ESTATE 2024
18 MARZO 2026
Vi pregherei dopo aver ascoltato le due clip di restare sull’oggetto, sul contenuto dei messaggi. Cambiare pensiero, idea, non è di per sè qualcosa di negativo ma vorremmo che ci venisse data una spiegazione profonda e plausibile.
Cos’è cambiato in poco meno di due anni?
In ogni caso, com’è possibile pensare di togliere l’aspetto cognitivo da un’azione che noi, esseri umani, compiamo?
Com’è possibile separare l’aspetto tecnico da quello cognitivo? Quello tecnico da quello tattico?
In termini scientifici, non è possibile svolgere alcuna attività che implichi un’interazione con l’ambiente senza un qualche tipo di impegno cognitivo. Anche le azioni che ci sembrano “automatiche” richiedono l’attivazione di processi mentali, sebbene il livello di consapevolezza e di sforzo vari notevolmente. Studi dimostrano che persino “fare niente” può essere cognitivamente avversivo, portando alla noia la quale spinge la mente a cercare stimoli o a vagare (mind wandering), un’attività che coinvolge comunque la memoria e l’immaginazione.
In sintesi, le funzioni cognitive come la percezione e l’attenzione sono i prerequisiti necessari per qualsiasi azione, dalle più banali alle più complesse.
E allora com’è possibile riferire l’impegno cognitivo al solo lavoro tattico?
Torniamo ad un’idea riduzionista, che separa il tutto anzichè tenerlo insieme. Non si tratta di un progetto che porti innovazione. Si tratta di un progetto che non propone ciò che è vecchio ma ciò che è superato: dagli studi, dalle ricerche, dalle sperimentazioni e dalle pratiche che si sono susseguite nel tempo.
Siamo ancora lì, siamo ancora al “si fa così perchè si è sempre fatto così”.
Purtroppo nessuno degli addetti ai lavori ha mosso alcuna critica a quanto proposto o, almeno, non l’ha fatto pubblicamente. Mi auguro che una valutazione sia stata fatta o che verrà fatta nelle sedi opportune. Non voglio pensare che non ci sarà un confronto in proposito e che tutti accettino il pensiero su cui si fonda il progetto senza provare a renderlo più idoneo alle necessità del calcio giovanile.











16 risposte
Condivido pienamente questa riflessione. Il punto centrale non è il cambiamento in sé – che è naturale, necessario e spesso auspicabile – ma la qualità e la profondità delle motivazioni che lo sostengono. In assenza di una spiegazione solida, il rischio è quello di scivolare verso semplificazioni che la ricerca scientifica ha già ampiamente superato.
Pensare di isolare la dimensione cognitiva da quella tecnica o tattica significa tornare a una visione frammentata dell’agire umano che non trova riscontro né nelle neuroscienze né nelle scienze dell’apprendimento. L’azione è sempre un atto situato, intenzionale, incarnato: percezione, decisione ed esecuzione non sono fasi separate, ma aspetti inseparabili di un unico processo.Attribuire l’impegno cognitivo esclusivamente alla tattica equivale a ridurre la complessità del gioco e del giocatore. Anche il gesto tecnico più “semplice” è sempre immerso in un contesto che richiede lettura, adattamento, anticipazione. Non esiste tecnica senza cognizione, così come non esiste cognizione senza relazione con l’azione.
Per questo motivo, più che un’innovazione, questa prospettiva sembra riproporre un paradigma riduzionista già superato. Ed è proprio qui che dovrebbe aprirsi un confronto serio, aperto e fondato: non per contrapporsi, ma per costruire modelli più coerenti con la natura reale del gioco e con i bisogni formativi dei giovani calciatori.Il silenzio critico, in questi casi, rischia di essere più dannoso dell’errore stesso. Il confronto, invece, è sempre un’opportunità di crescita.
