contro la Francia nell’atto conclusivo, scandito dalla memorabile sequenza dei tiri dal dischetto conclusasi con l’iconica immagine di Fabio Grosso dagli undici metri, rappresentò la ciliegina su quella torta confezionata a Dortmund in semifinale al cospetto della Germania, tramortita dalle reti dello stesso Grosso e di Alessandro Del Piero e annichilita dalle straordinarie prestazioni individuali degli azzurri, su tutte le ciclopiche performance di Buffon, Cannavaro e Andrea Pirlo.

Quest’edizione consegnerà altresì alla storia la controversa istantanea relativa all’espulsione di Zinedine Zidane, sublime protagonista dell’intera manifestazione iridata ( inimmaginabile,  apicale, e forse irraggiungibile la partita sciorinata contro il Brasile durante i quarti di finale, una delle più qualitativamente e densamente elevate prestazioni individuali di sempre) e della finale, con tanto di irriverente pallonetto al cospetto di Buffon per l’iniziale vantaggio transalpino su calcio di rigore.

Un attimo di sregolatezza, alter ego per antonomasia della genialità, che sancirà la già decisa conclusione della carriera di uno dei più magnificenti interpreti del football, suprema sintesi della quintessenza calcistica.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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