In principio erano in giacchetta nera su camicetta bianca, come se andassero a teatro. Il primo che ricordo si chiamava Sbardella, divenne famoso perché arbitrò ai Mondiali del Messico nel 1970. Poi le giacchette nere, così infatti li chiamavano, vestirono tutto di nero: maglietta, calzoncini, calzettoni. Il marketing moderno li ha colorati di giallo, di verde, di rosso… Nel più importante campionato del mondo, la Premier inglese, fischiano poco, li conoscono ancora meno, gesticolano con garbo e non strillano in faccia ai calciatori.
È in Italia però che la figura dell’arbitro si è esaltata nel tempo, fino a creare delle autentiche celebrità: per la loro ambizione, la loro mania di protagonismo, i loro atteggiamenti teatrali. L’apripista fu senza dubbio Concetto Lo Bello da Siracusa, vero e proprio attore protagonista di ogni partita ponendovisi spesso al di sopra: prima io, poi il resto. Quando si vive da persone normali in mezzo ai milionari, si è ingolositi e così spesso è capitato che i fischietti – a tutte le latitudini, in ogni competizione – si siano lasciati tentare dal rettile della corruzione e non solo. Il famigerato ecuadoriano Byron Moreno, famoso per i disastri della partita Italia-Corea ai Mondiali del 2002, fu radiato l’anno dopo dalla sua federazione per aver partecipato a una trasmissione televisiva (italiana), venendo criticato aspramente per il suo eccessivo protagonismo. Pochi anni dopo fu condannato e incarcerato per traffico di droga. Rilasciato per buona condotta, fu indagato per evasione fiscale.
La categoria nel nostro Paese si è tristemente degradata. Dopo la triste rivoluzione del 2006 liricamente ribattezzata “Calciopoli”, sono arrivati altri pasticci. L’ex procuratore capo dell’AIA (Associazione Italiana Arbitri), Rosario D’Onofrio, è stato condannato 2 anni fa per traffico internazionale di droga e a seguito di questo scandalo, si dimise l’ex presidente AIA ed ex arbitro Alfredo Trentalange. Antonio Zappi, presidente AIA dal 2024, fu deferito dalla Procura federale per presunte pressioni sui designatori di serie C e D. Adesso tocca a Gianluca Rocchi provare a salvarsi dalla bufera.
Dura vita, quella dell’arbitro. Perché qui parliamo di quelli famosi, quelli che arrivano in alto, ma ce ne sono a centinaia che non scavallano mai le categorie inferiori: ogni weekend treni, alberghetti sudici, tifosi scalmanati, tesserati violenti. Per un tozzo di pane come rimborso spese. Se non altro, gli arbitri di cui si discute in tv mettono in tasca dei discreti quattrini, oltre al mestiere che fanno (anche se il mio amico Paparesta dice che devono dedicarsi h24 all’arbitraggio).
A proposito dei guadagni, dirigere una partita in Serie A garantisce circa 4000 euro lordi più diaria e spese. Oltre al gettone partita, c’è un compenso fisso annuale che varia a seconda dell’esperienza e del livello internazionale. Considerando una ventina di partite l’anno, un arbitro può arrivare a guadagnare circa 160.000 euro lordi in una stagione, mentre gli internazionali possono toccare e superare i 200.000. Fonte Calcioefinanza.
Gli arbitri italiani sono tra i meglio pagati, più che in Premier e in Francia, ma meno che in Liga e Bundesliga. Non siamo al professionismo puro, ma i compensi paiono esserlo eccome.
Di sicuro, gli atleti e i tesserati non li aiutano più come una volta, quando – se non proprio fairplay e cavalleria – la sportività era certamente superiore rispetto alle simulazioni e alle sceneggiate moderne. Così come il comportamento di allenatori e dirigenti, salvo le eccezioni che non smentivano le regole, aveva dei connotati di educazione molto marcati. Sono in molti a pensare che spesso gli arbitri tendano
a far andare la partita come vuole lui (in passato lo disse persino Ruud Gullit), non tanto – o non solo – per il risultato, ma per come si pongono nei confronti di un giocatore, una squadra, un allenatore. O il pubblico, tanto che qualcuno si guadagna la nomea di essere “casalingo” se soffre delle pressioni dei tifosi.
La domanda più importante, però, credo sia questa: cosa spinge un ragazzo a diventare arbitro? Banalmente, qualche volta il fatto di amare lo sport senza avere talento o requisiti per fare carriera. Non dimentichiamoci infatti che esistono arbitri in ogni disciplina. Un adolescente o una adolescente possono scegliere di fare l’arbitro per tante ragioni,non tutte ovvie a prima vista. Spesso non è solo “stare in mezzo al campo con un fischietto”, ma una scelta che dice molto su carattere e interessi.
