Ci sono attaccanti che riempiono i tabellini e lasciano vuote le bacheche. Il calcio è pieno di cannonieri che hanno vissuto di gol e poco altro. Jimmy Floyd Hasselbaink, per esempio, era un centravanti formidabile: potente, feroce e con una rapidità fuori dal comune. Claudio Ranieri lo adorava. Eppure, a guardare il palmarès, resta la sensazione di un grande attaccante capitato sempre un passo fuori dalla grande storia. Arrivò perfino a retrocedere con l’Atletico Madrid nel 2000, pur segnando 24 reti nella Liga. Un paradosso che il calcio, ogni tanto, si diverte a confezionare.
Penso poi a Mauro Icardi. Altro uomo da area di rigore, altro specialista del gol. In Italia vinse classifiche cannonieri e per anni fu considerato il terminale offensivo ideale. Però l’Inter, liberatasi del suo capitano più discusso che amato, finì per ritrovare equilibrio e vittorie. A volte numeri e sostanza non coincidono.
Sarebbe naturalmente assurdo mettere Kylian Mbappé nello stesso scaffale di quei centravanti, che pure il loro mestiere lo sapevano fare eccome. Il francese appartiene a un’altra categoria: quella dei giocatori che spostano il destino delle partite e spesso anche delle epoche. Parliamo di un talento generazionale. Da oltre dieci anni vive sulla cresta dell’onda senza conoscere vere stagioni di declino. Ha la velocità di un’ala, il fiuto di un numero nove e la tecnica di chi potrebbe tranquillamente giocare più indietro. Una creatura moderna, costruita per il calcio di oggi.

MBAPPÉ CON L’AS MONACO (2013-2017)
I numeri, del resto, mostrano che l’asso francese ha sempre fatto la voce grossa. Con il Real Madrid viaggia attorno a 0,85 gol a partita. In questa Champions ha segnato 15 reti in 11 presenze. In Europa è arrivato a 70 gol in 99 gare: statistiche che evocano inevitabilmente Messi e Cristiano Ronaldo, i due cannibali che hanno deformato per vent’anni il concetto stesso di normalità.
I numeri raccontano solo una parte della storia. E Mbappé, nonostante un Mondiale vinto, un’altra finale raggiunta quattro anni dopo e perfino una tripletta nella notte più importante, continua a trascinarsi dietro una domanda che ai grandi campioni viene sempre presentata: quanto riesce davvero a migliorare la squadra attorno a sé? Mbappé, inoltre, è stato a lungo vittima di un equivoco tattico che molti hanno preferito ignorare perché i suoi numeri rendevano superflua qualsiasi discussione. Il francese, in realtà, non nasce centravanti. Ama partire largo, soprattutto da sinistra, dove può vedere il campo, puntare l’uomo e scegliere se sterzare o attaccare la profondità. È lì che diventa quasi imprendibile: quando ha metri davanti e può trasformare la corsa in un’arma di distruzione.
Eppure negli ultimi anni ha giocato quasi sempre in mezzo. Basta dare un’occhiata alle sue presenze con il Real Madrid per accorgersene: da punta centrale praticamente fissa. Al Paris Saint-Germain il discorso era diverso. Lì alternava il ruolo di nove a quello di ala sinistra, posizione che probabilmente sente ancora più sua. Non è una differenza da poco. Cristiano Ronaldo, per esempio, partiva largo a sinistra ma aveva progressivamente trasformato il proprio calcio in quello di un centravanti puro, soprattutto nell’ultima parte della carriera. Mbappé invece conserva istinti differenti: vuole ancora campo, corsa, libertà.

