LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DELLA TERNANA DI VICIANI

Prima di Sacchi, dopo il nulla: la Rivoluzione silenziosa della Ternana di Viciani

Spesso nel calcio non si procede per linee rette, ma attraverso rotture improvvise degli schemi. Siamo abituati a pensare che la modernità in Italia sia nata a Milanello alla fine degli anni Ottanta, sotto il segno di Arrigo Sacchi. Eppure, quasi vent’anni prima, in una conca industriale dell’Umbria, un signore con la sigaretta perennemente tra le labbra stava già scrivendo il futuro: quell’uomo era Corrado Viciani e la sua Ternana fu il primo vero esperimento di “calcio totale” nel Paese del catenaccio.

L’eresia del “Gioco Corto”

All’inizio degli anni Settanta, l’Italia calcistica era una fortezza chiusa, ancora strettamente interconnessa col catenaccio del Paron Nereo Rocco. Si giocava per non prenderle, con il libero fisso dietro la linea e i lanci lunghi a scavalcare il centrocampo, nonostante in campo europeo lo scontro col calcio innovativo olandese aveva già evidenziato le criticità del nostro sistema (la “      scomparsa” del catenaccio, secondo molti giornalisti dell’epoca, può essere rintracciata nella finale di Coppa Campioni 71/72 tra l’Ajax di Cruijff e l’Inter, in cui la superiorità olandese fece emergere tutti i limiti di tale schema).

Poi arrivò la Ternana. In un’Italia che guardava ancora con sospetto alle innovazioni straniere, Viciani decise di importare un’idea di calcio che sembrava eresia pura. Influenzato dalle nascenti correnti nordeuropee e dal dinamismo del totaalvoetbal, il tecnico di Castiglion Fiorentino decise di sovvertire la verità assoluta allora imperante: “Il possesso palla è la nostra difesa”.

Un’affermazione che, nel 1970, suonava come una provocazione intellettuale prima ancora che tecnica. Mentre le altre squadre della Serie B ricorrevano ancora al dogma “palla lunga e pedalare”, cercando di scavalcare un centrocampo ridotto a zona di transito muscolare, la Ternana optava per la via della complessità ragionata.

Il suo “Gioco Corto” non era una semplice disposizione tattica, ma una sinfonia di passaggi che coinvolgeva tutti i componenti della squadra. L’obiettivo era chiaro: svuotare il campo agli avversari togliendo loro l’unico punto di riferimento possibile, il pallone. Era un calcio di ritmi ossessivi, fatto di pressing alto e sovrapposizioni costanti.

I giocatori, sotto la sua guida, smisero di essere ancorati a una posizione fissa per diventare abitanti dello spazio. Viciani chiedeva ai suoi interpreti — nomi che sarebbero entrati nella leggenda rossoverde come Cardillo e capitan Marinai — di muoversi in funzione del compagno e del vuoto da colmare. Era l’applicazione pratica del concetto di interdipendenza: se io mi muovo, creo un’opportunità per te; se tu occupi lo spazio, la squadra respira.

Quella Ternana, capace di conquistare per la prima volta nella storia dell’Umbria la Serie A nel 1972, non fu solo una splendida anomalia statistica, ma fu un vero e proprio laboratorio di avanguardia in un mondo che preferiva la semplicità rassicurante della marcatura a uomo e del libero “staccato” dietro a tutti. Viciani non disponeva di campioni dai piedi vellutati o di budget faraonici; disponeva però di una visione, di un’idea concettuale pronta a travolgere, seppur col solito colpevole ritardo, il gioco più bello del mondo nella nostra penisola.

Dimostrò, con i fatti e con i punti, che la bellezza non era un lusso riservato alle grandi metropoli del Nord, ma una scelta strategica consapevole per chiunque avesse il coraggio di pensare in modo differente. Fu la prova tangibile che l’organizzazione del collettivo poteva sopperire alla carenza del singolo, trasformando una squadra di provincia nel primo autentico prototipo di modernità del calcio italiano. E poco importa se questo non condusse alla salvezza della squadra umbra, nonostante l’ottimo girone d’andata disputato, ma fu la prima dimostrazione che un altro approccio era possibile. Un seme che, purtroppo, avrebbe trovato un terreno troppo arido per fiorire appieno nei decenni a venire.

Il Grande Vuoto: la stasi dal 1995 a oggi

Se la rivoluzione di Viciani fu un lampo e quella di Sacchi un incendio che cambiò il panorama mondiale, cosa ne è rimasto oggi? Analizzando la cronologia del nostro calcio, si avverte una sensazione di gelo che parte dalla metà degli anni Novanta.

