UN ALLENATORE ITALIANO E IL CALCIO IN NORVEGIA

Da tempo sentiamo parlare della Norvegia come nuovo modello calcistico ed educativo, prima per la qualificazione diretta ai Mondiali di USA 2026, a spese dei nostri azzurri, mandati ai playoff, e poi, per l’eliminazione dell’Inter dalla Champions per mano del Bodø/Glimt.

Abbiamo voluto capire le peculiarità dell’ecosistema calcio norvegese parlando con chi lo sta vivendo in prima persona: il tecnico italiano Marco Rillo, classe 1998, un anno più grande di Gabbia, coetaneo di Locatelli e un anno più giovane di Di Marco, giusto per capirci.

Un’occasione anche per raccontare la sua storia. Marco è un ragazzo della provincia di Lecce che ha dovuto lasciare il calcio giocato a causa di un’anomalia congenita del cuore che, una volta scoperta, non gli ha più permesso di partecipare all’attività agonistica. Ancora innamorato del calcio, ha cominciato ad allenare giovanissimo, collaborando nella squadra del suo Paese (Supersano – Lecce) e ha poi collaborato con altre realtà del calcio salentino. A 16 anni è stato collaboratore della Juniores (con giocatori già maggiorenni), dove ha potuto mettere alla prova il valore del coraggio, che lo ha poi portato in giro per l’ Europa.

Poco più che diciottenne, dopo aver ottenuto il diploma delle scuole superiori, mette da parte il sogno di recarsi a Londra e sceglie, insieme alla sua ragazza, di trasferirsi un po’ più vicino, a Milano per iscriversi all’Università di Scienze Motorie e provare a continuare a perseguire l’obiettivo di diventare allenatore, cercando di entrare in un settore giovanile di una delle prestigiose società presenti nel capoluogo lombardo e nel suo hinterland. Per aver più tempo da dedicare alla sua passione, che vorrebbe trasformare in lavoro, opta per un’Università telematica. Senza la qualifica di allenatore UEFA C non trova però una società che lo tesseri. Non si scoraggia e in quegli anni incontra tanti addetti ai lavori da cui assorbe conoscenze, informazioni, frequenta corsi di match analysis, di personal trainer, insomma ogni incontro è un’occasione per formarsi. “Mi è servito un po’ tutto, anche capire di star lontano da quelli che, con marcato fanatismo, dicevano che avremmo dovuto far correre e far sputare sangue ai ragazzi… in un’ U14 provinciale”.

Ottiene la laurea triennale in Scienze Motorie ma non basta per trovar lavoro così, dopo qualche notte insonne, rompe gli indugi e parte per la Danimarca e, per non farsi mancare niente, si iscrive ad un Master dell’Università di Lisbona (tra i docenti Josè Mourinho, Rúben Amorim e Carlos Vicens…).

Marco, attraverso LinkedIn, il social network professionale, conosce Alfred Johansson anch’egli ex allievo del Master di cui sopra. È l’incontro che gli permetterà di approdare tra i professionisti. Alfred, svedese, allena l’U17 dell’ FC Copenaghen. Marco ci prova e, con il suo ottimo inglese, chiede se vi siano posizioni vacanti nel settore giovanile della squadra della capitale danese. Fortuna vuole che proprio lui, Alfred, stesse cercando un video-analista per il suo staff.

Johansson, racconta Marco, oltre ad essere molto preparato, ha empatia e capisce chi ha davanti.

“È stato per me il primo assaggio di cultura scandinava (tra le caratteristiche: dare valore alla cooperazione), Johansson mi ha dato la forza per dare il meglio, mi ha messo nelle condizioni di esprimere il mio talento, ha saputo valorizzarmi e riconoscere che sarei potuto essere un buon collaboratore sul campo oltre che un video-analista. Era esattamente ciò che volevo sentirmi dire!”.

MARCO RILLO AL COPENAGHEN FC

Dopo poco più di un anno Johansson viene promosso in U19 e, di lì a poco, nel gennaio 2024, a tecnico della prima squadra del Rosenborg Ballklub.

