lo chiamavano calcio italiano

LO CHIAMAVANO CALCIO ITALIANO: CAMBIARE IL PENSIERO PER CAMBIARE LE TESTE

“C’è una differenza: giocatore è colui che gioca bene, calciatore è colui che conosce il calcio”.
Ma soprattutto: “Per diventare un buon allenatore non bisogna essere stati, per forza, dei campioni; un fantino non ha mai fatto il… cavallo.”

Due punti cardine del manuale del Profeta Arrigo Sacchi (80 anni il 1° aprile 2026), tanto correnti all’epoca quanto attuali oggi. L’esempio più lampante e, da ultimo, quello più doloroso, è la terza esclusione dell’Italia dai Mondiali: l’ennesima uscita di scena che profuma di Salmo 130, noto ai più come De profundis.

Nel calcio esistono le categorie. Lo dice Allegri, lo conferma la storia. Non solo tra calciatori, ma anche tra allenatori, il cui pedigree del passato – da atleta in campo – non è necessariamente sinonimo di successo.
Il crollo della Nazionale è autenticato a tre fattori: la guida tecnica, la scelta delle risorse e il terrore di giocare. Con un quarto elemento ad aleggiare nel perimetro azzurro: il pensiero, ovvero la voglia di uscire dalla comfort zone, allargare le vedute e provare a invertire la tendenza (comune), mettendo le prestazioni (e i rendimenti) davanti ai nomi.
Al netto di quanto accaduto contro la Bosnia – di un sistema sbilenco, di Bastoni adattato a centrale difensivo (poi giustamente espulso) o di giocatori non messi nella condizione di performare al meglio, fino ad arrivare ai gol sbagliati sotto porta – bisogna prendere atto di una realtà scomoda che è stata oscurata per tanto, troppo tempo.

La crisi del calcio italiano non nasce dal ko di Zenica o dalle esultanze di fronte agli schermi ancor prima di affrontare gli avversari. Eccezion fatta per il miracolo clamoroso di Mancini e Vialli a Euro 2020 – da intestare a loro, per idee e coraggio – il cortocircuito è in essere dal post Mondiale 2006, con la retorica del Gattopardo a dettare legge: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Il cambio, di fatto, non c’è mai stato. Il merito è andato in lockdown ancor prima della pandemia e lo (pseudo) switch è stato un tentativo maldestro di insabbiare i problemi e rimestare in superficie, evitando di affrontarli in profondità e nel dettaglio. Cultura del paradosso, miopia accecante e immobilismo frenetico.

L’Italia si è auto-sabotata con le sue stesse mani, passando dall’essere una squadra che faceva paura agli avversari a un gruppo che ha paura degli altri. Un ribaltamento totale che, anno dopo anno, ha divorato il corpus del calcio e la produzione dei talenti, che esistono ma sono inespressi. Oppure, ancora peggio, quei pochi che si distinguono vengono esaltati mediaticamente con paragoni che non stanno né in cielo né in terra, perché sentir dire che “Bastoni è meglio di Maldini”, “Pio Esposito ha le movenze di Van Basten”, “Dimarco è meglio di Roberto Carlos” non fa altro che sovraccaricare di pressione i diretti interessati. Che sono buoni giocatori, risucchiati in una bolla distorta che non corrisponde a realtà. E se poi chi sta al vertice della piramide ancora crede che gli “altri sport” siano “dilettantistici” forse non ha compreso lo stato dell’arte.

lo chiamavano calcio italiano
Foto via Leggo.it

RICOSTRUIRE…GUARDANDO OLTRE

L’esempio di come si costruisce o ricostruisce un sistema lo insegnano proprio le altre discipline, su tutte il tennis, con l’operato del presidente della FITP Binaghi e i trionfi di Jannik Sinner sotto gli occhi di tutti. Un modus operandi che incarna alla perfezione l’ideale catulliano secondo cui “il successo ama la preparazione”. E diventa l’emblema di chi costruisce le vittorie attraverso il lavoro e non a parole.

Perché, sempre secondo Sinner, “il talento non esiste e bisogna guadagnarselo”. Un concetto che in Italia assomiglia a una raccolta fatta senza semina, puntare non alla qualità dei frutti ma al frutto, così com’è.
Lo dimostra il fatto che cambiano le teste, ma il modo di pensare resta il medesimo. Nessuno rinuncia ai propri privilegi. Nessuno ha utilizzato le parole giuste al momento giusto: “fallimento” e “dimissioni”. Ma solo dopo giorni, con Gravina che – messo alle strette – ha abdicato.

