IL PROBLEMA NON È L’ERRORE: IL PROBLEMA È L’ASSENZA DI POSSIBILITÀ

Esiste una forma di educazione che non promette scorciatoie, né rifugi artificiali dalla complessità del mondo. Un’educazione che non addomestica l’incertezza, ma insegna ad abitarla. È l’educazione di chi ha il coraggio di guardare in faccia anche l’assurdo, le contraddizioni, le fragilità che attraversano ogni esperienza umana, senza per questo smettere di credere nella possibilità della crescita.

Educare, in fondo, significa proprio questo: essere sinceri con l’altro, ma prima ancora con sé stessi. Significa non vendere illusioni di perfezione o modelli irraggiungibili, bensì accompagnare qualcuno nel difficile processo di scoperta delle proprie possibilità. Nel Gioco, come nella vita, questo atteggiamento cambia radicalmente il ruolo dell’allenatore: non più colui che plasma dall’esterno, ma colui che riconosce potenzialità ancora invisibili, intuizioni acerbe, talenti che non si sono ancora manifestati completamente. Perché ogni giocatore, ogni persona, porta dentro di sé possibilità che spesso nemmeno riesce a vedere.

E allora il compito educativo diventa un atto di fiducia profonda: sognare l’altro per ciò che potrebbe diventare, senza imporgli ciò che dovrebbe essere. È qui che le parole di Danilo Dolci assumono una forza straordinaria: “ciascuno cresce solo se sognato”. Non come idealizzazione ingenua, ma come responsabilità relazionale. Crescere significa sentirsi guardati oltre il proprio presente, oltre l’errore, oltre il limite momentaneo.

Ogni grande percorso educativo nasce quando qualcuno riesce a vedere in noi qualcosa che ancora non siamo, ma che potremmo diventare. Eppure, uno dei grandi equivoci dell’educazione contemporanea — e spesso anche dell’allenamento — è l’ossessione per la perfezione. Come se il valore di un gesto dipendesse dall’assenza di errore. Come se crescere significasse eliminare progressivamente ogni carenza, anziché imparare a dialogare con essa. Ma nessuno costruisce un cerchio perfetto al primo tentativo. Lo costruisce comunque. Lo traccia in modo incerto, sbilenco, incompleto. E proprio in quell’imprecisione iniziale si nasconde il primo atto autentico dell’apprendimento. Perché il problema non è l’errore: il problema è l’assenza di possibilità. È il non fare. È il timore di esporsi al tentativo. Nel Gioco, questo principio è ovunque. Un giocatore che prova una giocata difficile e sbaglia, spesso sta imparando più di chi esegue soltanto ciò che già controlla perfettamente. L’errore, infatti, non è semplicemente una deviazione dalla soluzione corretta: è un’informazione. È un dialogo tra il giocatore e l’ambiente. È il sistema che si riorganizza, che cerca nuove coordinazioni, nuove percezioni, nuove possibilità d’azione. Ogni adattamento reale passa inevitabilmente attraverso momenti di instabilità.

Non esiste evoluzione senza una temporanea perdita di equilibrio Per questo motivo, l’allenatore che interrompe continuamente il processo per correggere ogni sbavatura rischia, senza accorgersene, di spegnere proprio ciò che sta cercando di costruire: la capacità del giocatore di esplorare, percepire, intuire. A volte l’errore non va cancellato immediatamente, osservato, compreso. Perché dentro un errore può esistere un’intenzione corretta ancora non raffinata, una lettura non ancora sincronizzata con il corpo.

L’apprendimento reale non è lineare. È pieno di oscillazioni, regressioni apparenti, momenti di caos e ricalibrazione. Esattamente come accade nei sistemi complessi: per trovare un nuovo ordine, il sistema deve prima attraversare una fase di disordine. Ed è qui che emerge il valore educativo di un ambiente sicuro, dove il giocatore non abbia paura di sbagliare, dove il tentativo non venga giudicato soltanto dal risultato immediato. Perché quando un atleta inizia a temere l’errore, smette lentamente di esplorare. E quando smette di esplorare, smette anche di crescere.

Nel costruire un cerchio imperfetto al primo tentativo, per migliorarlo dopo, c’è una verità pedagogica potentissima: il fatto precede il miglioramento. Prima bisogna avere qualcosa da trasformare. Prima bisogna agire, tentare, entrare nel Gioco. Solo dopo sarà possibile affinare, regolare, dare forma più precisa all’esperienza. La crescita non nasce dalla ricerca ossessiva dell’esecuzione impeccabile, ma dal coraggio di entrare nel processo, accettando che ogni costruzione autentica inizi inevitabilmente da qualcosa di incompleto.

Forse è proprio qui che si annida una delle illusioni più profonde della cultura della prestazione: credere che migliorare significhi togliere. Togliere errori, togliere imperfezioni, togliere fragilità, fino a immaginare il giocatore ideale come una versione “ripulita” di ogni difetto. Ma la crescita umana non funziona come un processo di sottrazione. Nessun grande giocatore è diventato tale semplicemente eliminando carenze. La grandezza non nasce da una cancellazione progressiva dell’imperfezione, ma dall’emergere di nuove possibilità espressive, nuove connessioni, nuove forme di adattamento al Gioco.

