Ieri sono stato a vedere un allenamento.
Due campi a undici, uno sintetico e uno in erba. Linee bianche che dividono lo spazio in quattro parti. In ogni settore una squadra di bambini, tra i dieci e i dodici, e un istruttore a guidarli. Fischi, palloni che rimbalzano, voci che si sovrappongono. È un pomeriggio qualunque, tra le 17 e le 18.30. Ma dentro quel rettangolo non c’è solo calcio. C’è un piccolo mondo in movimento.
Quasi cento bambini contemporaneamente. Otto adulti a gestire tutto. Due allenamenti a settimana, più il weekend, dove spesso si raddoppia con le partite. A guardarlo da fuori, è un sistema che funziona. Organizzato, efficiente, vivo. Un esempio, verrebbe da dire, di come lo sport di base riesca ancora a tenere insieme comunità, educazione e passione.
Poi arriva un dato che rompe l’equilibrio.
Quegli istruttori prendono circa 100 euro al mese.
E allora la scena cambia. Non nei gesti, non nelle corse dei bambini, ma nel significato. Perché a quel punto non stiamo più osservando solo un’attività sportiva. Stiamo guardando un modello. E quel modello poggia su una contraddizione evidente.
Da una parte, si chiede agli istruttori di essere educatori. Devono gestire gruppi numerosi, relazioni complesse, emozioni che cambiano di continuo. Devono insegnare, correggere, osservare, adattarsi. Devono essere presenti, responsabili, competenti. Dall’altra, li si remunera come se tutto questo fosse poco più di un passatempo.
In molti casi, quella piccola cifra viene sostenuta grazie alla disponibilità di un imprenditore, di qualcuno che decide di dare una mano e coprire ciò che altrimenti resterebbe scoperto. Un gesto generoso, senza dubbio. Ma è anche il segnale di qualcosa che non torna.
Perché quel sistema non si regge solo su chi investe. Si regge anche sulle famiglie.
Sono loro, con le quote e le rette mensili, a contribuire in modo concreto al funzionamento quotidiano. Manutenzione degli impianti, bollette di luce e acqua, gestione degli spazi. Un contributo silenzioso ma fondamentale, che permette alla macchina di andare avanti ogni settimana.
Qui emerge un altro paradosso.
Quegli impianti, quei campi, quelle strutture nella maggior parte dei casi non sono nemmeno di proprietà di chi li gestisce o di chi li sostiene economicamente. Sono pubblici. Sono dei comuni. In altre parole, sono dello Stato.
La domanda allora diventa inevitabile.
Come è possibile che un sistema così ampio, che coinvolge centinaia di famiglie e decine di educatori, si regga su un intreccio di contributi privati, volontà individuali e strutture pubbliche?
Il punto non è trovare un colpevole facile. Non è una questione da ridurre a uno slogan. È qualcosa di più profondo. In Italia, lo sport di base vive in una zona grigia. Abbastanza importante da riempire i campi ogni pomeriggio, ma non abbastanza riconosciuto da essere trattato come un vero servizio educativo.
Basta fermarsi un attimo a guardare. Quegli istruttori non stanno solo facendo allenamento. Stanno accompagnando bambini in un percorso di crescita. Stanno insegnando a stare in gruppo, a rispettare regole, a gestire una sconfitta, a condividere una vittoria. Stanno facendo educazione, nel senso più concreto e quotidiano del termine.
Davvero possiamo pensare che questo valga 100 euro al mese?
E da questo stesso modello distorto e zoppicante qualcuno pretende anche di ricavare talenti e profili.
Talenti che, paradossalmente, non andrebbero a migliorare questo sistema, ma finirebbero per alimentarne un altro. Un circuito più alto, più visibile, più ricco. Un loop che, se non viene spezzato, continua a drenare valore senza restituirlo davvero alla base.
Il rischio è duplice. Da una parte non si costruisce qualità nel presente. Dall’altra si illude di poter costruire eccellenza nel futuro partendo da fondamenta fragili.
Ma il problema non è solo sportivo o economico. È culturale.
Quando la qualità delle esperienze dei più giovani non migliora, le conseguenze non restano dentro un campo da calcio. Si allargano. Nel tempo si riflettono su una società sempre meno attenta ai bisogni, sempre più povera di valori educativi reali.
