La fine e l’inizio, come il titolo di una bellissima poesia a tema bellico di Wislawa Szymborska, oppure, con un gioco di parole in voga nei claim pubblicitari, la fine è l’inizio.
Ma anche altro, per noi appassionati, sempre funamboli su una corda tesa tra il simbolo e la realtà dei fatti, tra il tempo presente e l’aplasia dell’eterno.
Ecco la suggestione. Sul finire degli anni Novanta, esce al cinema un film del regista greco Theo Angelopoulos. Si intitola L’eternità e un giorno. È un titolo bellissimo: lo è anche il film. Come in Heidegger, il tempo di Angelopoulos non è rappresentato da una successione di istanti equivalenti, ma è piuttosto una struttura in cui il presente è attraversato da ciò che è stato ed è orientato da ciò che può accadere, soprattutto quando il limite – il tempo-limite della nostra esistenza o di un lungo ciclo sportivo – non è più indefinito.
Non tutti i momenti, per dirla in poche parole, valgono allo stesso modo. Ma non è così ovvio definire una scala vera per chiunque, e senz’altro non bastano le vittorie a delinearla. Non bastano per un allenatore che non è stato un vincente tra i molti, ma lo spartiacque tra un calcio che c’era prima di lui e un calcio diverso, durante e dopo: come Michels, come Cruyff, come Sacchi.
Per questa ragione, nell’impossibilità di rinchiudere una parabola tanto lunga (un decennio) e proficua in un omaggio che non sarebbe tale – o troppo agiografico per eccesso di ammirazione o troppo chirurgico, con la sola, sterile conta di titoli e trofei – scelgo di fermarmi un attimo prima dell’oggi.
La Champions League 2026 sfumata, dopo la pessima first leg in quel di Madrid e un recupero in casa pressoché impossibile, al di là delle polemiche per le decisioni arbitrali. Si poteva fare meglio? Certamente. Ed è stato un peccato che non sia successo, perché chi è andato avanti quest’anno, al di là dei soliti peana, non era imbattibile.
La Premier League riaperta per un attimo, dopo la non scontata vittoria contro la capolista all’Etihad, e un istante dopo stipata in soffitta per il pari in extremis all’Hill Dickinson Stadium, contro l’Everton. Infine l’1 a 1, di nuovo in rimonta, contro il Bournemouth, che ha sigillato ogni residua speranza.
Non un successo, se si guarda l’esito finale; eppure, se si prendono in esame i momenti significativi, come ci consiglia Angelopoulos, ci si rende conto che l’impresa è stata sportivamente titanica: la vittoria di un collettivo che non ha inteso arrendersi, nonostante avesse ogni pronostico a sfavore (o quasi).
La squadra di Arteta, fino a poche settimane prima, sembrava infatti avviata verso una vittoria sicura e praticamente senza avversari, dopo la debacle stagionale del Liverpool, campione in carica, e il risveglio assai tardivo dello United a guida Carrick. Per certi versi, e nonostante l’allenatore basco sia uno dei più fulgidi epigoni di Guardiola, il modus operandi dei Gunners rappresenta l’antitesi dell’idea di calcio guardioliana. Dove quest’ultimo predica il movimento e la capacità di agire da orchestra, Arteta prepara la stasi dei calci piazzati con precisione millimetrica. A la guerre comme à la guerre, dirà qualcuno, e forse ha ragione. Magari, invece, vale una specie di principio di ilemorfismo applicato al calcio (come metafora concettuale, perlomeno), e cioè che forma ed efficacia non siano elementi antagonisti, ma aspetti concorrenti della stessa sostanza agonistica. Ce l’ha insegnato… Pep.
Sul fronte Manchester City, una squadra profondamente ripensata dopo l’addio progressivo dei suoi pilastri, l’ultimo dei quali è Kevin De Bruyne, vale piuttosto ciò che esorta Ulisse nel Troilo e Cressida, “Perseverance, dear my lord, keeps honour bright: to have done is to hang quite out of fashion, like a rusty mail in monumental mockery.” Aver fatto nel passato non può essere sufficiente. Per la gloria imperitura occorre continuare a fare (o almeno tentare).