MBAPPÉ CON IL PSG (2017-2024)
Il problema è che sulla corsia mancina del Real Madrid vive Vinicius Junior, che da quella zona non si muove nemmeno sotto tortura. Il brasiliano parte largo, punta l’uomo, accende la squadra e occupa esattamente gli spazi che Mbappé predilige. Quando il Real gioca con due attaccanti, Vinicius si accentra di più e si allinea al francese; quando invece la squadra torna al sistema classico, il brasiliano si riprende la fascia sinistra e Mbappé resta in mezzo, spesso costretto a interpretare un ruolo che non gli appartiene fino in fondo. Con la Francia, curiosamente, il percorso è stato più fluido. Didier Deschamps lo ha utilizzato in varie posizioni offensive, ma negli anni Mbappé si è consolidato sempre di più come riferimento centrale.
Il calcio moderno, però, continua a dimostrare che mettere insieme tanti fuoriclasse non significa automaticamente costruire una grande squadra. Anzi, spesso accade il contrario. Troppi galli nello stesso pollaio finiscono per pestarsi i piedi, contendersi gli stessi spazi e alterare gli equilibri. E qui entrano in scena anche le voci, sempre più insistenti e apparentemente fondate, sui rapporti non esattamente idilliaci tra Mbappé e alcuni compagni di squadra.
L’esempio più evidente resta il Paris Saint-Germain. Con Mbappé, Messi e Neymar sembrava dovesse aprirsi una dinastia europea. Invece il club francese continuò a somigliare più a una collezione di figurine che a una squadra vera. Molto possesso, molti riflettori, poca armonia. Paradossalmente, il PSG ha iniziato a sembrare più credibile in Europa proprio dopo l’addio delle sue stelle più ingombranti. Luis Enrique ha rimesso insieme il puzzle con giocatori meno celebrati, meno iconici, ma infinitamente più funzionali.
Mbappé, inoltre, è un giocatore che soffre il calcio statico come certi cavalli soffrono il recinto. Se la partita si ferma, se gli spazi si stringono e il pallone comincia a girare lentamente da un piede all’altro, il francese perde parte della propria ferocia. Non è un regista offensivo, non è un uomo da ultimo passaggio continuo, non è nemmeno quel tipo di fuoriclasse associativo che migliora automaticamente il gioco collettivo semplicemente toccando il pallone. La sua grandezza sta altrove. Davanti alla porta, probabilmente, esistono soltanto un paio di giocatori capaci di essere altrettanto devastanti. Mbappé è un finalizzatore di razza superiore: vede la porta un istante prima degli altri e soprattutto arriva sul pallone quando gli altri ancora stanno pensando al movimento da fare. Però ha bisogno di campo, di corsa, di transizioni. Deve sentire l’odore dello spazio aperto davanti a sé. Quando riceve palla, raramente pensa subito a restituirla. La sua natura lo porta ad aggredire l’azione, a puntare l’uomo, a cercare la soluzione personale. È un istinto quasi animalesco, difficile da correggere e forse persino inutile da correggere del tutto, perché è anche ciò che lo rende speciale.
Il problema nasce quando viene confinato stabilmente sulla fascia sinistra. Lì rischia paradossalmente di sparire dal gioco. Per restare dentro la partita ha bisogno di accentrarsi, di venire incontro, di toccare più palloni possibile, quasi a voler ricordare a sé stesso di essere ancora al centro della scena. Ma in quelle zone del campo, nella costruzione dell’azione, Mbappé non aggiunge quanto aggiungono altri fuoriclasse. Non detta i tempi, non orchestra, non illumina con continuità. È un’arma terminale più che un architetto.
Inoltre l’asso francese difende troppo poco. Tutti gli allenatori che hanno provato a costruire una squadra attorno a lui al Paris Saint-Germain si sono trovati davanti allo stesso problema: come mantenere equilibrio senza rinunciare alla sua onnipotenza offensiva. Alcuni hanno finito per chiedere sacrifici supplementari ai compagni, quasi mettendo un operaio a coprire il turno del fuoriclasse. In certe partite si aveva perfino l’impressione che qualcuno dovesse correre anche per lui. Ed è qui che il dibattito su Mbappé smette di essere puramente estetico e diventa tattico. Perché il francese può vincerti una partita da solo, ma obbliga anche la squadra a pagare un prezzo. E il calcio, soprattutto quello europeo di altissimo livello, presenta sempre il conto.
