Neymar ha da poco compiuto trentaquattro anni e oggi lo si rivede al Santos, dove tutto era cominciato, con quella maglia che un tempo sembrava cucita addosso a un ragazzo destinato a conquistare il mondo. Solo che il tempo non ha pietà nemmeno dei fuoriclasse: qualche chilo in più, un passo meno elettrico, e quella sensazione che la sua storia sia ormai entrata nella fase dei bilanci.
Eppure Neymar resta un enigma del calcio moderno. Un giocatore divisivo come pochi: per alcuni (addirittura per il noto portale di match analysis Squawka) uno dei cinque più grandi brasiliani di sempre, per altri un talento straordinario ma non così irripetibile. È vero, ha avuto la sfortuna – o il destino – di giocare nell’epoca dei due alieni, Messi e Cristiano Ronaldo, che per oltre un decennio hanno monopolizzato la scena.
Ma proprio per questo la domanda diventa inevitabile: al netto dei numeri e dei video spettacolari, Neymar è stato davvero quel campionissimo che qualcuno ha raccontato? Uno di quelli che cambiano il calcio, come Ronaldo il Fenomeno o Ronaldinho? Oppure è stato il simbolo brillante, ma incompiuto, di un talento che non è mai diventato leggenda? Il sottoscritto propende per questa seconda testi, che prova umilmente a esporre nei successivi capoversi.
Raccontare Neymar Júnior soltanto attraverso i numeri è un esercizio sterile. Il calcio, quando incontra certi talenti, diviene racconto, gesto, stupore. E Neymar è stato proprio questo: un repertorio tecnico che sembrava non finire mai, un modo di stare in campo che oscillava tra la gioia infantile e l’estetica quasi teatrale. Certo, poi arrivano i numeri – e sono numeri che parlano da soli: 186 partite e 105 gol con il Barcellona, 21 reti europee in 40 gare; 173 presenze e 118 gol con il Paris Saint-Germain, 22 in Champions. Ma quei numeri, per chi lo ha visto davvero, sono solo la didascalia di qualcosa di più grande.
Neymar si è abbattuto come un ciclone sul calcio mondiale circa quindici anni fa, quando era poco più che un ragazzo e al Santos sembrava già una promessa mantenuta. Non aveva ancora compiuto vent’anni e già sollevava la Libertadores – con tanto di gol in finale – e tre campionati Paulisti da protagonista assoluto. Il pubblico cantava il suo nome quando non aveva ancora giocato un minuto tra i professionisti. Da allora Neymar non ha mai smesso di segnare, inventare, vincere. Eppure, in parallelo alle sue magie, è cresciuta anche una strana sensazione: quella di una carriera che, pur ricca di trofei e giocate impossibili, sia scivolata via troppo in fretta, come se non avessimo mai avuto davvero il tempo di capire fino in fondo che giocatore fosse.
Il suo apice, forse, è arrivato quando era ancora giovanissimo. La stagione 2014-2015 al Barcellona resta una fotografia quasi perfetta: 39 gol e 8 assist in 47 partite, dentro una squadra che avrebbe conquistato tutto. Numeri straordinari, prestazioni che sfioravano la completezza. Eppure, paradossalmente, quella stagione è stata quasi inghiottita dal racconto più grande che dominava quegli anni: il duello infinito tra Lionel Messi e Cristiano Ronaldo. Due fenomeni che segnavano cinquanta, sessanta gol a stagione e che trasformavano ogni discussione calcistica in un referendum tra loro due. Neymar, pur essendo il terzo vertice di quella meravigliosa MSN, rimaneva sempre un passo dietro nel racconto mediatico, come un talento luminoso ma non centrale.
Forse anche per questo, nell’estate del 2017, a venticinque anni, Neymar prese la decisione di lasciare il Barcellona e trasferirsi al Paris Saint-Germain. Fu, in qualche modo, una dichiarazione di indipendenza. Neymar cercava uno spazio interamente suo, un palcoscenico in cui non fosse più la spalla di qualcuno ma il protagonista assoluto. In Francia, per lunghi tratti, sembrò davvero possibile. Neymar si prese la scena, dominò le partite, incantò la Champions con giocate da strada brasiliana portate dentro il calcio europeo. Eppure rimaneva sempre la sensazione che mancasse la firma finale al quadro. Come se, nel momento decisivo, qualcosa si incrinasse. A volte sembrava specchiarsi troppo nel proprio talento, giocare per la platea oltre che per la squadra. Quando il livello si alzava davvero, il brasiliano non sempre riusciva a trascinare i suoi.