Va dove tira il vento
Nel 1985 ho creato un metodo che ho chiamato LUDENDO DOCERE. E penso che la parte COGNITIVA-PERCETIVA oltre ovvianente che CORDINATIVA siano la base, soprattutto di sport ACICLICI come il calcio…dire che si lavora troppo sulla parte COGNITIVA è assurdo. Una volta Pirlo disse: NEL MIO CALCIO NON CONTA LA TATTICA MA LO SPAZIO. Bene, è come dire: NEL MIO CALCIO CONTA PIÙ LA TECNICA CHE LA PARTE COGNITIVA…Ricordo che la tattica si nutre di spazi, e che gli spazi determinano lo scaglionamento tattico, esempio: si parte con un 442, i 2 esterni di centrocampo salgono, cambiano gli spazi e diventa un 424. Se i 2 terzini salgono, diventa un 244, se sale solo un terzino diventa un 334 e così all’infinito. Dunque la tecnica senza la componente COGNITIVA-PERCETTIVA, diventa circo!
Il gioco è il formatore.
Il giocare 1c1,2c1,2c2,3c2,3c3,3c1, 4c4, 4c2, 4c3.
La tecnica applicata al gioco è pensare, il pensare è tattica. Bisogna aumentare il situazionale.. e con essa migliora la tecnica e tattica…
La riforma della scuola.. l’educazione fisica deve essere presente tutti i giorni nell’ambito scolastico
nicolapiccolo.NP@gmail.com
In entrambi i video non si escludeva la tecnica prima o la tattica dopo; semplicemente si è arrivati alla conclusione che la tecnica deve avere un ruolo maggiore. Schemi, tattiche e spazi sono gli strumenti strategici, ma inoffensivi (se non sai utilizzarli) perché al momento opportuno passi la palla indietro anziché decidere per la superiorità numerica con un filtrante, un dribbling o una triangolazione nel breve
Se gli avversari (inglesi, francesi e spagnoli), sanno farlo meglio di noi, è giusto mettersi in discussione
Ciao Marco, il problema è che si ricade sempre: la tecnica deve avere un ruolo maggiore…ma se la tecnica risiede nella tattica? Come le separi?
Il Grande Johan Cruijff diceva sempre: “La tecnica non è saper palleggiare 1000 volte. Chiunque può farlo con la pratica. Poi puoi lavorare al circo. La tecnica è passare la palla con un tocco, con la giusta velocità, sul piede giusto del compagno di squadra.”
Il Direttore Viscidi mi spieghi come si può arrivare a questo risultato senza l’aspetto Cognitivo del gesto!
Ho un dubbio, un tarlo che mi rode dentro… Voglio tenerlo per me, non voglio essere uno che pensa male, ma se con il tempo i miei sospetti saranno confermati, sicuramente me ne andrò dall’italia per fare calcio…..
Aspettiamo questa riforma nel dettaglio..
Complimenti Filippo, in poche parole è stato espresso un concetto fondamentale.
Si torna indietro perchè è più semplice, mentre intraprendere nuovi orizzonti (scientificamente giustificati) richiede una messa in discussione troppo complessa per molti..
Grazie per questi contributi sempre stimolanti
“Cambiare pensiero, idea, non è di per sé qualcosa di negativo ma vorremmo che ci venisse data una spiegazione profonda e plausibile.
Cos’è cambiato in poco meno di due anni?”.
Filippo, sai bene – purtroppo per te, per il contributo che con i tuoi collaboratori hai cercato di dare e che tuttora potresti apportare, come anche per l’evoluzione del nostro movimento calcistico – chi, cosa e come definisce le dinamiche in seno a quei consessi nei quali “si decide”.
“La maggioranza traccia un cerchio formidabile intorno al pensiero. Nell’ambito di questi limiti ciascuno è libero, ma guai a lui se osa uscire … Il padrone non dirà più: tu penserai come me o morirai; dice: sei libero di non pensare come me; la tua vita, i tuoi beni, tutto ti resta; ma da quel giorno sei uno straniero tra noi” (Charles A. de Tocqueville).
Credo che qui stia la risposta alla tua domanda.
