L’Arsenal è campione d’Inghilterra dopo 22 anni. È questo il fatto che riscrive una storia lunga due decenni e la riporta al punto più alto. Dopo l’epoca degli Invincibles di Arsène Wenger, quel campionato senza sconfitte che è diventato un mito più che un ricordo, i Gunners tornano a vincere la Premier League non per nostalgia, ma per costruzione e pazienza. Per una forma di ostinazione che in Inghilterra, quando funziona, diventa destino.
Il merito è di Mikel Arteta, che ha preso un Arsenal ancora incompiuto e lo ha trasformato in una squadra riconoscibile, coerente, quasi testarda nella sua identità. Non è stata un’esplosione, ma una lenta sedimentazione. Rice è diventato il centro di gravità del sistema, il giocatore che tiene insieme il caos e l’ordine; Saka è la continuità che non si spezza mai, nemmeno nei momenti in cui tutto sembra oscillare; Ødegaard è la scrittura del gioco, la sua punteggiatura; Trossard è l’imprevisto che diventa soluzione; Gyökeres è la presenza fisica che cambia il modo in cui si guarda l’area. E poi c’è il “nostro” Calafiori, un tocco d’Italia nella terra di Sua Maestà. È una squadra che non cerca il mito, ma lo costruisce senza accorgersene.

Le origini di una passione
Eppure, questa storia per me non nasce qui. Non nasce nei numeri, né nelle classifiche, né nelle analisi tattiche. Nasce molto prima, in un viaggio a Londra con mio padre quando avevo 16 anni.
Londra, allora, mi era sembrata una città che non si lascia raccontare in ordine, ma per frammenti: le luci di Natale che si specchiavano sull’asfalto bagnato; Trafalgar Square a Capodanno con i punk che uscivano dalla fontana e i colori dei capelli che colavano sotto la pioggia; una felpa dei Pink Floyd comprata come si compra qualcosa che non sai se ritroverai mai.
E poi le cose quotidiane, che in realtà non sono mai solo quotidiane: la metro a Marble Arch; i Fish & Chips di periferia con i sedili consumati; il latte e il giornale lasciati davanti alle porte delle case come un rito silenzioso; il bus rosso a due piani che sembrava attraversare una scenografia; Hampstead e i racconti di mio padre che lì aveva vissuto quando lavorava a Londra. In quel viaggio non ho scoperto una squadra: ho assorbito un’atmosfera.
L’Arsenal è entrato lì, quasi per caso, attraverso una frase detta da lui con la naturalezza di chi nomina qualcosa che esiste già: “Quando ero a Londra tifavo Arsenal, gli italiani che conoscevo tifavano tutti per questa squadra”. E bastò questo. Non servivano motivazioni tecniche, non serviva nemmeno una partita vista. Bastava l’idea che una squadra potesse appartenere anche a un pezzo di mondo che avevo appena intravisto.
Poi è arrivato Nick Hornby, e il suo libro “Febbre a 90’” – da cui è stato tratto anche un film – ha dato una forma a quel sentimento ancora confuso. Non lo ha spiegato: lo ha reso riconoscibile. Hornby scriveva: “Il calcio ha significato troppo per me e continua a significare troppe cose. Dopo un po’ ti si mescola tutto nella testa e non riesci più a capire se la vita è una merda perché l’Arsenal fa schifo o viceversa”. E ancora: “L’Arsenal non è un Nottingham Forest o un West Ham o addirittura un Liverpool, una squadra che ispiri affetto e ammirazione in altri tifosi: spartiamo i nostri piaceri solo tra noi”. Infine: “Qualunque tifoso dell’Arsenal, dal più giovane al più vecchio, sa che nessuno ci vuole, e questa antipatia la respiriamo quotidianamente intorno a noi”.
Lo spartiacque
Per anni, però, l’Arsenal è rimasto sullo sfondo. Non scomparso, ma come una stanza chiusa in una casa che continui ad abitare senza entrarci quasi mai. Poi la vita ha cambiato direzione in modo netto, improvviso. La morte di mio padre, investito da un’auto, ha diviso il tempo in due parti che non si parlano più con la stessa voce. Dopo diversi giorni di coma se ne andò il 26 dicembre, un giorno dopo Natale, un giorno prima del compleanno di suo nipote Gabriele.
Da quel momento i ricordi hanno smesso di essere semplici ricordi: sono diventati punti d’appoggio. Piccole superfici su cui non si torna indietro, ma da cui si evita di cadere. E uno di quei punti era proprio Londra. E l’Arsenal.
Così, negli anni, il filo si è riannodato lentamente, senza un progetto. E sono tornato lì, a Londra, pochi mesi fa, proprio poco dopo l’ultimo Natale. Per la prima volta ho visitato lo stadio dell’Arsenal, una di quelle cose che, mentre le vivi, ti sembrano già accadute prima. L’Emirates non apparve come un luogo nuovo, ma come un’immagine che avevi già visto da qualche parte, forse nei racconti, forse nella testa.

