ESTASI, BELLEZZA, FELICITÀ: LE FINALITÀ ETICHE DELLA VITA

Nel corso dell’ultima puntata della storica trasmissione domenicale che lo ospita, Lele Adani ha sentenziato, fra le altre cose, che “per contrastare il progresso in Italia è stata inventata la dicotomia fra gioco e risultato”, come se per ottenere quest’ultimo non risulti ovviamente un immane paradosso rendersi protagonisti di prestazioni imbarazzanti che maggiormente distanziano l’obiettivo dall’idea.

Una tesi che sostengo da anni e che arricchirei di un’altra, direi incontrovertibile, sentenza: si ha la sensazione che il gol, in Italia, sia concepito quasi come un’eresia.

Come se segnare rappresentasse l’antitesi di un gioco sì straordinariamente complesso ma che decreta, in ultima istanza, la conquista della vittoria solo ed esclusivamente in virtù delle reti messe a segno in numero maggiore rispetto alle marcature dell’avversario.

Il discorso necessiterebbe di un’estensione grafica chilometrica irrealizzabile, per cui vi rimando alla ricerca delle considerazioni argomentative ed analitiche in merito caratterizzanti diversi articoli all’interno del blog.

Riallacciamoci a quanto ammirato ieri sera nella gara valevole quale semifinale d’andata del più importante teatro mondiale futbolistico: intensità, velocità di pensiero ed esecuzione, atletismo, voglia sconsiderata di imporsi, tecnica sublime allenata perché venga messa al cospetto di affrontare quelle situazioni per cui bisogna essere stati educati alla responsabilità e al rischio (differentemente da quanto accade nei nostri settori giovanili, il cui insegnamento primordiale è verosimilmente quello di “non rischiare” e di imporre una densità che priva l’esecuzione individuale della possibilità di sciorinare potenza e corsa migliorando la qualità) e tanto altro.

Eppure, a causa del numericamente pirotecnico ed esteso risultato, rimarcando la consueta assenza di propensione alla bellezza tipica di chi antropologicamente non accoglie l’estasi quale finalità etica della vita, alcune valutazioni nostrane si sono concentrate sulla scarsa valenza difensiva di due compagini che hanno sciorinato calcio con un ritmo tale da sollecitare continuamente non solo l’apparato delle retroguardie ma la totalità dell’assetto delle due squadre.

È questo il concetto primario da capire.

 Kvaratskhelia, nella conferenza che ha preceduto la michelangiolesca partita, ha letteralmente affermato di essere diventato un giocatore più completo con Luis Enrique avendo DOVUTO elevare la capacità di saper difendere e di correre per i compagni nelle due fasi da sviluppare. Dembele, ai microfoni di una famosa emittente internazionale, ha candidamente affermato, successivamente alla domanda lui rivolta dallo studio relativa alle sue capacità atletiche, che “se non corri con Luis Enrique non giochi”.

Quello che agli offuscati, diffidenti ed anacronistici occhi peninsulari sfugge è che, tanto più ai massimi livelli, il calcio oggi consta di fasi offensive e difensive che sgretolano l’interpretazione statica dei ruoli, che travalicano l’idea di reparti che hanno funzioni precise e limitate, che per forza di cose invitano a decretare maggiore risonanza offensiva e a sollecitare infinitamente di più chi era anticamente posto nella sola condizione di sgomitare o agire di reparto.

Alcuni dati di fine gara, puntualmente sciorinati, parlano di 55 dribbling tentati e 72 tocchi nell’area avversaria: mediamente il doppio di quello che siamo abituati a vedere in Serie A.

Da mutare è dunque la prospettiva: parliamo di due allenatori che proiettano come fondante l’idea che la squadra avversaria vada attaccata ogni minuto, che ogni azione sia un’azione che possa condurre inevitabilmente ad una marcatura, la cui idea di gestione è rappresentata dall’efficacia della proposta.

Ovvio che numericamente ciò comporti la creazione di occasioni da rete in serie, evidentemente indubbiamente concretizzate poi dalla qualità degli attori protagonisti.

La fase difensiva è dunque continuamente asfissiata, sotto pressione: l’inevitabile e per l’intelletto confortante e logica  conseguenza è capire che in gare del genere (in ogni caso difficilmente replicabili perché la sintonia derivava dall’avere entrambe una visione identica di calcio) un numero di marcature elevato è praticamente un corollario da sillogismo aristotelico.

L’errore è pensare che se ci siano state nove reti sia dipeso da deficienze difensive, al netto di dettagli da rivalutare presenti in ogni incontro, anche e soprattutto in quelli all’interno dei quali una svista, un’interpretazione errata, determinano in quel caso sì, realmente, un risultato inchiodato.

La bellezza salverà il mondo.

Soprattutto perché la tensione emotiva volta alla ricerca e all’esaltazione del bello conduce inevitabilmente alla propensione al bene e alla felicità.

Lasciatevi travolgere dalla bellezza.

O sarete travolti dal Dunning-Kruger, “una distorsione cognitiva nella quale individui poco esperti e poco competenti in un campo tendono a sovrastimare la propria preparazione giudicandola, a torto, superiore alla media”.

Tradotto: quando l’ignoranza è tale da non concepire neppure per amor proprio il solco che la separa dalla competenza.

Quando l’ignoranza si rende competenza proprio perché non ha minimamente idea di ciò di cui si sta parlando.

La più rilevante colpa della mediocrità è quella di non voler (ri)conoscere nulla di superiore a sé stessa: per questo la cosa peggiore che possa capitare a un genio è quella di essere compreso.

Evviva.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

4 risposte

  1. Concordo in pieno Andrea sulla tua preziosa ed analitica visione del vero calcio quando tende ad assurgere allo stile “Louvre”!
    È purtroppo un malcostume tipicamente nazionale averne dimenticato sapore e sensazioni.
    Le concause sono molteplici e sarebbe lunghissimo dissertarne i contenuti. Dopo la languente visione del recente Milan Juventus, storico ed iconico match italico, mi sarebbe balenata un’idea tanto bislacca quanto stuzzicante….Iniziare le partite con 5 calci di rigore per squadra e poi fischiare l’inizio!
    Cosa ne pensi? Sicuramente non avremmo più bisogno di aromatiche Camomille!!
    Buona giornata!

    Massimo 48 ❤️🖤

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