IL BRASILE DI ANCELOTTI AI RAGGI X: SOGNI E AMBIZIONI

Carlo Ancelotti arriva in Brasile in punta di piedi, come ci ha sempre abituati. È il quarto commissario tecnico straniero nella storia della Seleção, ma i numeri, da soli, raccontano poco. Prima di lui, l’argentino Filpo Núñez e il portoghese Joreca sono passati senza una partita vera da stringere tra le mani. Solo l’uruguaiano Ramón Platero aveva guidato i verdeoro in una competizione ufficiale. Ancelotti, invece, porta con sé qualcosa di diverso: è il primo straniero a sedersi sulla panchina del Brasile in un Mondiale.

Il Brasile non vince un Mondiale dal 2002, da quell’ultima volta in cui sembrava avere tutto: talento, equilibrio, classe e leggerezza. Poi sono arrivati gli anni delle promesse mancate e delle squadre incompiute. Nel 2006 c’erano troppi galli a cantare e due dei “fantastici quattro” già con lo sguardo rivolto altrove. Nel 2010 si intravedeva un passaggio di consegne, più che una vera rivoluzione. Il 2014 è ancora una ferita aperta: il Mondiale in casa, Neymar che si ferma e una semifinale che diventa una resa, quasi un racconto surreale scritto dai tedeschi. Nel 2018 e nel 2022, il copione cambia poco: una buona ossatura, qualche talento isolato, ma niente che somigli davvero a una squadra destinata a restare.

E poi c’è un’assenza che pesa come un silenzio in uno stadio pieno: quella del centravanti. Non serve evocare Ronaldo per capire la distanza; basterebbe fermarsi ad Adriano, a Careca, a quell’idea di attaccante che in Brasile era quasi una certezza naturale. Oggi, invece, il talento si è spostato, si è allargato sulle fasce, corre lontano dall’area.

Paradossalmente, il Brasile di questi anni si riconosce più dietro che davanti: portieri affidabili, difensori centrali tra i migliori al mondo, una solidità che un tempo non gli apparteneva. Ma qualcosa si è perso per strada: i terzini che accendevano il gioco, i numeri dieci che lo illuminavano, gli attaccanti che lo concludevano. Restano gli esterni, sì, e un centrocampo fatto di uomini che sanno inseguire e, quando serve, anche pensare.

È in questo equilibrio fragile, tra memoria e trasformazione, che Ancelotti dovrà muoversi. Ancelotti, fin qui, non ha fatto rivoluzioni ma ha allargato il campo delle possibilità. Cinquantasei giocatori chiamati, dodici volti nuovi per le amichevoli con Francia e Croazia. L’obiettivo è capire cosa c’è davvero a disposizione prima di scegliere cosa tenere.

Dentro questo laboratorio ci sono alcuni segnali interessanti. Il giovane Rayan, strappato dal Bournemouth, è un investimento sul futuro ma anche un’indicazione sul tipo di calcio che si cerca: gamba, coraggio, uno contro uno. Gabriel Sara porta ordine e pulizia tra le linee, mentre Endrick – ancora in costruzione, ma già abituato a palcoscenici grandi – è il tentativo più concreto di riempire quel vuoto lì davanti, dove il Brasile da anni non trova più un padrone di casa.

Adesso viene la parte più difficile, ovvero assemblare. Dare un senso a un gruppo che, negli ultimi anni, è sembrato più una somma di talenti che una squadra. Al Mondiale nordamericano il Brasile non parte davanti a tutti. Spagna e Inghilterra hanno più continuità e identità. Subito dietro, Argentina e Francia, almeno secondo diversi bookmakers. Il Brasile è lì, a ridosso: abbastanza vicino da provarci, abbastanza distante da non poter bluffare. Eppure c’è un elemento che sposta le percezioni: Ancelotti nelle coppe sa come si arriva in fondo, non sempre con il calcio più brillante, quasi sempre con quello più efficace.

Il confronto con l’Argentina è inevitabile. La differenza, oggi, è principalmente nell’armonia. Lionel Scaloni ha costruito un sistema riconoscibile, in cui ogni pezzo ha una funzione chiara. La Selección gioca a memoria mentre il Brasile è ancora alla ricerca di quella naturalezza. Messi avrà 39 anni e questo, a certi livelli, pesa. Ma un meccanismo rodato può compensare anche l’usura del tempo.

I numeri del ciclo Ancelotti, per ora, dicono poco ma qualcosa suggeriscono: due vittorie in gare ufficiali, contro Cile e Paraguay, poi una sconfitta in Bolivia e un pareggio in Ecuador, entrambe partite giocate in altura. Questo conta, eccome. Nelle amichevoli, due vittorie, un pareggio e una sconfitta: risultati normali per una squadra che sta cercando se stessa. Non c’è ancora una traiettoria chiara, ma nemmeno si può parlare di segnali di allarme.

La domanda, allora, è inevitabile: che forma avrà questo Brasile al Mondiale?