Il paradosso è tutto qui. Cento bambini in campo, otto adulti a guidarli, un’organizzazione che regge e produce valore ogni settimana. Ma sotto la superficie c’è un equilibrio fragile, fatto di passione, contributi familiari e iniziative private che cercano di compensare ciò che manca a livello strutturale.
Finché continueremo a considerare lo sport giovanile come qualcosa che si arrangia, continueremo a chiedere professionalità senza riconoscerla davvero. E allora quei campi pieni resteranno una bellissima immagine. Ma anche il simbolo di un sistema che, silenziosamente, si regge su basi troppo deboli per durare.

BIO: Gianluca Urgnani, 50 anni, marito e padre, Uefa B. Da oltre 30 anni allenatore nell’Attività di Base; da dieci nel settore giovanile di FC Internazionale, attualmente con incarico di allenatore U9.










13 risposte
In Italia ci sono anche 2000 campi di calcio di proprietà della Curia,e spesso quelli Comunali sono intasati da più Scuole Calcio a distanza di un’ora e mezza, oppure date ad enti privati che ne gestiscono il flusso. Ma alcune società di scuole calcio ne tengono la gestione dell’impianto. 100 bambini , se volessimo rifarci alle quote standard che circolano, quei 100 bambini (attività di base e tralasciamo l’agonistica in questo conteggio ) potrebbero pagare sui 60€ mensili quindi sono 6000 euro al mese solo loro. Le scuole Calcio come è stato giustamente scritto , spesso sono aiutate da sponsor esterni (la maggior parte sono i papà dei ragazzi), ma a chi va in campo gli si chiede come da testo scritto , di essere mille cose ma senza il giusto valore economico! Che attenzione! Non va tralasciato il valore della qualità che uno ci mette,il tempo che si toglie ai propri figli , per accudire, aiutare , sostenere, i figli altrui, e spesso questi mister fanno anche più gruppi per arrotondare . Da aggiungere che poi queste stesse società chiedono di mister qualificati (per ottenere loro la qualifica di scuola calcio élite e quindi attrarre ) , che portino risultati, spesso chiedono anche se può portare flusso di bambini nella categoria a cui è destinato il mister , e spesso non li proteggono neanche da genitori fanatici, che a volte si arriva anche ad aggredire il mister . Il paradosso delle scuole calcio è che ora sono diventate aziende locali dove confluiscono interessi territoriali, politici , personali a discapito dei bambini .
Buongiorno, alla tua analisi che condivido in toto, aggiungo due possibili retroscena. 100 bambini all’incirca “rendono” 4000€, per gli 8 istruttori si spendono 800€. Si incassano 3200€ che in alcuni casi ti servono per retribuire 3 giocatori della prima squadra dilettantistica. Trovo questo modus operandi un’altra stortura del sistema. Oppure, in altri casi, servono per pagare il campo pubblico. Noi l’anno passato, non retribuiamo gli allenatori/educatori con 100€ ma con minimo 350€, spendevamo in media 2000€ al mese per pagare il campo del comune di Cagliari. A conti fatti, se non intervenisse, un privato si andrebbe in rosso. L’attività di base è la prima formazione come quella scolastica e andrebbe sostenuta professionalmente ed economicamente dalle istituzioni per incentivare i valori educativi che trasmette lo sport.
Solo in Italia si pagano giocatori sotto la serie D
Ciao filippo, perdona ma non capisco il nesso della tua considerazione. Intendi dire che le società dilettantistiche destinano i propri fondi all’attività della Prima squadra e non al settore giovanile?
Ciao mi trovi d accordo con tutto ciò che hai detto io ho 61 anni da venti mi occupo di piccoli amici finito il biennio torno indietro quindi solo bambini dai 5 ai 7 anni e così dall’ inizio di questa avventura bellissima e faticosa e difficile capire trovare le parole giuste fare la cosa giusta l unica cosa che mi aiuta e la mia passione e la gioia di vedere dei bimbi che non sanno neanche camminare lasciarli dopo due anni che sanno fare delle cose e sanno stare insieme è questa la molla che ci spinge io di mestiere faccio il metalmeccanico vivo di questo mio lavoro ma come dici tu da noi si pretende l eccellenza in tutte le componenti bravi allenatori bravi istruttori bravi educatori ma cosa riceviamo in cambio?nulla o quasi se decidiamo di fare un corso lo Dobbiamo pagare di tasca nostra e cosi via allora io perché lo faccio?per un cisa molto semplice la gioia negli occhi dei bimbi e l amore che mi esprimono.