Una motivazione forte è la passione per lo sport: come dicevo, non tutti riescono o vogliono essere atleti ad alto livello, ma fare l’arbitro permette comunque di vivere la partita da protagonista, con una prospettiva diversa e spesso più “intelligente”. Vi sono alcuni altri stimoli più profondi, più caratteriali. Qualche esempio. Prendere decisioni sotto pressione, gestire persone, mantenere autocontrollo e sicurezza, senso di responsabilità. Sono competenze utili ben oltre lo sport, per alcuni è stimolante avere questo ruolo centrale e imparziale, aiuta a stare in equilibrio.
Il passare del tempo, l’eventuale crescita nella carriera, salire di categoria, possono finire col cambiare le prospettive. Di recente ho incontrato l’arbitro di Italia-Brasile 3-2 dei Mondiali di Spagna nel 1982, all’inaugurazione del museo dedicato a Paolo Rossi. E’ il signor Abraham Klein, israeliano: persona dolcissima, accompagnato dalla signora affabile come lui. Delizioso parlare con lui, vivere la sua intatta emozione di aver diretto una partita storica, leggendaria. Il fatto che qualcuno lo avesse invitato, dimostra che qualche volta anche gli arbitri possono essere ricordati passando dalla porta principale degli eventi.

BIO: Luca Serafini è nato a Milano il 12 agosto 1961. Cresciuto nella cronaca nera, si è dedicato per il resto della carriera al calcio grazie a Maurizio Mosca che lo portò prima a “Supergol” poi a SportMediaset dove ha lavorato per 26 anni come autore e inviato. E’ stato caporedattore a Tele+2 (oggi SkySport). Oggi è opinionista di Sportitalia e direttore della Fiera digitale dello sport . Ha pubblicato numerosi libri biografici e romanzi.










5 risposte
Bellissimo articolo a suffragio delle vecchie giacchette nere Luca! Verissimo quello che giustamente sottolinei nella tua narrazione riguardante quella maggioranza di arbriti che per un modesto rimborso spese si sobbarcano molto spesso dei fine settimana onerosi e persino pericolosi. Vivo a Roma e nel mio condominio abita un giovane laureato che, a latere della sua professione, esercita l’attività di arbitro nei gironi giovanili. È nella stessa sezione arbitri di Daniele Doveri e delle volte, dietro una tazzina di caffè …amiamo conversare…lui tiene per la Lazio ed io per il Milan…il resto del chiacchiere ciò lo lascio alla pura immaginazione dei nostri squisiti lettori!
Buona giornata!
Massimo 48 ❤️🖤
Grazie
Articolo che mette tanti concetti insieme (problematiche serie) ma che in comune non hanno nulla a che vedere e che rischia di avere ripercussioni sulle gare di competenza della lnd (dalla juniores fino alla serie d) e del settore giovanile e scolastico provinciale e regionale (dall’u-15 all’u-17). Ma comprendo anche che se sei uno spettatore di tutto questo indegno spettacolo è normale parlare di tutto e un po.
Onestamente non ho ben capito il senso della tua critica, ma forse è colpa mia
Ho fatto l’arbitro per 17 anni e ho lasciato nel 2006 per motivi personali vicino al traguardo della vecchia serie C, dove potevo essere promosso da assistente. Amo ripetere sempre “arbitro una volta, arbitro tutta la vita” perché posso dire senza paura di smentite di aver vissuto un ambiente altamente formativo a livello personale, fisico e caratteriale. L’essere sempre al centro dei malumori e dei giudizi, crea uno spirito di colleganza davvero speciale. Come l’appartenenza a un corpo, anche senza divisa un “collega” che nemmeno conosci è sempre una persona speciale. Sono ferito a morte da quello che è diventato il palcoscenico attuale. Figlio a mio giudizio di un sistema allo sbando che ha trascinato con sè un mondo che deve essere riportato alla sua dimensione di scuola di vita e di valori. Non voglio mettere adesso di mezzo il nostro Milan e la totale perdita di identità cui stanno costringendo il nostro calcio. Un mondo in cui non mi riconosco più. Ma dopo 20 anni che non ho più la tessera dell’AIA, posso ancora dire di vivere emozioni forti quando so parla di “arbitro”. A testimonianza che laddove mancano lotte di potere, ma esiste ancora e solo la passione, fare l’arbitro è motivo di orgoglio. Così come esserlo stato. Grazie di averne parlato.