I valori: ma a chi stanno davvero a cuore?
Mi duole dirlo, ma quello che vedo ogni giorno intorno a me è, nella migliore delle ipotesi, vile carrierismo.
I. La diagnosi
A tanti miei colleghi non gliene può fregar di meno dei propri ragazzi e della loro crescita. Per troppi allenatori i giocatori sono solo uno strumento di ascesa personale. E non parlo solo degli allenatori: responsabili, direttori, procuratori, scout — lavorano tutti per sé stessi.
Quelli che hanno davvero a cuore la crescita dei ragazzi sono pochi, e sempre meno. Le società sportive, un tempo animatrici di un ruolo sociale vissuto come missione, si sono trasformate in aziende a scopo di lucro. Sono le prime a non trasmettere più alcun valore, se non quello del risultato — a tutti i costi. Intendiamoci: il risultato conta, e sarebbe ipocrita negarlo. Ma non può essere l’unica bussola.
II. Il teatrino del colpevole
In queste 48 ore ho letto un sacco di boiate. Ci fosse stato un solo mea culpa. I giocatori che non ce l’hanno fatta danno la colpa ai raccomandati — che esistono, sia chiaro. Gli allenatori puntano il dito contro dirigenti e procuratori, dimenticando che fino a ieri erano zitti e complici. I dirigenti invocano le strutture fatiscenti e i regolamenti obsoleti: ma cosa avete fatto in vent’anni per cambiarli?
Tutti con la verità in tasca, nessuno con una proposta. La solita corsa al capro espiatorio senza che nessuno cerchi una via d’uscita. Io mi sono fatto mille domande e ho più dubbi che certezze — ma di una cosa sono sicuro: non sono stato, e mai sarò, complice di certe porcate che si vedono ogni giorno e che tutti fingono di non vedere, girandosi dall’altra parte.
III. Il problema è culturale, non tecnico.
Il calcio è diventato un business, e attorno ad esso si è accumulata una massa di arrampicatori sociali. A cominciare dai genitori in tribuna, pronti ogni domenica a dare il peggio di sé per sfogare le proprie frustrazioni. Vivono l’attività sportiva dei figli come una possibilità di riscatto sociale — cosa che dovrebbe eventualmente essere per i giocatori stessi — caricandoli di pressioni e ansie che spesso sfociano nell’abbandono sportivo. Un’altra piaga dei nostri tempi.
Ho visto ragazzi che fino a sedici anni non sognavano altro che il calcio smettere a diciotto, solo perché non erano diventati professionisti. Come se giocare nelle serie minori fosse un disonore. Allora mi chiedo: giocavate perché amate questo sport, o ci vedevate solo la possibilità di diventare qualcuno da postare sui social — su una macchina fuori serie, con accanto una bambola ritoccata dalla testa ai piedi?
Perché è di questo che si innamorano i giovani oggi: non del calcio, ma della vita che i calciatori mostrano sui social. E se non arriva il calcio, si prova con il rap. E se non va nemmeno quello, magari si vendono pezzi del proprio corpo su qualche piattaforma online. L’obiettivo, in fondo, è sempre lo stesso: soldi facili.
IV. Le domande che contano
Siamo sicuri che il problema sia la metodologia? Siamo sicuri che parlando ancora di tattica, moduli e tecnica troveremo una soluzione? Non stiamo forse cercando nel posto sbagliato? Non è che il problema sia leggermente più grave — e che sia da rivedere l’intero modello valoriale del mondo che abbiamo costruito?
Ci siamo mai chiesti cosa sognano davvero i nostri ragazzi? Cosa inseguono, e perché? Su quali valori è fondata la società che abbiamo costruito per loro? Non ho la presunzione di avere risposte. Ma sono convinto di una cosa: solo ponendoci le domande giuste — quelle vere, quelle scomode — troveremo una via d’uscita.

Il calcio non è il mio lavoro, ma è la mia più grande passione e la ragione per cui mi alzo ogni mattina.










2 risposte
Buonasera Arturo, la sua analisi, a mio avviso, è giusta.
In particolare, il punto 3 è quello più preoccupante.
I ragazzi sono convinti che sia facile arrivare ma quando si rendono conto delle difficoltà, non sono in grado di reagire.
Ovviamente, non vale per tutti, però questo è ciò che vedo io.
Questi giovani sono figli degli highlights, dove si vede soltanto il gol.
Inoltre, la poca attività fuori dal campo di calcio, non facilita…
Ciao Arturo !
Troppo spesso si dimentica che il Calcio, soprattutto nel settore giovanile, è un Gioco !
Troppo spesso ci si dimentica il valore del gioco per l’essere umano, confondendone i connotatiti e banalizzandolo. Nel gioco, l’essere umano manifesta il proprio sé.
La tua analisi, molto lucida e carica di energia, mette in luce alcune tematiche che il sistema moderno (e non mi riferisco solo al calcio) ha messo fortemente in ombra negli ultimi tempi.
E’ necessaria una forte sterzate su svariati paradigmi, già nella prima fase di crescita.
Bisogna tornare a coltivare la passione per il gusto di giocare.
Resto fermamente convinto che -Chi si diverte gioca bene e si diverte.-
Grazie per il tuo prezioso contributo.
Ti saluto con stima e affetto.
Manuel Lamecchi