IL TRAMONTO DI UNA CIVILTÀ CALCISTICA

La parabola della nazionale italiana rivela un profondo abisso tra un passato glorioso ed eroico e un presente oscuro caratterizzato da una preoccupante normalizzazione tecnica e caratteriale. Una traiettoria dal retrogusto amaro, simile a quella che ha portato la Grecia epica di Eracle, Giasone e Ulisse a diventare quella di oggi, divorata dal libero mercato, che non è più proprietaria nemmeno del Porto del Pireo – con la differenza che per la loro caduta c’è voluto un millennio, per la nostra vent’anni.

Analizzando le formazioni storiche italiane dal 1980 a oggi, è chiaro come il venticinquennio culminato nel 2006 abbia rappresentato l’apogeo di una scuola capace di produrre calciatori di livello mondiale, mentre l’era successiva, compresa tra il 2008 e oggi, ha segnato il tracollo del movimento calcistico nazionale e della produzione di talento in grado di imporsi sulla scena internazionale. 

Perché i giganti cadono dunque? Partiamo da questo. Il crollo, a differenza di quello fisico che parte dai piedi, a livello sistemico dipende sempre dai vertici, dalla testa pensante, ovvero dai dirigenti federali, dal loro livello intellettuale e dal grado di corruzione portato dalla deviazione delle loro ambizioni. 

Ritornando ai voli pindarici sul mondo greco, l’Acaia Micenea collassa quando l’avidità dei suoi capi li porta a concepire quella che andrebbe forse considerata la Prima vera Guerra Mondiale (la Guerra di Troia), che li espose come nudi all’invasione Dorica. 

Meno di mille anni dopo, Il sogno ellenistico d’Alessando crolla quando la sua ambizione, dall’ideale dello sconfiggere i Persiani che avevano ormai completato un processo di accerchiamento e corruzione del mondo greco, decadde spostandosi sull’inseguimento della propria leggenda, che lo vedeva raggiungere, in fine, quell’Est in cui sorgeva il sole. Se avesse avuto misura, forse oggi staremo tutti parlando in greco e magari vedremmo ancora nella natura non un mero oggetto di cui disporre ma piuttosto un contenitore sacro del divino.

La decadenza nasce sempre da un collasso della visione. Quando gli ideali e le ambizioni, anche individuali, vengono deviate e spostate verso il tornaconto economico ad esempio, passano dalla condizione di motore a quello di impianto frenante per un sistema. Quando questi prendono il posto dei valori che nascono da chi ambisce all’immortalità della leggenda, lì inizia la caduta: Totti, Maldini, Del Piero, Vieri, Pirlo, Buffon, Nesta, Cannavaro, Gattuso, Bergomi, Baresi, Vialli, ecc… erano eroi che vivevano per entrare nel mito, animali da competizione che avrebbero potuto riempire una delle mille navi omeriche sbarcate ad Ilio, al pari di un Aiace e di un Diomede, o servire sotto Giasone, nell’Argo, come i Dioscuri, alla caccia del Vello d’Oro.

Ma non è stato il vincere a rendere vincenti quei campioni azzurri: erano dei vincenti ancor prima di vincere perché incarnavano lo spirito olimpico dello sport – erano dei campioni prima ancora di diventarlo. Erano nati in un sistema di valori ed ideali che era capace di partorire leggende.

Ma è chiaro che quel sistema di valori ed ideali non è decaduto solo in Italia, è il mondo ad essere cambiato… Per tutti e in tutti i campi. Nello sport non ci sono più personaggi che, ad esempio, trascendono la loro disciplina sfociando nell'”ephos” – non ci sono più Michael Jordan, Diego Armando Maradona, Muhammad Ali – chissà se si salverà la Boxe con Usyk?

Il mondo è cambiato per tutti, e il capitale finanziario del libero mercato, quello slegato da qualsiasi riferimento “reale”, ha invaso ogni corpo non lasciando più in piedi un sistema in grado di trasmettere alle nuove generazioni, di sportivi e non, quei codici che servivano per mirare all'”ephos”. Ma allora la domanda è questa: a parità di ecosistema viziato perché noi siamo caduti così in basso rispetto agli altri?

Questa crisi è evidente che ha nella testa la sorgente della sua malattia, e nei piedi, nel vero senso della parola, l’espressione dei suoi sintomi patogeni, e come un buon Bechamp direbbe: è partendo dalla fonte, dalla testa dunque, che bisogna ricercare la sua soluzione – come? con delle profonde e rivoluzionarie riforme strutturali. 

