Riflessioni di campo
Cosa accade davvero quando una stagione finisce, dentro uno spogliatoio, dentro la testa dell’allenatore
C’è un momento preciso, alla fine di ogni stagione, in cui lo spogliatoio torna a essere soltanto una stanza. Sparisce il rumore di fondo che si porta dietro per mesi, quella specie di frequenza bassa che senti anche quando non sei lì, anche quando sei a casa a cena, anche quando stai cercando di dormire. Sparisce. E in quel silenzio, improvviso e un po’ spiazzante, tocca fare i conti con quello che è stato.
Non è un esercizio facile. Non lo è quando la stagione è andata bene, e non lo è, paradossalmente con meno fatica emotiva, quando è andata male. Il paradosso è reale perché una stagione disastrosa ha il pregio della chiarezza. Sai cosa non ha funzionato. Hai le prove. Puoi lavorarci. Una stagione riuscita, invece, ti lascia con una domanda sottile e insidiosa: ma era davvero merito nostro?
Un gruppo che ha vinto insieme porta in campo la stagione successiva un problema che si chiama abitudine. L’abitudine di vincere suona bene, ma nasconde una trappola, si tende a smettere di sentire la pressione che aveva reso possibile la vittoria stessa.
Quando ha funzionato
Gestire un gruppo che ha fatto una stagione positiva è un’arte sottile, molto più di quanto sembri dall’esterno. L’euforia dello spogliatoio finisce, le vacanze passano, e a settembre ognuno rientra con la propria estate addosso, chi si è allenata/o, chi no, chi si è convinta/o di essere più forte di quanto fosse, chi invece si è sgonfiata/o e aspetta che qualcuno gli ridica che è brava/o. Tocca ripartire da capo, con tutto il peso dell’anno prima come zavorra o come trampolino, dipende da come lo usi.
Il rischio principale non è la presunzione dei singoli. Quella si gestisce, basta avere le spalle larghe e le parole giuste al momento giusto. Il rischio vero è più sottile è la tendenza del gruppo a preservare gli equilibri che hanno funzionato, anche quando quegli equilibri andrebbero rimescolati. Chi ha avuto un ruolo centrale tende a difenderlo non per merito ma per abitudine. Chi stava ai margini accetta di starci ancora, perché almeno si è arrivati in fondo.
La stagione di successo va smontata. Non con cinismo, con intelligenza. Bisogna riconoscere quello che ha funzionato senza trasformarlo in un’icona intoccabile. Bisogna trovare il modo di dire siamo stati bravi e nello stesso respiro non basta. Non è ipocrisia. È il lavoro.
Quando non ha funzionato
Dall’altra parte c’è la stagione che non è andata. Quella che lascia l’amaro. E qui, bisogna essere onesti fino in fondo perché la tentazione più pericolosa non è quella di cercare colpevoli all’esterno, quella la vedi subito, la puoi contrastare. La tentazione più pericolosa è quella di proteggersi dal dolore, di costruire una narrativa consolatoria in cui le cose sono andate male per ragioni che non dipendevano da te. Dal calendario avverso. Dagli infortuni. Dalla società. Dal caso.
Alcune di quelle ragioni saranno anche vere. Ma la domanda che conta è un’altra: cosa avrei potuto fare diversamente? Non per flagellarsi, ma per imparare qualcosa di concreto che vada oltre il generico dovevo fare di più.
Il gruppo che ha perso insieme ha già pagato un prezzo. Non gliene va chiesto un altro. Va aiutato a capire dove si trova, con onestà e senza sconti, ma senza accanimento. La differenza tra un’analisi lucida e una requisitoria sta tutta nel tono.
Un gruppo reduce da una stagione negativa arriva alla ripresa con una ferita aperta. Alcune persone la nascondono sotto la spavalderia, le più fragili, spesso. Altre la portano in modo visibile. La tentazione dell’allenatore è quella di accelerare, di mettere benzina, di creare entusiasmo artificiale per coprire il dispiacere. Non funziona. L’entusiasmo artificiale si riconosce subito, e chi è in difficoltà lo legge come mancanza di rispetto per quello che ha vissuto.