In tanti, troppi club dilettantistici, la ADB è abbandonata a se stessa. Strutture fatiscenti, spazi ridotti, assenza di materiale e porte in cui calciare.
Al formatore non vengono neanche chieste le competenze.
Gli viene affidato un gruppo con la speranza che arrivi a fine stagione portando meno problemi/lamentele possibili.
L’ADB serve spesso solo a foraggiare la prima squadra.
Questa è la triste realtà
Sarebbe sufficiente che il mondo dei professionisti devolvesse una piccola percentuale dei loro introiti al mondo dei dilettanti visto che poi quando qualcuno di questi ragazzi (aimè sempre meno) approda nelle loro squadre.
ciao basterebbe far pagare ai professionisti tutto quello che le associazioni dilettantistiche devono pagare per accedere ai vari campionati provinciali o regionali. a nostra volta potremmo investire di più sugli allenatori-educatori e ridurre le quote di iscrizione alle famiglie. roberto
Buonasera,mi chiamo Silvano ed ho 67 anni,faccio parte anche io di un Settore Giovanile ,sono pienamente d’ accordo con l’ estensore dell’ articolo e dei vostri commenti a cui non aggiungo altro perché sono di per sé più che esaustivi,mi limito con un pizzico di emozione ( concedetemelo) nel notare tra le righe i tanti sacrifici che si fanno per uno Sport che ami fin da bambino,negli occhi di tutti i giovani vedi i tuoi sogni più o meno realizzati a livello personale, sicuramente a livello di Mister,dirigente ecc….senza offesa per nessuno, ma la parte sana del calcio è rimasta ferma qui,nessuno che venga a godersi una partita di Esordienti, Giovanissimi e magari Allievi..io che come tanti altri.non appena vedo un campo non importa in quale nazione,o città italiana mi trovi …ecco il bambino che vive in tutti noi che mi fa fermare a guardarli ,a ” vedere” i loro sogni a continuare ad amare quel pallone che non si fermerà mai nei nostri cuori…Silvano
Credo che sia un articolo ricco di valore e di contenuto. Aggiungerei, se possibile, un paradosso fondamentale dell’attuale sistema: le società sportive dilettantistiche, con i soldi che guadagnano da iscrizioni e poco altro, fanno fatica a mantenere i costi ingenti di una stagione sportiva tra strutture, iscrizione ai campionati, assicurazioni, ecc, come possono fornire stipendi più alti?
D’altronde un’atleta paga 500 euro medio a iscrizione l’anno, mentre un allenatore fortunato che prende 200 euro al mese ne fa spendere alla società 2000, 4 iscrizioni. Un’intera struttura sportiva non può reggere in un sistema così povero di risorse. Probabilmente la risoluzione del paradosso potrebbe essere integrare l’attività sportiva tutta, non solo il calcio, in un sistema scolastico centralizzato e collaborativo tra tutte le forme educative (scuola-famiglia-sport-teatro- ecc). In questo modo sarebbe possibile ottimizzare le strutture e le risorse. Poi concludo dicendo che un’altra alternativa pragmatica di quanto detto nell’articolo potrebbe essere quella di dare la possibilità ai tecnici di gestire più gruppi anche in società diverse (con tutte le garanzie del caso), in modo tale da permettere di incastrare gli impegni e rendere, dal punto di vista economico per il tecnico, in modo più soddisfacente. Ovviamente questa seconda opzione la vedo più complessa per via dei conflitti di relazione tra società diverse e tra società e tecnici.
Raccogliendo gli spunti ci si rende conto delle eterogeneità di situazioni e di elementi critici che caratterizzano le varie ADB. C’è chi le tiene per mestiere e chi per passione, chi ha sovvenzioni pubbliche e chi no, Istruttori che ricevono rimborso di 100 e chi di 350, famiglie che pagano quote di 600 e chi di oltre 1000€ annui e così via… Attivo che costano a chi li gestisce 70-80 100 mila all’anno compresi di tutti i costi. Si reggono ? Come si reggono ? Quali entrate ? E gli impianti? Di chi sono ? Per quanti anni sono utilizzabili? E ogni 1 luglio si ricomincia daccapo .
In tutto questo bailamme è chiaro che è difficile programmare e impostare attività pluriennale valida, di qualità.