Come ha scritto Io, “Va dove tira il vento”. Perché lì, in quegli ambienti che dovrebbero essere istituzionalmente preposti al confronto costruttivo e dove dalla dialettica delle opinioni si dovrebbe poi giungere alla sintesi di un fondato concreto, se non vai dove tira il vento, non vai proprio, stai. Stai a casa tua. Funziona così da oltre un ventennio. E, allora, succede che qualcuno valuta conveniente massificarsi.
Venendo al tema, che è ciò che più mi appassiona, provo a esprimere il mio pensiero.
La complessità è una qualità caratterizzata da diverse parti che formano un insieme intricato. Perché esista, devono aversi almeno due parti che sono in interazione, collegate tra loro e, a loro volta, diverse. La complessità mantiene un equilibrio molto sottile tra ordine e disordine e i processi non sono lineari. Nella complessità ha luogo la dialogica ordine-disordine-organizzazione e, ovviamente, l’incertezza: il gioco è una successione non preordinata di spazi, dove non è sufficiente crearli o occuparli, ma bisogna interpretare le opportunità che offrono. I principi generali della complessità sono: l’incertezza, la globalità, l’interdipendenza e l’emergenza spontanea. Nel calcio esiste una natura di manifestazioni che soddisfano le caratteristiche che lo rendono complesso. Queste caratteristiche sono l’imprevedibilità, la non linearità, l’essere anche caotico, per cui esige una coscienza tra l’ordine e il disordine, che sono condizionati dall’emergenza interna del sistema, così come dalla relazione con l’ambiente.
Il giocatore è una struttura iper-complessa che è configurata da diverse strutture e si esprime attraverso l’esistenza di almeno sei strutture presenti nel calcio, che sono: cognitiva, coordinativa, socio-affettiva, creativo-espressiva, emotivo-volitiva e condizionale. Si aggiungono a queste una settima, com’é la mentalità con tutte le sue componenti psicologiche, e un’ottava, quale la bioenergetica che interviene in tutte le attività umane. Tutte queste interagiscono tra loro, così come anche con l’ambiente, e ciascuna di esse deve essere considerata come la manifestazione di processi sottostanti. E’ importante ragionare che i giocatori considerati come sistemi dinamici presentano strutture interdipendenti l’una dall’altra che costantemente si incontrano interagendo, auto-organizzandosi e coordinandosi tra loro, ed è quindi necessario prestare attenzione a questa realtà sistemica.
La struttura cognitiva riceve le perturbazioni dell’ambiente e in base ai vincoli il giocatore percepisce le possibilità che ha affinché si origini un’azione emergente, la quale deve essere efficace. In altre parole, è capire il gioco e farlo tenendo conto delle possibilità che il gioco stesso con la sua non linearità propone. Qui si inserisce la presa di decisione. Costituisce la capacità del giocatore di prendere decisioni favorevoli per la sua squadra in una situazione e con funzioni concrete. Ogni giocatore ha una destrezza per interpretare i contesti di gioco in base alla sua funzione del momento. L’esperienza di gioco, pure, fa coltivare azioni che emergono in maniera preferenziale per determinati contesti. Sono interazioni di emergenza preferenziale. Sono comportamenti naturali del giocatore, che costituiscono certe abitudini che emergono durante il gioco: una maniera di relazionarsi nel gioco in determinate circostanze. La presa di decisione che conduce il giocatore all’interazione dovrebbe, credo, essere al centro del processo. Per ottimizzarla è importante aiutare il giocatore a captare le informazioni rilevanti, interpretare e auto-valutarsi in maniera che sia nella miglior condizione per il successivo ciclo ideazione-prestazione.