E dunque è arrivata, per taluni anche questa un po’ a sorpresa, la Carabao Cup, ovvero la Coppa di Lega inglese, il cui attuale nome è una questione di sponsor: la quinta per Guardiola che in questo modo sorpassa mostri sacri come Alex Ferguson, Brian Clough e José Mourinho, tutti fermi a quattro. Si è trattato, giusto per amor di statistiche, del quarantesimo trofeo complessivo per l’allenatore catalano.
Guardiola, alla vigilia del match, ne aveva approfittato per ribadire il concetto che, secondo la più diffusa vulgata, viene attribuito ad Arrigo Sacchi, ovvero che il calcio è la cosa più importante delle cose meno importanti. Lo ha fatto, ancora una volta, in conferenza stampa, quella del 20 marzo:
«Guardate cosa succede in tutto il mondo, stiamo precipitando in un caos incredibile e nessuno alza un dito […] Il mondo sta per implodere e noi siamo ancora qui a parlare delle “arti oscure” di una squadra o dell’altra. Ci sono cose molto più importanti di queste.»
Perché in questi ultimi mesi – ma per chi ne ha seguito con attenzione la carriera, anche prima – Pep non ha lesinato parole durissime verso conflitti e massacri di impronta genocida, quello di Gaza, in primis.
Gli conveniva farlo, gli conveniva prendere posizione? No, tanto che la sua è quasi una predica solitaria, in un ambiente, quello del calcio, che preferisce riprendere Lamine Yamal per aver sventolato la bandiera palestinese, o che tace, colpevolmente, pavidamente, tace.
Sul prato di Wembley, il 16 maggio 2026, è arrivata poi la FA Cup, ovvero la Coppa d’Inghilterra – titolo numero quarantuno e ventesimo con il City – trofeo prestigioso e così sentito da superare persino l’ambizione della Premier (non è una excusatio non petita!). Una partita ferma, anche un po’ asfittica, di certo non spettacolare, contro il Chelsea dai mille esoneri, e poi un colpo di tacco a seguire, improvviso, insperato: il lampo del genio di Antoine Semenyo, su assist di Erling Haaland, ma anche del suo allenatore, secondo un’equazione che arrivati a questo punto suona quasi ovvia.
La decisione sul futuro si presagiva come imminente da mesi e ora, a campionato concluso, è arrivata. Non a sorpresa, bisogna ammetterlo, nonostante la scadenza naturale del suo contratto con il club inglese fosse fissata per giugno 2027.
Le motivazioni – queste si possono solo presumere – riguardano la stanchezza fisica e mentale dopo un decennio in cui non si è risparmiato, tanto dal punto di vista professionale quanto da quello personale. Inoltre questo ManCity non è quello sghembo della scorsa stagione: è una squadra in divenire, ma solida, rifondata. Chi arriverà – pare Enzo Maresca, con un triennale – troverà basi concrete dalle quali ripartire, un po’ come è successo a Slot con i Reds.
Tuttavia per me l’indizio chiave è stato un altro: ripensando a quello, ho capito che questa stagione sarebbe stata un endgame.
Chi ha una buona memoria – ok, va bene, chiamiamola ossessione – ricorderà una battuta riportata all’interno della docu-serie Amazon Original del 2018, intitolata All or Nothing: Manchester City. Guardiola disse che Bernardo Silva (che alcuni compagni chiamano affettuosamente “mini Pep”, a suggello del grosso feeling con l’allenatore) non se ne sarebbe andato finché alla guida della squadra mancuniana ci fosse stato lui. Più recentemente, l’allenatore ha confessato: “Bernardo is my weakness”… la sua debolezza.
Ebbene, il centrocampista portoghese, in scadenza a giugno e senza che sia stata avviata una trattativa con il club per il rinnovo, è ufficialmente in partenza per altri lidi (in altri tempi, il Milan avrebbe fatto carte false per un centrocampista con la sua visione di gioco… altri tempi, tempi lontanissimi).