Marco rientra in Italia e conosce Corrado Buonagrazia che sta completando il passaggio dall’Alessandria al Torino, in qualità di Responsabile dell’Attività di Base. Buonagrazia lo chiama al Torino proprio quando un altro tecnico, Riccardo Catto, passa al club granata dopo l’esperienza alla Juventus. I due si conoscono, e inizia la collaborazione all’interno dello staff dell’U15, è la stagione 2023/24. Nasce un’amicizia forte che va al di là della condivisione dello stesso approccio al calcio.

MARCO DURANTE LA SUA ESPERIENZA AL TORINO F.C.

Dopo poco più di un anno Marco, sempre alla ricerca di crescita personale e di nuove sfide, si candida al ruolo di Head Coach al Bryne per la categoria U17, anche grazie alle buone referenze fatte al Club, dapprima, da un ex collega del corso di Lisbona e, successivamente, anche da Alfred Johansson.

UN GIOVANISSIMO ERLING HAALAND, CRESCITO NEL BRYNE

Bryne é una cittadina di 12.000 abitanti, conta: 3 club; 1 stadio in erba naturale; 4 campi a 11 in erba sintetica; due campi coperti per il calcio a 9; 5 campi di calcio a 5 – tutti accessibili a qualsiasi orario (tranne lo stadio). Oltre all’accessibilità, sottolinea che i club norvegesi negli anni sono stati anche aperti ad influenze esterne. “Nel mio ruolo – racconta Marco – prima di me, c’era un portoghese e conosco spagnoli e portoghesi che lavorano nei grandi club del Paese: Rosenborg, Viking, Brann, Vålarenga”.

Nei primi mesi del 2025 (la stagione calcistica in Norvegia inizia ufficialmente a Marzo) Marco inizia il suo percorso da allenatore responsabile che lo porta per la seconda volta in Scandinavia, questa volta con una prospettiva diversa, sia perché il Bryne è un club di misura diversa rispetto al Copenaghen, sia perché il ruolo di allenatore responsabile della squadra lo avrebbe esposto a nuove dinamiche.

MARCO BORDO CAMPO NEL RUOLO DI HEAD COACH DELL’U17 DEL BRYNE FK

Marco ci tiene a sottolineare come, nel sistema calcio norvegese, si dia ormai per assunto l’utilizzo del gioco come strumento per l’apprendimento tecnico e non solo. Va da sé che si creda in una metodologia che prevede un approccio sistemico ed ecologico: il giocatore non è la somma di parti (atletica, fisica, tecnica, tattica, mentale ed emotiva) ma il risultato di come tali parti si associno tra loro in co-esistenza nell’ambiente. Inoltre, il contesto, non solo del campo ma quello più ampio che coinvolge l’atleta in ogni suo agire, ne determina l’apprendimento, lo sviluppo, la crescita, il miglioramento. Si attenzionano pertanto, nel processo di formazione, molto di più gli aspetti umani, relazionali, e sociali.

La tecnica e la tattica sono importanti ma è più importante l’identità, riconoscersi in un’idea di calcio, avere una visione valoriale che si palesi in modo continuativo, ed è fondamentale dare spazio all’espressione individuale e collettiva.

Anche in Norvegia si vuole vincere ma il focus è prettamente sul processo (che porta all’esito), da noi, al contrario, si guarda al risultato e si perde di vista il ragazzo, la sua storia, il suo essere individuo nel collettivo: la differenza sta lì.

Il focus oggi è sulla Norvegia ma lo stesso si potrebbe dire per la Danimarca, sottolinea Marco: “Anche lì, e anche nel club più importante del Paese (FC Copenaghen) e forse della Scandinavia, l’attenzione non è sulla vittoria ma sul percorso. Il direttore era interessato al processo e la valutazione o, meglio, l’accompagnamento era in funzione del processo: su come riuscire, ad esempio, ad avere 3 minuti in più di tempo effettivo di allenamento da dedicare alla squadra e quindi all’individuo.

Tornando alla Norvegia, il 93% dei bambini Under 12 é iscritto ad un club e partecipa ad uno sport organizzato. Una differenza sostanziale e clamorosa con il nostro Paese è il divieto a fare selezione fino ai 12 anni. Questo permette ad un numero altissimo di praticanti di restare nel mondo dello sport, del calcio, nel nostro caso, senza che perdano interesse e riuscendo nel tempo a sviluppare un senso di appartenenza al club e, più in generale, alla federazione e al proprio Paese: quando gioca la Nazionale tutto il Paese si ferma così come quando il Bødo gioca in Champions. Certo loro sono poco più di 5 milioni noi 10 volte tanto eppure se facessimo il confronto con alcune delle nostre regioni, questo modus operandi o questo “idem sentire”, chiamatelo come volete, ci aiuterebbe a contrastare l’abbandono al calcio in tenera età e, di conseguenza, a preservare qualche talento.