Dentro ci sono i trofei, le teche, la storia ordinata di una squadra che ha imparato a raccontarsi anche attraverso gli oggetti. E fuori, il Nord di Londra che resta un mondo a parte, più lento, più domestico, più inglese di quanto le fotografie riescano a dire.

Ho camminato nei dintorni dello stadio senza una direzione precisa, come si fa quando non si vuole “visitare” un posto, ma semplicemente attraversarlo.

E lì succedono le cose piccole, quelle che poi restano più delle grandi. Una volpe, improvvisa, quasi fuori contesto, che attraversò la strada con una naturalezza disarmante, come se il traffico fosse solo un dettaglio secondario del suo percorso. Un gatto dietro il vetro di una villetta, immobile, che mi osservò con quella calma tipica di chi non deve andare da nessuna parte. Londra, in fondo, è anche questo: una città che lascia convivere il quotidiano e il selvatico senza spiegare niente a nessuno.

Pochi mesi dopo, l’Arsenal è diventato campione d’Inghilterra. Dopo Wenger e gli Invincibles, dopo le attese che si allungano fino a diventare quasi una forma di abitudine. E io non so se certe cose abbiano davvero un senso o se lo trovino solo dopo, quando le racconti. So soltanto che per la prima volta sono stato allo stadio dell’Arsenal poco prima che accadesse tutto questo. E quindi sì, forse ho portato fortuna. O forse è solo una delle tante coincidenze che il calcio si diverte a travestire da destino.
Resta una storia semplice, alla fine: un padre, un viaggio, un libro, una città, una squadra che torna a vincere dopo 22 anni. E quella sensazione molto londinese – molto Hornby, se vogliamo – che le cose importanti non arrivino mai quando le stai cercando, ma quando hai smesso di pretendere che abbiano un senso immediato.
Oggi quel senso c’è: quando l’altra sera sono rientrato a casa ho trovato mio figlio che guardava la decisiva partita tra il Manchester City e il Bournemouth, che per un’ironia del destino ha la maglia rossonera come la nostra prima squadra: il Milan. Sì, perché come per me anche la seconda squadra di Gabriele è l’Arsenal, quasi una tradizione di famiglia ormai. Con questa vittoria i Gunners sono tornati in paradiso. Proprio in quel luogo dove, chissà, mio padre ora sorride.

BIO: Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Scrive su QS Sport Magazine, inserto mensile del Quotidiano Nazionale. Ha pubblicato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica. Con il primo, nel 2002 ha vinto il premio “Giornalista pubblicista dell’anno”. È vicepresidente di Apa Milan, l’Associazione dei piccoli azionisti del club. Il suo sito è www.davideg.it











3 risposte
Che racconto carico di emozioni perfettamente trasmesse.
Bello l’articolo ma anche le foto !
Grazie!