Cosa farà adesso lo scacchista di Santpedor? Lo ha annunciato il Manchester City nel comunicato di “addio” (che un addio non è): il nuovo ruolo è quello di Global Ambassador, con compiti non solo di rappresentanza, ma anche di supervisione tecnica e sviluppo strategico dei club afferenti al network, City Football Group. In fondo, un percorso non così dissimile da quello dell’amico Jürgen Klopp (Head of Global Soccer per Red Bull), l’unico allenatore che lo abbia davvero messo in difficoltà, prima con il Borussia Dortmund, poi, in modo ancora più evidente, in veste di manager del Liverpool; l’unico, della sua generazione, che lo abbia davvero spinto a evolversi. In altri termini, Klopp è stato l’incudine su cui il martello di Guardiola ha dovuto riforgiare sé stesso per rinvigorire, a ogni incontro, la propria tempra.
La cronaca è noiosa, se si parla di “eroi” (perdonate l’ardimento iperbolico).
E il tempo, dopotutto, giacché questo non è un commiato standard né un esaustivo reportage di vizi e virtù, è dalla nostra parte.
Già, ma quale tempo? Il tempo social, che è un lampo che brucia la notizia per ottimizzare i report e massimizzare i like, o quello proprio della cronaca, appunto, che ci offrirà, comunque vada, uno spaccato da fine di un’era.
Come per Theo Angelopoulos, come nell’augenblick heideggeriano, il tempo di questo breve ricordo aspira piuttosto a essere il modo in cui l’istante si raccoglie, l’attimo vissuto in pienezza, per quanto è possibile.
Per questa ragione mi fermo qui, lontana dal calcio minuto per minuto, dal presente imposto, dai suoi ritmi e dai suoi rituali, che spesso non condivido, a costo di sprofondare nel calderone più temibile della nostra epoca così fast: quello dell’obsolescenza. Non mi importa: resterò lo stesso ferma qui, qui ad ammirare, a ricordare, a prefigurare, senza impormi una meta, convinta che il percorso – di Guardiola, il nostro, magari – saprà regalarci ancora qualche sorpresa e un po’ di gioia.
Mi voglio fermare un attimo prima dell’addio, senza raccontarlo, senza scrutarne con dovizia di particolari i retroscena e gli sviluppi futuri: i fari illuminano il campo, Pep è in panchina; tutto è ancora possibile.
Del resto lo stesso sito di Filippo Galli celebra il tema della complessità del calcio; è un tema che mi sta a cuore, in un momento storico di iper-semplificazioni in ogni ambito dello scibile. Quando è autentica, e non artefatta, la complessità può risultare ingannevole perché ci appare semplice, quasi un dato naturale. Non bisogna fermarsi alle apparenze. Volendo saltare su una complessità di diversa natura, quella matematica, si potrebbe pensare allo “strano caso” della costante di Ramanujan, ovvero “e elevato alla pi greco radice di 163”: numero trascendente che si avvicina a un intero con una precisione di dodici decimali, al punto da risultare quasi indistinguibile da esso, pur non essendolo; fa parte, non a caso, della suggestiva categoria dei cosiddetti almost integers.
Il volo è pindarico, lo so bene, ma dentro il calcio di Guardiola si intravede una scintilla simile: la costruzione profondissima che tende all’ordine e all’armonia, li lambisce, senza mai raggiungerli; tende quindi, in ultima analisi, al movimento perpetuo, alla ricerca che non può, perché questo è il suo statuto, avere fine.
È proprio in questa inezia di imperfezione che risiede il barlume dell’umana fragilità, qualcosa, forse, di irripetibile.
Ho passato tanto tempo a studiare, anzi a contemplare la bellezza. Ma non l’ho trovata amara e non l’ho ingiuriata, alla Rimbaud. Anzi, come cantava Tosca, qualche anno fa: ho amato tutto.

BIO ILARIA MAINARDI: Nasco e risiedo a Pisa anche se, per viaggi mentali, mi sento cosmopolita.
Mi nutro da sempre di calcio, grande passione di origine paterna, e di cinema.
Ho pubblicato alcuni volumi di narrativa, anche per bambini, e saggistica. Gli ultimi lavori, in ordine di tempo, sono il romanzo distopico La gestazione degli elefanti, per Les Flaneurs Edizioni, e Milù, la gallina blu, per PubMe – Gli scrittori della porta accanto.
Un sogno (anzi due)? Vincere la Palma d’oro a Cannes per un film sceneggiato a quattro mani con Quentin Tarantino e una chiacchierata con Pep Guardiola!