Dunque, eccoci qui. 12 anni dopo, ancora a trovare un capro espiatorio e a ripetere le solite nenie del “eh ma…eh se” che suonano come sentenze da fiera dell’ovvio. O ancora peggio del “i giovani di oggi non hanno mai visto l’Italia ai Mondiali”, che sono cresciuti senza la Nazionale ai Mondiali e hanno tutta la vita davanti, a differenza degli anziani che quella possibilità, per ragioni anagrafiche, la vedono restringersi anno dopo anno.

Se il principio del ragionamento è uguale da 30 anni e non si adatta al presente, come si può pretendere che le cose mutino veramente? E come si può pretendere di raggiungere i risultati per bontà divina o acquisita, solo per il fatto che “siamo l’Italia e abbiamo vinto 4 Mondiali”? La soluzione resta difficile e contorta. E allora perché non scavalcare i confini azzurri e affidarsi a professionisti stranieri con idee e punti di vista alternativi (Klopp o Guardiola?). Perché non osare provando a fare – solo per citarne alcuni – come il Brasile con Ancelotti, la Turchia con Montella o l’Inghilterra con Tuchel? Per rinnovarsi ci vuole coraggio, ma soprattutto serve una visione ampia e a lungo termine. Perché non sempre il rimedio più immediato è quello più efficace.

Il piano di riforma di 900 pagine di Roberto Baggio non è mai stato preso in considerazione, così come la volontà di evolvere. Bisogna guardare oltre e accettare i fatti: l’Italia non va ai Mondiali, il calcio italiano non è più lo sport rilevante, i campioni vivono in altri sport. Da cui il calcio, nonostante le 4 stelle sullo stemma, deve imparare e soprattutto accoglierne il cambio di paradigma, consapevole che esistono i cicli e che quello attuale non parla la lingua del pallone. Ma deve tornare a farlo, per se stesso e soprattutto per i tifosi.

Riflettere, lavorare, ripartire. E prendere spunto da altri sport, che portano in alto in nome dell’Italia – da Sinner a Brignone, da Antonelli a Bagnaia e Bezzecchi, da Jacobs a Tamberi (tanto per menzionarne alcuni) – mentre il calcio azzurro resta lì dormiente, in attesa di rinascere, recluso in una triste prigionia e con il timore di andare avanti.

BIO: Andrea Rurali
Brianzolo Doc, classe 1988. Nato lo stesso giorno di Bobby Charlton, cresciuto con il mito di Johan Cruijff e le magie di Alessandro Del Piero. Da sempre appassionato di cinema, tv, calcio, sport e viaggi.

  • Lavoro a Mediaset dal 2008 e attualmente mi occupo del palinsesto editoriale di Cine34.
  • Sono autore del programma di approfondimento cinematografico “Vi racconto” con Enrico Vanzina e co-regista dei documentari “Noi siamo Cinema”; “Vanzina: una famiglia per il cinema”; “Noi che…le vacanze di Natale” e “Cult in campo: L’allenatore nel pallone…40 anni dopo”.
  • Dal 2014 dirigo la rivista web CineAvatar.it (http://cineavatar.it/)
  • Nell’autunno 2022 ho fondato la community Pagine Mondiali e nell’estate 2023 la piattaforma sportiva Monza Cuore Biancorosso.
  • Da agosto 2023 collaboro con la testata giornalistica Monza-News: cuore le analisi delle partite del Monza e conduco la trasmissione Binario Sport.
  • Dal 2019 collaboro con la casa editrice Bietti, in particolare per la realizzazione di saggi sul cinema inseriti nelle monografie di William Lustig, Manetti Bros, Dario Argento e Mike Flanagan.
  • Tra le mie pubblicazioni, il saggio “Il mio nome è western italiano” nel volume Quando cantavano le Colt. Enciclopedia cine-musicale del western all’italiana (F. Biella-M. Privitera, Casa Musicale Eco, 2017) e il saggio “Nel segno del doppio” nel libro “Mediaset e il cinema italiano. Film, personaggi, avventure” di Gianni Canova e Rocco Moccagatta.
  • Ho scritto insieme a Ilaria Mainardi il libro Van Basten: Il Cigno di Utrecht per Garrincha Edizioni, con intervista e post-fazione di Filippo Galli.
  • Sono autore del libro “Il gol di Del Piero: destro a giro e poesia”, pubblicato a il 25 novembre 2025 da Garrincha Edizioni per la collana “Cineteca del Gol”

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