Nella struttura coordinativa possiamo trovare la tecnica, le coordinazioni preferenziali. E’ l’insieme dei procedimenti e delle risorse di cui l’attività di gioco necessita per migliorare la sua espressione. Si riferisce alle azioni emergenti, al movimento che sorge grazie alle caratteristiche proprie dei giocatori, ai vincoli dati, così come ai condizionamenti dell’ambiente. Le azioni emergenti non devono essere perfette né virtuose, nemmeno uguali in tutti i giocatori, però si deve ricercare che siano efficaci e permettano il fluire del gioco, essendo questa la maniera di valutare la tecnica, cioè analizzandone l’efficacia. Costituisce il repertorio motorio del giocatore: la capacità di azione in campo, contemplando la velocità e precisione nell’esecuzione di ciascuna delle catene coordinative in tutte le sue varianti.
Non dovremmo ricercare come obiettivo potenziare più una struttura isolata che le altre, posto che tutte naturalmente lavorano negli esseri viventi senza separarsi e in costante interazione tra loro, così come con l’ambiente; per questo il processo di allenamento dovrebbe rispettare questa caratteristica. Secondo la visione sistemica, le proprietà di un sistema sono distrutte quando le sue parti sono separate. Questo accade nel calcio: tanto nello studiarlo, nel proporlo e nel praticarlo. Perciò non dovremmo studiarlo, proporlo né allenarlo per parti separate, perché in questa maniera perdiamo potenzialità e l’ottimizzazione è compromessa giacché il risultato dell’interazione di tutte le parti è maggiore della somma di esse. I sistemi complessi funzionano in maniera integrata, però i sistemi integrati non sono necessariamente complessi. Perché un sistema sia complesso deve avere interazioni tra le sue parti, magari in differenti scale, ma deve averle.
Nell’ottimizzazione del giocatore non c’é una struttura più importante di un’altra, né si dà una gerarchia tra le stesse, dato che funzionano come una rete. L’ottimizzazione è una proprietà sistemica, essendo una proprietà dell’insieme (di tutte le strutture in interazione). Neppure possiamo ignorare che quello che alleniamo come una “parte” è inseparabile dalle altre “parti” e che tra esse esiste una rete di relazioni. Nell’allenamento è più importante considerare queste relazioni che le parti separatamente.
I mezzi allenanti dovrebbero riferirsi al rispetto di questa relazione, offrendo contesti di allenamento che coinvolgano tutte le strutture pur priorizzandone qualcuna, ma senza l’intenzione di isolarla dalle altre. Quel che dovrebbero ricercare le forme allenanti, è riflettere il contesto competitivo (il gioco) nell’allenamento. Affinché in un’azione (interazione) il giocatore sia il protagonista, deve interpretare: che può fare in essa? Agire (decidere senza decidere …) attraverso la miglior alternativa di azione ed essere capace di attuarla in forma variabile, poiché proprio il gioco sollecita al giocatore un continuo adattamento. Quando il giocatore è allenato in contesti di questa natura, si generano in lui circuiti di retroalimentazione (feedback) che lo aiutano ad acquisire la competenza di auto-organizzare se stesso: ecco perché si parla di auto-strutturarsi. In queste proposte l’obiettivo è che i giocatori ottimizzino la loro interpretazione del contesto, potendo rapportarsi allo stesso mediante l’emergenza di nuovi modi di comportamento (quello che si conosce come auto-organizzazione). Questo, però, si verifica solo quando un sistema (giocatore) è lontano dall’equilibrio: le proposte di allenamento, quindi, devono presentare un’alta variabilità. Auto-organizzazione, variabilità e rappresentatività sono le basi per costruire le esercitazioni di allenamento nelle quali, dal paradigma della complessità, l’allenatore non è il principale protagonista, ma è proprio il giocatore che va “facendo se stesso” continuamente. La sua ottimizzazione è la sua organizzazione. Ciò cambia la maniera di approcciare l’allenamento. Così, pare più opportuno disegnare contesti e che siano poi i giocatori ad evolvere in essi; ognuno col suo ritmo, con le sue peculiarità, le sue possibilità e la sua interpretazione del contesto. Come dire, secondo i suoi vincoli. Questi contesti, però, devono rappresentare l’instabilità di un gioco come il calcio. La variabilità è uno strumento ottimo di allenamento in quanto la ripetizione di compiti nelle stesse condizioni non provoca le fluttuazioni necessarie nei sistemi implicati per modificare il loro stato. Quando le esercitazioni pongono ai giocatori situazioni critiche è quando essi sono più capaci di generare comportamenti complessi e flessibili, essendo più predisposti ad adattarsi e ad evolversi. Di questo tratta l’allenamento, giusto?
