ALLEGRI, IL MAGO DEL MANAGEMENT

Abbiamo giudicato tutto: gol fatti, gol subiti, difesa troppo bassa, attacco incerto. Ma se a dieci giornate dal termine il Milan è secondo con 60 punti (contro i 64 totali dello scorso anno) il merito è anche di un allenatore che ha saputo (ri)costruire un gruppo compatto e apparentemente sereno. Fino al capolavoro del rinnovo impossibile di Mike Maignan

Del Milan di Massimiliano Allegri abbiamo misurato tutto. I gol fatti sono 44, abissalmente meno dei 64 dell’Inter, ma meno anche di quelli di Como e Juventus; mentre i gol subiti sono 20, e qui siamo i migliori non solo in Italia ma anche nelle prime cinque leghe europee. Il modulo è il coriaceo e sgraziato 1-3-5-2 (che peraltro in Italia usano in molti, Inter compresa), concepito evidentemente più per difenders che per attaccare. La linea difensiva è spesso bassa, schiacciata verso la propria area, come un gigantesco airbag messo lì ad assorbire gli urti di un avversario che quasi per definizione si presenta in campo più agguerrito e deciso a rompere l’equilibrio (anche se, risultati alla mano, non sempre ci riesce).

Insomma, Allegri sta facendo Allegri: una prudenza e un realismo quasi irritanti per chi va allo stadio e spesso assiste a dei primi tempi di sofferenza anche contro squadre che sulla carta andrebbero sommerse di gol. “A questi l’Inter ne faceva cinque”, sospira mesto il tifoso medio, quello che sta seduto dietro di me, quello che in fondo pensa le stesse cose che penso io, che pensiamo tutti. Certo, poi noi all’Inter abbiamo preso sei punti su sei, e figurarsi se non siamo contenti e riconoscenti nei confronti del nostro condottiero; ma in fondo manca sempre un po’ di piacere, di godimento estetico, di senso di forza: “Benvenuti all’inferno”, recita il tabellone luminoso dello stadio, e intanto il Parma di turno ci assedia sbarazzino, evidentemente inconsapevole di essere all’inferno (a meno che il benvenuto sia rivolto a noi tifosi di casa, e allora tutto avrebbe un senso deliziosamente ironico).

Poi, però. Sarà che io per lavoro mi occupo di comunicazione aziendale, ma mi pare che a questa analisi dell’allegrismo come rinuncia al gioco stesso manchi una dimensione. Che è quella della gestione del gruppo. Dopo l’ultimo derby è girato un breve video in cui si vede il vice di Allegri, Landucci, che prende per il collo Estupinan e per due volte gli grida “te lo meriti!”. E per due volte il più improbabile dei match winner risponde a Landucci con un semplice “grazie”, senza neppure alzare troppo la voce, malgrado il frastuono acustico ed emotivo di un derby appena vinto. In questo scambio commovente, secondo me c’è il grande lavoro di Allegri, anche se Allegri non è neppure presente sulla scena.

C’è un gruppo che è evidentemente in armonia, con un vice-capo che non si limita a elogiare il suo ragazzo, ma gli riconosce un merito preciso, fatto evidentemente di tanti allenamenti duri, anche per mettere nelle gambe quello scatto da centometrista, che abbiamo rivisto tante volte, allo scopo di arrivare puntuale come un innamorato all’appuntamento con la palla di Fofana, di tante panchine, di tante perplessità (diciamocelo con franchezza: chi di noi non ha pensato di essere riusciti nella difficile impresa di avere trovato l’Emerson Royal della fascia sinistra?); e c’è un giocatore che non ricambia con un urlo “barbarico” (per citare Walt Whitman), con una generica esultanza, ma che ringrazia, quasi a bassa voce, forse perché sa che il gruppo ha lavorato per portarlo fin lì. Ma gli esempi sono numerosi: c’è il Fofana che abbiamo visto scivolare in modo imbarazzante per noi e per lui davanti alla porta vuota in un drammatico Milan-Genoa pareggiato in extremis dopo l’immancabile gol del nostro Colombo (beffa nella beffa), uscito dal campo a testa bassa, che poi è lo stesso Fofana che mette quella palla per Estupinan.