Se guardiamo alla storia di Ancelotti, la risposta non è mai dogmatica. È probabile un 4-3-3 che può diventare 4-4-2 senza palla, con esterni offensivi chiamati a fare la differenza e un centravanti che, più che dominare, deve fungere da collante. Il punto sarà arrivare in area nelle migliori condizioni. La vera chiave sarà il centrocampo. Servirà un giocatore capace di dare ritmo e pausa, di cucire tra difesa e attacco. Senza quello, il rischio è rivedere un Brasile spezzato: bello a tratti, ma incapace di controllare le partite importanti. Dietro, invece, la base è più solida di quanto racconti la tradizione: portiere affidabile, centrali forti (Gabriel e Marquinhos sono garanzie), ma terzini meno incisivi. E questo cambia il modo di attaccare: meno ampiezza costruita da dietro, più responsabilità sugli esterni alti.

Ancelotti è chiamato a scegliere quale Brasile far emergere tra quelli possibili. Dare una gerarchia, togliere il superfluo, trovare due o tre certezze su cui appoggiarsi quando la partita si sporca.

Sui terzini il discorso è meno romantico e più concreto. Non siamo più ai tempi in cui bastava pronunciare Cafu o Roberto Carlos per capire da dove sarebbe passata la partita. Oggi il livello è diverso, ma non per questo insufficiente. A destra, Wesley offre una spinta atletica che può cambiare ritmo, anche se va ancora educato nelle letture; l’alternativa di adattare Militão rappresenterebbe uno di quei compromessi che servono nelle partite vere. A sinistra, Carlos Augusto e Caio Henrique garantiscono continuità e disciplina. E, va detto, nemmeno le rivali hanno più fuoriclasse in quel ruolo.

Il nodo vero resta il centrocampo. In attesa che Ederson ritrovi la condizione migliore, le certezze sono Casemiro e Bruno Guimarães. Il primo resta un equilibratore naturale, ma non può più reggere tutto da solo come qualche anno fa; ha bisogno di qualità attorno per non diventare prevedibile. Guimarães è intelligente, sa giocare e cucire, ma non è un regista puro. E qui emerge il limite strutturale: manca un giocatore che dia ordine e visione in modo continuo. Le opzioni non mancano – basti pensare a Joelinton, Andrey Santos, Gabriel Sara, Paquetá – ma sono tutte soluzioni di contesto, non riferimenti assoluti. È questo, più di ogni altra cosa, il punto fragile della rosa: l’assenza di un cervello dominante.

Davanti, il discorso si complica ancora. Neymar resta un’incognita: anche se dovesse rientrare tra i convocati, pensarlo come perno centrale non sembra una prospettiva concreta. Senza un trequartista naturale e senza un centravanti strutturato, Ancelotti ha iniziato a muoversi per connessioni più che per ruoli. Estêvão è stato provato per dare strappi e imprevedibilità, ma non è un giocatore che organizza. E invece uno così servirebbe, per legare i reparti. In questo senso, João Pedro e Matheus Cunha possono diventare figure utili: non finalizzatori puri, ma attaccanti che sanno dialogare, aprire spazi, dare continuità all’azione. Endrick, come Estêvão, è una scommessa luminosa: ha talento e fame, ma il Mondiale non aspetta nessuno.

Vinícius e Raphinha sono il vero capitale tecnico di questo Brasile: saltano l’uomo, creano superiorità, spostano le difese. Sono tra i migliori al mondo nel loro ruolo, ma oggi non basta averne due per essere superiori agli altri. Le grandi nazionali hanno profondità, alternative, sistemi che li valorizzano. Il Brasile, almeno, può contare su un ricambio credibile: Martinelli e i giovani che spingono da dietro tengono alta la competizione interna. Vantaggio straordinario quello di poter contare su forze fresche di altissimo livello a gara in corsa.

Il sogno è dichiarato: l’Hexa. Il sesto titolo, quello che manca dal 2002 e che ormai è diventato più un’ossessione che un obiettivo. Per Ancelotti sarebbe l’ennesima consacrazione, anche se la sua carriera non ha bisogno di conferme. È stato scelto, a Madrid, per riportare a casa la Decima e l’ha fatto con la calma che ne ha contraddistinto la carriera.

Il suo profilo, in fondo, è quello che il Brasile cercava: un allenatore che gestisce prima ancora di comandare, che sa entrare nella testa dei giocatori senza forzarli. Con i brasiliani, nei club, ha sempre trovato una lingua comune: li ha responsabilizzati, facendoli crescere senza togliergli libertà.

La missione, tutt’altro che scontata, è dare una forma a questa squadra senza tradirne la natura. Esaltare Vinícius e Raphinha, proteggere un centrocampo incompleto, trovare soluzioni offensive senza un riferimento classico. Non sarà un Brasile dominante, ma può diventare un Brasile competitivo, che nelle partite a eliminazione diretta sa dove stare e cosa fare. In tornei di un mese e passa, come il prossimo Mondiale, vince chi riesce a mettere insieme i pezzi giusti al momento giusto. E il Sor Carletto conosce questo mestiere come le proprie tasche.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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