Il paradigma della complessità richiede che le proposte debbano partire dai propri giocatori e non essere aliene da loro come nell’allenamento basato sulle teorie meccaniciste e comportamentiste. Gli allenamenti devono contenere molte variazioni (situazioni diverse dalla pratica abituale di ogni giocatore) così come variabilità nella pratica, per relazionarsi all’ambiente che circonda il giocatore, allo stesso tempo che con i compagni e gli opponenti. L’olistico. L’allenamento deve tener conto di tutti gli aspetti qualitativi perché tutte le componenti del sistema saranno più sensibili a questo aspetto che a quello quantitativo: per questo non esiste “il basico” o il più importante, perché tutto lo é se é partecipe del processo specifico di ottimizzazione. E’ una struttura dell’allenamento alternativa alla tendenza analitica, la quale separa la preparazione tecnica, fisica, tattica e psicologica: le separa l’una dalle altre e allo stesso tempo le fa uscire dal gioco. Il gioco, invece, è quello che dirige le dinamiche dell’allenamento ed è adeguato al fatto della competizione, è quello che deve sempre segnare il processo di allenamento.
Credo si debbano proporre forme allenanti nelle quali si considerano tutte le strutture ma se ne ottimizzano una o alcune più che altre, in coerenza con gli obiettivi perseguiti: parcelle di gioco che riteniamo di allenare per generare determinati miglioramenti. Situazioni che poste al giocatore, ricercano che lo stesso, in funzione delle sue caratteristiche, nel contesto dato e attraverso determinati vincoli (pure i componenti dello staff tecnico rappresentano un vincolo …), in forme collettive con il fine di coordinarsi a ciò che il gioco richiede, consegua nuovi attrattori nel sistema e possa migliorarsi. Situazioni che simulano una parte del gioco, la quale si costruisce allo scopo di incidere su quegli aspetti del sistema che si cerca di allenare. Non penso si debbano costruire le esercitazioni senza contestualizzarle a quello che si ricerca. Tutte le esercitazioni devono presentare elementi del gioco, che permettano ai giocatori di apprendere a giocare e consentano l’interazione e la retroazione degli stessi con i compagni, gli opponenti e l’ambiente, con lo scopo di conseguire i coordinamenti che si richiedono rispetto al gioco.
Ogni esercitazione deve soddisfare tutti i principi generali della teoria della complessità, così come rispettare la naturalezza del calcio: presentare incertezza, che non ci siano movimenti prefissati, che si favorisca la presa di decisione perché con gli automatismi tutti sappiamo cosa va a fare il giocatore e nel calcio non è così, ma occorre un costante coordinamento con quello che fanno gli opponenti e i compagni. Esempio: un circuito di passaggio in cui i vincoli siano di passare e andare in un posto o in un altro, ma sempre predeterminato; questa proposta non rispetta alcuno dei principi detti e l’allenamento non ha coerenza con la realtà del calcio. Analizzando, non esiste incertezza posto che i movimenti e le azioni sono preordinati e hanno la caratteristica della linearità; anche la globalità non ricorre perché non si attendono tutte le strutture ma solo si allena una parte del tutto e non c’é transfer al gioco; le azioni dei giocatori non dipendono da quelle degli altri dato che c’é automatismo e in nessun momento esisterà la possibilità di coordinarsi con quello che fa il compagno e, inoltre, non si realizza nessuna azione come lo smarcamento per ricevere il pallone considerato che ci sono solo coni o delimitatori e che il giocatore passerà la palla in un determinato luogo, per cui il principio di interdipendenza non si riflette e in nessun momento emergeranno azioni spontanee. Mi sembrano migliori quelle pratiche che modificano il gioco rispettandone la logica e che, per loro caratteristiche e regole, favoriscono l’emergenza di un contesto concreto, comunque aperto nelle sue possibilità di interazione e con presenza del maggior numero possibile di strutture dei sistemi in questione.