Primo punto: la dispersione del talento individuale sulla scena internazionale è relazionato alla perdita di caratura dei clubs italiani nelle gerarchie mondiali. E’ evidente che sia così.

Storicamente, i successi azzurri sono stati il riflesso di una Serie A che fungeva da centro gravitazionale del calcio mondiale; oggi, la mancanza di clubs stabilmente ai vertici delle competizioni europee priva i calciatori della pressione d’élite necessaria per maturare e rispecchiare le ambizioni di un paese di grande tradizione.

Non sono d’accordo con chi dice che bisognerebbe regolare un numero minimo di italiani in campo, soluzione che temo drogherebbe il mercato e porterebbe alla crescita esponenziale di “casi Belotti” in cui i club chiederebbero cifre spropositate per calciatori italiani rischiando di impantanarne la proiezione evolutiva o quantomeno rallentarla nei momenti decisivi. Il protezionismo al vertice crea solo mediocrità strapagata che porterebbe, molto probabilmente, ad un abbassamento ulteriore del livello del campionato.

Al contrario penso bisognerebbe procedere ad una completa apertura agli extracomunitari per la Serie A, equiparandoli agli europei, per alzare il livello tecnico a costi contenuti, permettendo ai clubs di massima serie di acquistare giocatori Africani e Sudamericani di spessore e riacquistare competitività intercontinentale. Perché non ha alcun senso riempire le rose di calciatori stranieri europei limitando a 2 il posto per gli stranieri provenienti dal resto del mondo. Uno straniero è uno straniero. Devono essere stranieri forti, questo è il punto. I più forti possibili.

Punto numero due. Questa apertura agli extracomunitari per la Serie A deve però essere bilanciata da un protezionismo totale nei settori giovanili e nelle serie minori, dalla B in giù, che dovrebbero restare laboratori esclusivi per il talento nazionale, garantendo ai giovani italiani lo spazio necessario per la crescita e la proiezione verso il calcio professionistico e competitivo, senza la concorrenza di calciatori stranieri durante questa fase. Non ha senso avere stranieri in B, C, D e nei settori giovanili perché gli stranieri servono ad aumentare la competitività, e la competitività deve raggiungere l’apice solo nella divisione che affaccia le squadre sulla scena internazionale. Tutto ciò che è più in basso deve essere formazione, crescita e scalata.

Parallelamente, è fondamentale rivoluzionare la figura dell’allenatore formatore, garantendo salari minimi elevati e professionismo agli staff dalle dalle U19 in giù fino alle scuole calcio, disincentivando con tassazioni ad hoc l’idea che per diventare allenatore di Serie A bisogna iniziare dai settori giovanili. Ci devono essere due figure chiare e distinte: Allenatori da Competizione da un lato e Allenatori Formatori dall’altro. E a livello di licenze devono appartenere a due albi diversi e incompatibili per cui i risultati ottenuti per uno non contano nulla per entrare nell’altro, ma anzi ne determinano l’allontanamento. Qualsiasi allenatore formatore che vuole passare al calcio di massima serie va tassato sul salario, anche il 40% in più – deve diventare un harakiri concepire una carriera di quel tipo. Chi vuole allenare Prime Squadre inizia con le Prime Squadre e finisce con le Prime Squadre.

Chi invece sente la vocazione per lo sviluppo del talento, oltre ad un salario minimo garantito, da professionista, agevolato magari da una mancata tassazione sullo stipendio, dovrebbe in oltre beneficiare di un “meccanismo di solidarietà” che gli destini una percentuale dei trasferimenti futuri dei calciatori allenati, facciamo tra i 12 e i 19 anni, direttamente agli staff tecnici che hanno formato l’atleta nelle fasi cruciali della crescita. Un bel 5% di ogni transfer fee. Cercando soluzioni in tal senso anche per chi ne ha gestito le fasi precedenti.

Faccio un caso di specie per far capire di che tipo di incentivi si tratterebbe: Un giocatore italiano venduto a 10 milioni dal Parma alla Roma deve fruttare 500 mila Euro di fondo da spartire tra gli staff avuti dal giocatore nei sette anni decisivi per la sua crescita, che calcolando un numero sommario di 25 persone porterebbero a 20 mila euro ciascuno, magari dando ad ogni fascia d’età e a ciascun ruolo dello staff una percentuale diversa a seconda dell’importanza che si riscontra abbia sulla crescita del calciatore. 