La Norvegia promuove l’amore per il gioco del calcio, l’appartenenza al sistema, forse non funzionerà tutto al meglio ma provare a conoscere più a fondo il loro approccio potrebbe aiutare le nostre professionalità e di conseguenza i nostri giovani calciatori a migliorare il processo di formazione.

BIO: Marco Rillo è un allenatore italiano, classe 1998, attualmente responsabile della squadra U17 del Bryne Fotballklubb. Ha collaborato con l’ Under 15 del Torino FC, e con l’ Under 17 del FC Copenhagen – dopo diversi incarichi nel dilettantismo.

6 risposte

  1. Grazie della condivisione e complimenti a Marco per il coraggio e per la grande apertura mentale che si evince leggendo il racconto !
    Sempre per il bene del calcio e dei giovani calciatori !
    A presto !

    Manuel Lamecchi

  2. “Il 92% di bambini under 12 partecipa ad uno sport e non si fa selezione fino a 12 anni.”

    Hanno attrezzature da far paura. “Bryne é una cittadina di 12.000 abitanti, conta: 3 club; 1 stadio in erba naturale; 4 campi a 11 in erba sintetica; due campi coperti per il calcio a 9; 5 campi di calcio a 5 – tutti accessibili a qualsiasi orario (tranne lo stadio).”

    A prescindere dal calcio, si vede chiaramente come questo Paese (gli scandinavi in generale) praticano sport, per vivere meglio e non solo per vincere.

    Certo per loro è più facile avendo a disposizioni terreni immensi e un ottimo livello di reddito pro capite.

    Se trasformiamo i numeri di partecipazione allo sport in valori assoluto (da percentuali) forse osserveremo anche che non c’è grande distanza nel numero di praticanti tra Norvegia e Italia.

    Poi, c’è la logica del percorso finalizzato a migliorare il ragazzo (non solo sul piano sportivo ma anche relazionale), piuttosto che a trasformarlo in un potenziale campione e giocare per vincere a tutti i costi.

    Grazie per aver portato questa preziosa esperienza in questo blog.

  3. E’ pura Utopia qui in Milano e Provincia NON fare Selezione!!! Sono molti anni che mi occupo di fare svolgere Attività Calcistica nelle Scuole Calcio. Mi definisco “Mister di Scuola Calcio” e posso confermare che il 99.99% delle Società Dilettanti di Calcio fanno selezione sia dopo il primo allenamento , sia all’età di 7/8 anni e soprattutto quando il bimbo raggiunge la Categoria Pulcini(10/11 anni).Tutto questo viene fatto per “costruire una squadra vincente” e per il “bene della società”. Quando un genitore mi si presenta col figlio di 6 anni e mi dice:”Mister quando dura il provino?” Io gli rispondo :” IL bimbo non deve sostenere nessun provino e sarà lui a decidere se vorrà ancora venire a giocare e deciderà lui se vorrà iscriversi a Calcio”. Purtroppo la concezione vigente in molte società è la “vittoria in tutte le competizioni e in tutte le Categorie della Scuola Calcio. Noi partiamo dal risultato – partita e non dal bimbo-ragazzo che vuole giocare a Calcio per DIVERTIRSI. Se resteremo vincolati a questo concetto ci saranno sempre meno bimbi-ragazzi che giocheranno a Calcio.

  4. Grazie per aver condiviso questa storia bella e interessante, particolarmente apprezzata da chi come me ha legami familiari in Salento ed esperienze professionali in Nord Europa. In bocca al lupo a Marco!

  5. Bella storia, bella avventura, e complimenti per il coraggio. Anche io alleno qui in Olanda, grazie al mio Uefa b avuto in Svizzera (altra esperienza fantastica), ma non in una società professionistica. Quindi so/immagino cosa significa lavorare in un’altra lingua ed in un’ altra cultura nordica: una esperienza che non cambierei per nessuna ragione al mondo! Complimenti!!!

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