Quando si parla di tecnica applicata, ritengo che si intenda “applicare qualcosa al gioco”e questo qualcosa per me è la tecnica di base, ormai tanto trascurata. Chi vede partite dei settori giovanile si rende conto della difficoltà di effettuare certi gesti tecnici, dal colpo di testa al saper calciare con le diverse parti del piede, credo che una base tecnica solida possa creare poi una tecnica applicata altrettanto valida. Quando vedo giocatori di basket professionistico effettuare sedute di tiro con centinaia di ripetizioni, li vedo affinare la loro tecnica di tiro di base, che poi potrano portare sul campo per trasformarla in tecnica applicata, gestendo tutte le variabili che il gioco comporta e adattandola a tutte le situazioni.
Alberto, non è il cosa (la tecnica) ma il come allenarla. Fai l’esempio del tiro nel basket che potremmo assimilare al calcio di punizione. In quei precisi momenti si passa da uno sport ad abilità aperte ad uno ad abilità chiuse. La dinamica del gioco è altra cosa e l’apprendimento del gesto è situato, è nella complessità…non è qualcosa che si impara e poi si trasferisce (nel gioco).
Quando parlo di basket e sedute di tiro non intendo tiri liberi, che sarebbero assimilabili a un calcio di punizione, ma a sedute di tiro individuali da diverse distanze e posizioni che poi si inseriscono nelle situazioni, il basket sviluppa la tecnica anche tramite sedute di ballhandling (https://www.youtube.com/shorts/iUMWRD7WnBU) per esempio, niente di più analitico; io resto convinto che se il gesto non lo conosci non lo puoi neanche applicare nella situazione.
Ciao Alberto, capisco la tua convinzione, dopodichè, come ho già detto più volte, teorie, studi, ricerche e pratiche ci dicono che il gesto lo apprendi nella complessità del gioco.sottolineo, non sono io a dirlo.
Grazie comunque per il tuo commento e partecipazione sempre graditi.
Filippo
LA riforma nelle linee guida è corretta, ovviamente. Lo diciamo tutti da anni, però poi il problema è l’applicazione. Gli allenatori nelle scuole calcio, che molto spesso sono pagati solo con il rimborso spese, sanno insegnare la tecnica di base? La formazione dei tecnici si può pensare di farla con 2/3 corsi all’anno UEFA C con un ranking di ingresso che è quasi impossibile scalare se non hai avuto una carriera da calciatore a livelli professionistici o quasi? Partiamo dai tecnici e dalle società sportive, se vogliamo formare giovani calciatori di livello, alziamo la qualità, la federazione deve investire prima di tutto in questo, poi viene tutto il resto.
Premesso che non intendo fare il difensore di mister Viscidi, semmai il contrario. Sono 40 anni che parla e fa solo tattica, prima nelle sue squadre poi in federazione. Però credo che qui parliamo del sesso degli angeli. Mi spiego: credo che il medesimo termine sia stato usato in due significati diversi. Nel primo caso per dire che la tecnica deve essere esercitata e imparata insieme alla tattica individuale, alle situazioni di gioco che si ritrovano in partita (controllo e difesa della palla, posture e movimenti, ricerca e scelta di spazi e tempi, ecc., insomma la tecnica personale non può scindersi dalla realizzazione di pezzi di partita. Invece, la tattica è fattore prettamente di squadra, non solo individuale o di piccoli gruppi di giocatori, è fattore in cui la scelta razionale prevale sulla naturale ripetizione di un singolo gesto o di alcuni gesti messi insieme. La tattica come strategia di squadra, come posizione e movimenti di tutti gli indici giocatori. Questa la mia impressione, posto che, come dice il nostro ospite mister Filippo Galli, nessun gesto tecnico può andare disgiunto da un elemento cognitivo.