L’AVVENTO DELL’ANTICALCIO

Per capire davvero perché il tennis stia vivendo in Italia una crescita quasi anomala rispetto al resto d’Europa bisogna partire da un punto preciso: questo non è soltanto il successo di Jannik Sinner. Sarebbe troppo semplice raccontarla così. Sinner è il detonatore, non l’origine dell’esplosione. L’origine sta nel vuoto lasciato dal calcio italiano.

Ed è qui che il discorso diventa profondamente culturale, persino politico nel senso sociale del termine. Perché nessun grande Paese calcistico europeo sta vivendo ciò che accade in Italia.

Non l’Inghilterra, non la Spagna, non la Germania, non la Francia, nemmeno l’Olanda, che pure ha una cultura sportiva molto evoluta e ciclicamente rivoluzionaria. In tutte queste nazioni il tennis cresce, certo. Ma resta complementare al calcio. In Italia invece sta avvenendo qualcosa di diverso: il tennis sta occupando simbolicamente uno spazio emotivo che il calcio sta perdendo. Ed è una differenza enorme. In Inghilterra il tennis vive grazie al prestigio storico di Wimbledon, ma il calcio rimane una religione nazionale intoccabile. La Premier League non è soltanto il miglior campionato del mondo: è il centro dell’identità culturale britannica contemporanea. Gli stadi sono pieni, le infrastrutture moderne, i club ricchi, il prodotto internazionale. Il tennis inglese può avere momenti di entusiasmo, da Andy Murray in poi, ma non esiste alcuna sensazione di sorpasso culturale.

In Spagna il discorso è ancora più evidente. La Spagna possiede una tradizione tennistica gigantesca, da Rafael Nadal a Carlos Alcaraz, passando per decine di giocatori cresciuti su una struttura tecnica profondissima. Eppure il calcio resta dominante perché il sistema calcio spagnolo continua a produrre eccellenza: stadi moderni, club globali, identità tattica, academy, giocatori riconoscibili in tutto il mondo. Il tennis convive col calcio, non lo sostituisce.

In Germania il tennis ha vissuto il boom enorme ai tempi di Boris Becker e Steffi Graf, poi è calato, poi si è stabilizzato. Ma la Bundesliga è rimasta solidissima culturalmente. Gli stadi tedeschi sono pieni anche per squadre di medio livello. Il calcio tedesco continua a essere percepito come organizzazione, efficienza, appartenenza popolare.

In Francia addirittura il tennis è fortissimo storicamente grazie a Roland Garros e a una federazione strutturata benissimo. Eppure il calcio non perde centralità. Anzi, cresce attraverso le banlieue, le academy, il ricambio sociale continuo. La Francia vede nel calcio ancora uno strumento identitario nazionale potentissimo.

L’Italia invece è il solo grande Paese europeo dove il tennis sembra diventato improvvisamente più desiderabile del calcio stesso. E questo accade perché il problema italiano non è il successo del tennis. È il collasso simbolico del calcio. Per vent’anni il calcio italiano ha vissuto di rendita storica. Ha continuato a vendere nostalgia mentre il resto d’Europa costruiva futuro.

La Serie A era convinta che il proprio prestigio fosse eterno. Nel frattempo però l’Inghilterra ricostruiva stadi, la Germania investiva nei settori giovanili dopo il fallimento di Euro 2000, la Spagna ridefiniva il calcio tecnico mondiale, la Francia trasformava le periferie nel più grande laboratorio di talento europeo.L’Italia invece si è fermata.Gli stadi sono rimasti vecchi. Le società fragili. I vivai impoveriti. La classe dirigente autoreferenziale. La televisione ha trasformato il calcio in un talk show isterico permanente. Ogni domenica polemiche arbitrali, processi televisivi, retorica tossica, provincialismo mediatico.

Nel frattempo il tennis appariva l’opposto esatto. Pulito. Internazionale. Meritocratico. Ordinato.E soprattutto moderno.Questo è il vero punto: il tennis oggi in Italia viene percepito come uno sport contemporaneo. Il calcio italiano invece viene percepito come un sistema invecchiato. La crescita del tennis non nasce soltanto dalla vittoria, ma dalla reputazione.

La FITP viene considerata una federazione efficiente, il sistema calcistico italiano no. Ed è devastante culturalmente. Persino molti tifosi di calcio oggi guardano al tennis con una forma di sollievo psicologico. Perché nel tennis italiano vedono ciò che nel calcio non vedono più: credibilità.I numeri raccontano questa trasformazione. Gli ascolti televisivi delle partite di Sinner hanno raggiunto cifre storiche, vicine o superiori a eventi calcistici della Nazionale.  

La crescita economica del tennis italiano è diventata enorme, con aumento di spettatori, tesserati e impatto economico complessivo. Ma sarebbe sbagliato leggere tutto questo soltanto come “effetto Sinner”. Perché gli altri Paesi hanno avuto fenomeni tennistici anche più grandi senza che il calcio vacillasse minimamente. La Spagna ha avuto Nadal, la Svizzera Roger Federer, la Serbia Novak Djokovic. Nessuno di questi casi ha prodotto uno spostamento culturale simile. L’Italia sì, perché il calcio italiano arrivava già indebolito moralmente, economicamente e simbolicamente. Le tre mancate qualificazioni mondiali del 2018, 2022 e l’ultima contro la Bosnia , hanno avuto un impatto devastante nell’inconscio collettivo nazionale. Molto più di quanto si sia raccontato. Hanno distrutto l’idea dell’Italia come superpotenza calcistica.

E da lì si è aperta una crepa psicologica. Dentro quella crepa è entrato il tennis. Anche il linguaggio conta. Il calcio italiano comunica ancora con toni anni Novanta: urla, slogan, rivalità tossiche, trasmissioni costruite sul conflitto. Il tennis invece comunica con estetica internazionale, social puliti, storytelling globale, sponsor di lusso, immagine sofisticata. Persino la moda mondiale oggi investe sul tennis come simbolo culturale contemporaneo.  Il paradosso più grande è che il tennis italiano, nonostante Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli che, capitanati da Pietrangeli, vinsero la Coppa Davis nel 1976 in Cile, non ha neppure una tradizione dominante come altre nazioni. Non è la Spagna della terra rossa. Non sono gli Stati Uniti delle accademie. Non è l’Australia dei grandi Slam. Non è la Svizzera di Federer. L’Italia sta vivendo un boom senza basi storiche comparabili. Ed è proprio questo a renderlo così significativo: significa che il motore della crescita non è la tradizione. È la sfiducia verso il calcio.Per questo il fenomeno italiano è unico in Europa.Non perché il tennis sia diventato improvvisamente lo sport nazionale. Ma perché il calcio italiano, per la prima volta nella storia moderna del Paese, non riesce più a sembrare inevitabilmente centrale.

E quando una nazione perde fiducia nel proprio sport dominante, spesso sta raccontando qualcosa di molto più profondo su sé stessa.

BIO: Vincenzo D’Aniello è nato ad Aversa (CE) il 25-5-1985 . È in possesso della licenza di allenatore UEFA/B e ha allenato in diverse categorie e in diverse scuole calcio della provincia di Caserta e Napoli.

Una risposta

  1. Complimenti per l’articolo! Curioso che la crisi stia coinvolgendo anche un altro sport popolarissimo in Italia: il ciclismo.

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