Per anni il paragone più abusato è stato quello con Ronaldo il Fenomeno. E in fondo è comprensibile: stessa progressione feroce, stessa capacità di divorare il campo in pochi secondi, stessa impressione di superiorità fisica sugli avversari. Ma il punto, a ben vedere, non è tecnico bensì tattico. Ronaldo Luís Nazário non possedeva forse il killer instinct dei centravanti puri e probabilmente, sul lungo, era persino meno devastante di Mbappé in velocità assoluta. Però aveva qualcosa che il francese possiede solo a tratti: la capacità di generare calcio attorno a sé. Non era un regista offensivo, non era Harry Kane, non era uno che cuciva il gioco con quaranta passaggi illuminanti. Ma sapeva leggere gli spazi dei compagni, attirare difensori, creare superiorità numerica e trasformare ogni accelerazione in un vantaggio collettivo oltre che personale.
Il primo scatto di Ronaldo, poi, apparteneva a una categoria quasi zoologica. Bastavano due metri per spaccare una difesa. E quando partiva non dava mai la sensazione di correre soltanto per sé stesso. Anche nei suoi strappi più individualisti esisteva un ordine superiore, una logica dentro il caos. Mbappé, invece, resta un interprete più verticale, più terminale. Segna di più, soprattutto in Europa. I numeri e i trofei, sotto molti aspetti, sorridono al francese. Eppure Ronaldo, negli anni del suo apogeo, emanava un’autorità calcistica diversa, diventando il centro gravitazionale della squadra. I compagni lo cercavano quasi per riflesso naturale, e lui restituiva quella fiducia aumentando il rendimento collettivo.
Mbappé non è un egoista nel senso caricaturale del termine. Non è il solista che gioca deliberatamente contro i propri compagni. Però il suo modo di stare in campo resta poco associativo e questo, inevitabilmente, finisce per impoverire certi meccanismi della squadra. Lo si nota soprattutto senza palla. Ho visto dal vivo la partita contro il Benfica e la differenza, da questo punto di vista, era evidente. Vinicius aiutava poco? Sì, meno di quanto farebbe un esterno disciplinato, uno alla Kvara, per intenderci. Ma almeno partecipava al ripiegamento, accettava qualche rincorsa, qualche copertura sporca. Mbappé invece sembrava quasi estraneo alla fase difensiva, come se appartenesse a un calcio parallelo in cui certi doveri non esistono.

MBAPPÉ CON LA MAGLIA DEL REAL MADRID (DAL 2024) NELLA PARTITA DI CHAMPIONS’ GIOCATA A LISBONA CONTRO IL BENFICA (Di Maso)
E la cosa più significativa è che nessuno sia riuscito davvero a cambiarlo. Ha avuto grandi allenatori, uomini di carattere e di idee: Emery, Tuchel, Pochettino, Galtier, Luis Enrique, Deschamps, Ancelotti. Nessuno, fino in fondo, è riuscito a disciplinarne i movimenti senza snaturarne il rendimento offensivo. Il compromesso è sempre stato lo stesso: concedergli libertà totale sperando che i gol compensassero il resto. Ed è qui che nasce il vero paradosso Mbappé. Perché stiamo parlando di un professionista irreprensibile fuori dal campo, di un atleta modernissimo, di un campione che a ventisette anni ha già accumulato numeri che molti fuoriclasse non raggiungono in una carriera intera. Eppure resta la sensazione che manchi ancora qualcosa per iscriverlo definitivamente nel ristretto club dei fenomeni assoluti della storia del calcio. Non per limiti tecnici, che sarebbero ridicoli da evocare. Ma per una questione più sottile e forse più importante: l’adattabilità. La disponibilità a deformare sé stessi per migliorare la squadra. I più grandi, prima o poi, lo fanno, Mbappé, almeno finora, no.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