Nel mio libro, “L’allenatore e il senso del Gioco”, scrivo: “Associamo la parola miglioramento alla correzione di un difetto, basandoci sulla grande illusione che la perfezione sia il risultato dell’azzeramento delle carenze, come se la grandezza nascesse per sottrazione.”

Questa idea cambia completamente il modo di osservare un giocatore. Se penso che migliorare significhi soltanto correggere ciò che manca, allora l’allenamento diventa una continua caccia all’errore, una lente puntata ossessivamente sulle insufficienze. L’atleta finisce così per percepirsi come un insieme di problemi da risolvere. Ogni sbaglio diventa una colpa, ogni incertezza un difetto da eliminare il prima possibile. Ma in un ambiente costruito così, il giocatore tende lentamente a restringersi: gioca per non sbagliare, non per esprimersi. Evita il rischio, limita l’esplorazione, cerca rifugio nella soluzione più sicura. Eppure il Gioco, quello vero, non premia sempre chi è più “pulito”: spesso premia chi riesce a creare, adattarsi, intuire, reinventarsi dentro l’imprevedibilità.

La crescita autentica assomiglia molto più a un processo di espansione che di sottrazione. Un giocatore migliora quando amplia il proprio repertorio percettivo, quando scopre nuove affordance, quando diventa più sensibile alle informazioni dell’ambiente, quando sviluppa relazioni più ricche con i compagni, con lo spazio, con il tempo del Gioco. Non si tratta soltanto di eliminare ciò che non funziona, ma di costruire qualcosa che prima non esisteva e soprattutto di potenziare quello che già emerge efficacemente.

Ed è per questo che l’errore assume un valore così prezioso. L’errore non rappresenta la prova del fallimento del sistema: spesso è il segnale che il sistema sta cercando nuove soluzioni. Un giocatore che tenta una giocata mai provata prima probabilmente sbaglierà. Ma quel tentativo contiene già un’espansione delle sue possibilità. In quel momento il cervello, il corpo e l’ambiente stanno negoziando nuovi equilibri, nuove sincronizzazioni, nuove strade percettive. Correggere immediatamente ogni deviazione rischia di interrompere proprio quel processo creativo e adattivo che rende possibile l’evoluzione.

Forse il compito più difficile per un allenatore è proprio questo: resistere alla tentazione di trasformare ogni errore in una sentenza. Avere la sensibilità di capire quando intervenire e quando, invece, lasciare che il giocatore attraversi il caos necessario dell’apprendimento. Perché a volte ciò che appare come confusione è soltanto una nuova organizzazione che sta cercando di emergere.

La perfezione, allora, non è un luogo in cui spariscono tutti i difetti. È una continua capacità di adattarsi, creare e trasformarsi dentro l’imprevedibilità del Gioco. E forse educare significa proprio aiutare qualcuno a non avere paura della propria incompletezza, comprendendo che ogni forma evoluta nasce sempre da qualcosa di inizialmente imperfetto, fragile e incompiuto.

BIO: MASSIMILIANO BELLARTE

Nato a Ruvo di Puglia il 30 novembre 1977, è allenatore e formatore. Ha assunto la guida della Nazionale Lettone di Futsal nel 2024, portandola dall’87° posto nel Ranking FIFA al 52° posto, con la quale ha partecipato ai Campionati Europei 2026. In precedenza ha allenato per 4 anni Nazionale Italiana di Futsal, sia la squadra adulta che quella Under 19. Ha allenato Club a livello internazionale, sia in Italia che all’estero (in Belgio allena gli attuali campioni dell’Anderlecht).

Fa parte dell’Advisory Group di Futsal della UEFA per la quale lavora nel Coaching Programme e come Technical Observer.

Massimiliano ha studiato lingue e parla inglese, portoghese, spagnolo e francese. Ha frequentato Sociologia all’ Universita’ La Sapienza di Roma.

13 risposte

  1. Super ! Grazie mister per aver condiviso questi fantastici pensieri, carichi di profondo amore per il Gioco del Calcio !

    Manuel Lamecchi

  2. Leggere questo articolo è una vera e propria boccata d’ossigeno, notevole il richiamo a Danilo Dolci “ciascuno cresce solo se sognato” che è la traduzione più poetica e profonda dell’effetto Pigmalione (o effetto Rosenthal) per cui se crediamo davvero nelle potenzialità di un ragazzo e proiettiamo su di lui aspettative positive, lui assorbirà quella fiducia e fiorirà di conseguenza.
    Grazie Mister per questo splendido manifesto umano e pedagogico, e grazie a Filippo Galli per ospitare sempre spunti di questo livello!

  3. Sto leggendo il tuo bellissimo libro, davvero molto interessante e vicino a un ‘approccio’ che condivido da anni. Relativamente all’errore, mi chiedo: come si può conciliare l’idea dell’errore come passaggio necessario per apprendere con la necessità, in gara, di ridurre al minimo gli errori? Penso ad esempio alla pallavolo, dove l’errore ha un ‘vincolo penalizzante’ che assegna immediatamente un punto all’avversario. Come si può concilia questo in allenamento?

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