È evidente che in tutto questo la volontà e la capacità della Federazione di impostare linee uniformi risulta assente o al più inefficace. Non siamo al momento in grado di realizzare un “sistema” che guidi e orienti.
grazie mister per l’analisi
Gentilissimo Urgnani, ho letto con vivo interesse la sua disamina che mette in luce il grigio delle italiche scuole calcio. In base alla mia esperienza pregressa mi permetto di aggiungere 3 o 4 pensieri sul perché non si da sufficiente valore al lavoro degli allenatori.
-In Italia l’idea dell’importanza dell’attività motoria nella cognizione incarnata è ancora remota. Lo è nelle scuole, dove, in confronto alla stragrande maggioranza dei paesi europei che pratica da anni l’educazione motoria obbligatoria sin dai primissimi segmenti prescolari e scolari, si è in imbarazzante ritardo. E anche quando si parla di gamification delle discipline, il gioco è strumentalizzato a favore dei saperi e non valorizzato come forma privilegiata di sviluppo di intelligenza. Di conseguenza anche i genitori più sensibili che credono nel valore dell’attività sportiva per la crescita dei propri figli, raramente di fronte a comportamenti poco appropriati e scarsamente educativi notati in alcuni allenatori prenderanno posizione e si metteranno di traverso, relegando la scuola calcio ad una sorta di babysetteraggio. Salvo poi sfogare i propri istinti da bordocampo. Ma di questo ben ci ha avvisato l’impagabile Alessandro Crisafulli.
-Svariati anni fa durante gli aggiornamenti di Sportilia, scaturiti dal geniale intuito di Gianni Grassi, oltre a personaggi che ancora oggi sono in grado di pronunciare parole felici nello sport, vennero come relatori due allenatori spagnoli che nelle loro prolusioni, mai terminate prima delle 1 di notte, ci illuminarono su svariati aspetti relativi all’allenamento. La cosa che mi rimase più in mente fu che i beniamini, i più piccoli delle scuole calcio, venivano affidati ad allenatori provenienti da scienze motorie e che comunque per non meno di 3 anni si erano formati anche con adeguati tirocinii prima di mettere le mani in pasta.
-Le scuole calcio in Italia, cosa che ho scritto più volte nel tentativo di condividere consapevolezza con gli allenatori, rappresentano una delle più efficaci invenzioni di educazione e di contenimento sociale. Lo stato che non ci investe è uno stato miope perché analogamente a quel che accade nella scuola inevitabilmente la qualità si abbasserà .
-Quando scrivo che si abbassa la qualità, come bene dici Urgnani, diventa difficilissimo il lungo percorso dello sviluppo e valorizzazione di eventuali talenti. Ma aggiungo, si deprezzano anche gli allenatori stessi. Per quei 4 spicci di rimborso, di certo non viene incentivata la volontà di migliorare. Le scuole calcio diventano paludi.
-Al contrario, spessissimo mi è capitato di incontrare allenatori speciali davvero generosi e motivati, commoventi nella tenerezza e nella competenza educativa che mettono nei confronti dei più piccoli, pronti a sacrificare fette importanti della propria vita familiare e privata pur di arrivare trafelati al campo. Allenatori pronti a lavorare anche per 0 lire. Eroi del nostro tempo, cottadini ad honorem. A loro va la mia ammirazione. Però c’è un però.
-Non sono poche le società sportive profittevoli di questa situazione non solo nella sottovalorizzazione economica di questi appassionati scrupolosi personaggi, ma nello stressare la loro disponibilità e la loro irrinunciabile passione. Giovani energie che a volte, pur di non perdere le proprie prerogative di Mister si rendono dipendenti da un sistema che non ammette il contraddittorio, che trasmette linee guida federative da eseguire senza alzare il capo, che subdora il dissenso e fa fuori chiunque possa, nel gruppo allenatori, far serpeggiare punti di vista alternativi. Un sistema colluso di connivenze di una Italietta misera misera in cui i nemici del Pres di turno sono i nemici di tutti. Gente da non nominare, da dileggiare anche per non perdere il consenso ed i favori del gruppo direttivo. Da tenere fuori comunque dal cerchio magico. E da vantarsene anche. Intanto la scuola calcio langue ed i talenti inevitabilmente vengono sciupati e sacrificati. Auguriamoci, per il bene di tutti, che siano una minoranza. Grazie ancora Urgnani per aver messo coraggiosamente il dito in una delle piaghe. Per fortuna non siamo in Egitto. Per ora.