Mentre il resto d’Europa — dalla Spagna di Guardiola alla rinascita tedesca post-2000, fino alle nazionali con minore tradizione, che oggi sono diventate esempi da seguire e da cui apprendere — partiva dai semi gettati proprio in Italia per evolvere verso un gioco sempre più fluido e cognitivo, noi ci siamo fermati. Abbiamo scambiato la tattica (l’arte di risolvere problemi in campo) con la strategia difensiva (l’arte di impedire all’altro di giocare).

Dalla metà degli anni ’90 a oggi, il calcio italiano è entrato in una fase di stasi profonda, connotata dal culto quasi maniacale del risultato immediato (che ha reso la sperimentazione e l’innovazione spesso un rischio troppo grande), da un inaridimento dei settori giovanili e da un crescente affidamento al singolo per la risoluzione di situazioni complesse, non costruendo sistemi collettivi.

Perchè tornare a Viciani?

Oggi parliamo di “costruzione dal basso” e “riaggressione” come se fossero concetti sorti ed arrivati ieri a Coverciano. In realtà, sono echi di quella Ternana di oltre 50 anni fa, che giocava corto perché riteneva umiliante buttare via il pallone.

La lezione di Corrado Viciani è più attuale che mai: la modernità non è una questione di moduli, ma di mentalità. Per uscire dall’impasse che ci attanaglia da trent’anni, dobbiamo recuperare quel coraggio di “ricercare la bellezza”, non appiattire ogni discorso al fine, risultato, cui ci ha condotti, ma godere del percorso e lavorare affinché esso ci gratifichi di per sè. Dobbiamo smettere di guardare al calcio come ad una serie di duelli fisici ed individuali e tornare a vederlo come un sistema complesso di relazioni, spazi e tempi.

Proprio come facevano le Fere di Terni nel ’72 guidati da un uomo che, senza i riflettori che altre piazze avrebbero permesso, aveva capito il futuro prima di tutti gli altri.

BIO MANLIO SANTULLI: Nato e cresciuto a Roma, è un Praticante Avvocato presso il Foro di Roma e Scout per un importante realtà calcistica capitolina. Divide le sue giornate tra i codici e i campi di gioco, cercando di applicare la stessa precisione analitica al diritto ed allo studio del calcio come sistema complesso. Grande appassionato di storia, scrive per esplorare le radici del gioco e le sue evoluzioni ed implicazioni socio-culturali.

4 risposte

  1. Visto che ho fatto parte di quella squadra, non ho mai visto il mister con in bocca una sigaretta, forse lo faceva di nascosto per non dare un cattivo esempio ai suoi calciatori.Un saluto Gianfranco Geromel.

  2. La Ternana di Viciani, con questo gioco innovativo, la ignoravo.
    Credo ci siano stati altri allenatori che hanno provato a portare il calcio olandese in Italia: Giacomini e Radice.
    Ma hanno dovuto affrontare un problema culturale e sempre al Milan: boicottati dai calciatori. Da quello che credo di aver capito.
    Nel mondo del calcio Italiano è meglio essere re all’inferno che schiavi in paradiso e infatti “abbiamo” trattato come un ingenuo presuntuoso un allenatore come Luis Enrique e amiamo tanto, tanto tanto gli allenatori che fanno “sistema”
    “Mentre il resto d’Europa — dalla Spagna di Guardiola alla rinascita tedesca post-2000, fino alle nazionali con minore tradizione, che oggi sono diventate esempi da seguire e da cui apprendere — partiva dai semi gettati proprio in Italia per evolvere verso un gioco sempre più fluido e cognitivo, noi ci siamo fermati. Abbiamo scambiato la tattica (l’arte di risolvere problemi in campo) con la strategia difensiva (l’arte di impedire all’altro di giocare)”
    Finiremo per diventare una nazione di serie B. Prossimamente non ci qualificheremo nemmeno alla fase finale degli Europei.

  3. Molto bello, complimenti, un solo appunto, anche Viciani (a Terni, così come a Palermo) difendeva a uomo a tutto campo con il libero staccato (almeno i difensori, poi i centrocampisti erano già schierati nello spazio). La difesa a zona in quegli anni in serie A la faceva solo Vinicio. Gli stessi Liedholm e Marchioro giocavano ancora a uomo. Marchioro ebbe l’ispirazione della zona proprio affrontando il Palermo di Viciani, quando mise Tardelli difensore esterno senza assegnazione fissa in marcatura, in attesa dell’uomo in più che Viciani faceva sovrapporre sulla fascia.

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