Nemmeno la nazionale è riuscita a diventare il suo grande romanzo. Con il Brasile ha collezionato gol e numeri importanti, ma i trofei raccontano altro: una Confederations Cup nel 2013 e poco più. Nemmeno una Copa América. Il Mondiale del 2014, giocato in casa, resta l’episodio più simbolico: quattro gol nella fase a gironi, il Brasile che passa contro il Cile solo ai rigori, e poi quel fallaccio di Zúñiga contro la Colombia che lo toglie dal torneo. Neymar non c’era, quella notte del Mineirazo, che con ogni probabilità gli ha risparmiato il pubblico ludibrio a cui sono stati esposti i compagni. Non ne sarebbe stato immune, proprio perché il calcio è un gioco di squadra, è complessità e il singolo non incide in nessun caso più dell’impianto di squadra.
A Neymar, forse, è sempre mancato quel momento definitivo in cui il talento diventa autorità. Quella notte in cui un campione diventa punto cardinale del calcio mondiale. È per questo che, nel racconto pubblico, i suoi inciampi pesano più dei suoi trionfi. Manca l’immagine che tutto spiega: quella del fuoriclasse che prende per mano il gioco e lo porta dove vuole lui.
Per un attimo, nel 2015, è sembrato possibile, almeno nelle idee di alcuni opinionisti. Non a caso quell’anno Neymar è arrivato terzo nel Pallone d’Oro, proprio nel momento in cui il Barcellona della MSN dominava il calcio europeo. Ma se allarghiamo lo sguardo al decennio 2010-2020, il panorama cambia. In quelle stesse stagioni altri calciatori hanno inciso con una continuità e una centralità che spesso sfuggono alle statistiche. Penso a Iniesta, che nelle grandi partite sembrava possedere il tempo; a Luis Suárez, cannoniere feroce e generoso; a Dani Alves, che in quel Barcellona era il motore invisibile da regista sulla fascia destra della difesa. E poi, fuori dalla Catalogna, Kevin De Bruyne con la sua devastante intelligenza calcistica, Luka Modrić con la sua regia luminosa, Robben capace di incidere in due Mondiali e di vincere una Champions con la stessa corsa su ambo le fasce. Ribéry, Lewandowski, Müller – sempre puntuale nei momenti decisivi – o Gareth Bale, che nelle notti europee ha lasciato impronte indelebili e ha portato il Galles dove nessuno pensava potesse arrivare. Persino Marcelo, da terzino, ha scritto pagine decisive di quel Real Madrid dominatore.
In questo grande racconto del calcio contemporaneo Neymar ha vinto tutto ciò che si poteva vincere nei club, ma dentro una squadra in cui il primo violino aveva un nome e un volto: Lionel Messi. In nazionale, dove invece era la stella designata, ha accumulato gol e numeri importanti. Ma quando si tratta delle competizioni che fanno la storia, ovvero Mondiali, Copa América, resta la domanda inevitabile: quanto ha inciso davvero nei momenti che contano?
Eppure sarebbe ingiusto liquidarlo come un incompiuto. Neymar ha raggiunto il suo apice molto presto e forse il limite della sua parabola non è stato caratteriale, come spesso si è raccontato con superficialità, ma qualitativo. Un talento enorme, sì, ma non necessariamente di quella specie rarissima che cambia l’ordine delle cose. Per questo certi paragoni fanno storcere il naso. Chi scrive ha sempre considerato Neymar un campione autentico, ma non tra i primi dieci brasiliani di sempre, figuriamoci tra i cinque o i tre.
In Brasile il pantheon è affollato di giganti. Ci sono i tre Ronaldo “veri”: il portoghese Cristiano, contemporaneo di Neymar e nettamente su un altro piano di dominio; Ronaldinho, che al Bernabéu fece alzare il pubblico in piedi come davanti a un artista; e il Fenomeno, Ronaldo Luís Nazário de Lima, che quando stava bene sembrava un numero nove e un numero dieci nello stesso corpo, un uragano che nessuna difesa riusciva a fermare. E poi, prima ancora, i fuoriclasse che hanno costruito la mitologia del futebol: Garrincha, Zico, Sócrates, Rivelino. Pianeti che orbitavano attorno al sole più luminoso di tutti, Edson Arantes do Nascimento, Pelé. E qualcuno ha persino provato a mettere Neymar accanto a O Rei. Gasolina – così chiamavano Pelé da ragazzo – perdonali: non sanno quello che fanno.
Alla fine, la domanda resta la stessa: Neymar, chi sei? Forse la risposta è più semplice di quanto sembri. Non il nuovo Pelé, non il nuovo Ronaldo, non l’erede di Messi e Cristiano. Neymar è stato, più semplicemente, Neymar: uno dei talenti più spettacolari della sua generazione, capace di illuminare il gioco con una bellezza tutta sua, ma senza mai diventare il centro dell’universo calcistico.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










3 risposte
Buongiorno Vincenzo: non un leader sicuramente.
Un giocatore elegante, dotato di tecnica notevole, ma meno impattante di giocatori meno blasonati di lui.
Non credo possa far parte dei primi 10 giocatori brasiliani, ma credo nemmeno i primi 20.
Certamente, ha fatto divertire.
Parere personale.
Testo fantastico che mi trova d’accordo al 100%
Ad averne, pero’, di fuoriclasse cosi’.