Che questi incentivi e disincentivi economici siano al tempo stesso la dolce caramella da offrire e la spietata scure da abbattere su chi, per carrierismo verticale, da allenatore dei Giovanissimi che sogna la Serie A, usa i ragazzi come pedine per il proprio curriculum.

La rinascita di un movimento nazionale passa anche attraverso la ricostruzione dei blocchi storici all’interno dei club di vertice, disincentivando la vendita all’estero dei migliori profili italiani con una tassazione specifica sulle transfer fee o tramite incentivi fiscali sugli stipendi dei giocatori italiani. Tonali, Calafiori, Donnarumma e tutti gli altri italiani all’estero, da Udogie a Leoni, non devono mai ritrovarsi fuori dall’Italia ma devono contribuire alla competitività italiana in Champions League. Su questo l’unico club che si è avvicinato ad incarnato questi principi negli ultimi anni è l’Inter, con Dimarco, Barella, Acerbi, Pio Esposito, Bastoni, Darmian e Frattesi, a cui hanno abbinato stranieri Top – non è un caso che i risultati gli abbiano dato ragione, tanto a livello nazionale che a livello internazionale. 

Infine, fondamentale, un cambiamento radicale nell’arbitraggio che va orientato verso il modello inglese per favorire l’intensità e il tempo effettivo. Questo permetterebbe ai nostri giocatori di colmare il divario atletico con le altre grandi realtà internazionali o quanto meno, riducendo la frammentazione del gioco e aumentando la soglia del contatto fisico, sarà possibile restituirci quella spettacolarità necessaria per riportare il calcio italiano a stimolare l’esaltazione dello spettatore, che ricordiamo è la base su cui si regge tutto il castello e che adesso va avanti solo per abitudine ed inerzia – ma per quanto potrà ancora reggere così?

Oltre a questo bisognerebbe dare modo a tutti i clubs di avere uno stadio di proprietà incentivandone l’ammodernamento o la costruzione. Guai ai nostri politici (ormai declassati al rango di governatori di paesi colonizzati) che ostacolano la costruzione di uno stadio – hanno ben altre cose a cui pensare questi corrotti che dei politici di spessore di un tempo non hanno nemmeno le facce, perché c’è da ricordare che così come il calcio italiano è morto dal 2006 con Calciopoli la politica e la classe intellettuale è morta dal 1992 con Tangentopoli. Almeno però, in quel caso, la caduta è stata spinta – anzi pretesa – da Elites esterne smisuratamente influenti, un vero e proprio Golia che però non lascia scampo ad alcun Davide, mentre nel calcio ci siamo fatti male da soli. Gli sciacalli sono arrivati quando eravamo già carogne.

Con cambiamenti strutturali orientati verso una strategia che parte dall’ambire a riportare la Serie A ad avere 4 squadre agli Ottavi di Champions più o meno regolarmente migliorando il livello di stranieri acquistati, e che passando per l’incentivazione delle carriere di Allenatori Formatori e per la protezione dei giovani italiani nei settori giovanili e nelle prime squadre fino alla Serie B arriva alla rivoluzione sugli arbitraggi, sono convinto che in pochi anni assisteremmo ad una vera rinascita italiana.

Poi nessuno ha la sfera di cristallo, non tutto si può fare e non ogni piano porta a risultati, soprattutto nel breve tempo, ma le direzioni devono essere tracciate e chi lo farà deve avere spessore ed essere nemico del populismo e guardare a se stesso come idealista rinascimentale non come animale politico.

Per chi al giorno d’oggi ha ancora la fortuna di preoccuparsi per il calcio e non per problemi più “seri”, che si agisca, facendo magari del calcio un esempio da seguire per capire come guarire un intero paese.

BIO: GIULIO D’ALESSANDRO

Appassionato tifoso romanista, Agente Fifa, proprietario e fondatore della D’Alessandro Scouting, società internazionale di scouting, procura e intermediazione. Oltre ad essersi occupato del trasferimento di calciatori ed allenatori in diverse nazioni del mondo ha gestito diversi progetti internazionali tra i quali la partecipazione al Torneo di Viareggio di una squadra della Federazione Nigeriana, la gestione tecnica della Juventus Academy di Dushanbe e la fondazione e la gestione di un Dipartimento Scouting Internazionale con più di 30 osservatori provenienti da tutto il mondo che ha coadiuvando le attività di scouting di diversi clubs professionistici del panorama calcistico mondiale. Dal 2024 la sua società è anche partner ufficiale della Federazione Calcistica della Sierra Leone. 

Al di fuori del calcio è appassionato studioso di antropologia, storia, sociologia e psicologia.

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