Quello che funziona è nominare le cose. Stare nel disagio il tempo necessario, non di più, non di meno, e poi indicare una direzione. Concreta, misurabile, credibile. Non una promessa, ma un percorso.
Il nuovo gruppo
Poi c’è il caso del gruppo che non conosci ancora. Quello che stai per iniziare ad allenare, o che riprendi dopo un’interruzione, e che nel frattempo è cambiato abbastanza da sembrare nuovo. Qui il rischio è speculare, ovvero, portarsi dentro aspettative costruite altrove, su gruppi diversi, con storie diverse. Ogni spogliatoio ha una sua temperatura, una sua grammatica, un codice non scritto che ci vuole tempo a leggere.
I primi mesi non sono il tempo delle risposte. Sono il tempo delle domande, quelle che non si fanno ad alta voce, ma che guidano ogni osservazione. Chi gestisce la tensione? Chi la genera? Chi sa stare in difficoltà senza trascinarsi dietro gli altri? Chi invece si porta dietro qualcosa di irrisolto dalla stagione precedente?
Un allenatore che entra in un gruppo nuovo con le soluzioni già pronte ha smesso di ascoltare prima di cominciare. E un gruppo lo sente, questo, anche se non saprebbe spiegarlo.
Quello che rimane
Alla fine, dopo tutti gli anni e tutte le stagioni, quelle riuscite, quelle fallite, quelle interrotte, quelle che sembravano finite prima di finire davvero, resta una convinzione che non è cambiata: il momento più importante non è la partita. Non è nemmeno l’allenamento. È questo qui, il momento di passaggio. Il confine tra quello che è stato e quello che sarà.
Come lo attraversi, con quale lucidità, con quale onestà, con quale rispetto per le persone che hai in mano, dice quasi tutto di quello che sarai capace di costruire dopo.
Il fischio finale chiude una storia. Ma la storia non finisce davvero finché non scegli come raccontarla.
Per quanto mi riguarda, questa stagione ho scelto di fermarmi. Non per stanchezza, non per mancanza di voglia, ma per qualcosa di molto più importante che bussava alla porta. E quando si presentano certi appuntamenti, si lascia perdere il campo.
Però conosco bene quella sensazione che comincia ad arrivare verso fine estate. La voglia di risentire l’odore dell’erba tagliata di fresco (sempre più raro a causa dei sintetici), il rumore degli scarpini sull’asfalto, il casino nello spogliatoio dopo una partita. Quella sensazione non se ne va. Si mette in standby, al massimo.
Non so ancora dove sarò la prossima stagione. Non so il nome della società, non so la categoria, non so quanti anni avranno i ragazzi, o le ragazze, che mi troverò davanti. Non lo so, e stranamente non mi pesa.
Il campo, prima o poi, si trova. L’allenatore, se è quello giusto, lo riconosce quando ci mette piede.
Ci vediamo in panchina.
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BIO: Gian Luca Bertaccini Nella vita professionale mi occupo di vendite e gestione di reti commerciali, traducendo i numeri in obiettivi condivisi e crescita delle persone. In campo, come allenatore, applico la stessa filosofia: mettere la persona al centro del progetto per costruire il gruppo. Attraverso le mie “Riflessioni di Campo” amo condividere pensieri e analisi sullo sport oltre il risultato, convinto che l’educazione sportiva sia ancora la base di qualsiasi tattica.











3 risposte
Buongiorno Gian Luca, articolo molto interessante a partire dal titolo, di cui jo compreso il vero significato soltanto successivamente.
Forse sembrerà banale, ma ho apprezzato molto “allenata/o”, “convinta/o”, ecc.
Giusto dare risalto alle donne, mettendo la definizione femminile e poi, barrato, quella maschile.
Buongiorno Gian Paolo e grazie mille per le belle parole che mi hai riservato, sono contento che le mie riflessioni ti siano piaciute e, vorrei aggiungere che non hai scritto nulla di banale, il calcio è di tutti ed è giusto che venga riconosciuto anche nel linguaggio.
Bello! Per niente scontato, proprio oggi ho guardato la panchina e lo spogliatoio con gli stessi pensieri…