C’è il De Winter che, sinceramente, pensavamo avrebbe cambiato sport dopo i maltrattamenti subiti da Rasmus Hojlund (un gol e un assist) nella Supercoppa di Lega giocata a Riyadh, e che invece è riemerso da quella brutta esperienza con rinnovata lucidità e cattiveria agonistica. Ci sono giocatori che, ancorché poco impiegati, si alzano dalla panchina e vanno sempre in campo con intensità e attenzione ai massimi livelli (penso soprattutto a Ricci e Jashari). C’è lo spogliatoio che intona cori per Modric, quando rientra dopo le interviste. C’è Leao, l’indecifrabile Leao, che corre a consolare Maignan, il glaciale Maignan, dopo l’inspiegabile errore contro il Como che regala a Nico Paz uno 0-1 troppo facile. C’è, non dimentichiamolo, il rinnovo “a vita” dello stesso Maignan, atleta orgogliosissimo che si sentiva tradito dalla società. C’è, insomma, una squadra che sembra stare bene psicologicamente e che ha trovato nelle pieghe del gruppo quella forza che talvolta non arrivava dal gioco, dalla tattica, dalla concretezza degli attaccanti. È la stessa squadra del cooling break di Milan-Lazio del 2024, un campionato e mezzo fa. È la squadra dei rigori rubati e sbagliati, come se tutto fosse uno scherzo e non uno sport professionistico in cui girano milioni.

Allegri, credo io osservando da fuori, ha fatto una cosa molto semplice: ha esposto le regole, ha fatto capire che non ci sarebbero stati alibi per chi non le avesse rispettate, e dentro quelle regole, piantate come pali intorno alla sua squadra, a protezione di quella squadra, ha costruito uno spazio di serenità, nel quale fosse possibile anche sbagliare, senza perdere fiducia. “Il mister è simpatico, scherza con noi”, dicono più o meno tutti i giocatori nelle interviste. “Però sulle cose importanti non si sgarra”. E lo vediamo, la domenica: urla, sbraita, quasi insulta chi non mette in pratica i suoi dettami, ma accoglie con affetto paterno chi esce dal campo per un cambio, sapendo che essere sostituiti non è mai un piacere: regole e protezione.

Massimiliano Allegri, naturalmente, non ha fatto tutto questo nel vuoto: da un lato ha potuto contare sul sostegno di una società che, dopo avere commesso quasi tutti gli errori, ha almeno avuto il buon gusto di intervenire poco (a parte l’ineffabile Scaroni, quello che “si dimentica di essere presidente del Milan”, alle cui gaffes ci siamo quasi affezionati); dall’altro ha scelto un gruppo di giocatori dei quali può fidarsi. A partire dal “suo” Rabiot, alla felicissima intuizione (di Tare) Luka Modric, al capitano Maignan, riconquistato alla causa rossonera tributandogli il massimo della fiducia nel momento in cui il rapporto era più fragile e l’addio a parametro zero era praticamente certo, con una mossa controintuitiva da genio del management; e tutti gli altri, vecchi e nuovi, che appaiono profondamente coinvolti nel clima di Milanello. Al costo di qualche rinuncia, certo: dal gruppo sono stati di fatto epurati Alex Jimenez e Theo Hernandez, due giocatori che, in qualche modo che non sappiamo, avevano evidentemente violato più di altri il patto di fiducia ritenuto indispensabile per collaborare al meglio. E colpisce ancora di più, la rinuncia ai due, se si considera che da un mero punto di vista tecnico-tattico sarebbero stati gli interpreti perfetti, ideali, insuperabili per la linea a cinque di Allegri, Jimenez a destra e ancora più Theo Hernandez a sinistra. Ma il management è fatto di scelte, spesso non facili.

È per questo lavoro sul clima e sul gruppo, credo, che questo Allegri maturo, incamminato quasi sulla via del “leader calmo” Ancelotti, all’opposto degli sciamani alla Conte, posseduti da qualcosa di inconoscibile, dovrebbe rimanere al Milan a lungo. E magari evolvere, nel tempo, in qualcosa di diverso, di più simile a un manager all’inglese (anche se questa formula non ha mai preso piede in Italia, per ragioni difficili da spiegare, o forse no). Chiunque abbia guidato un’organizzazione, o anche solo ci abbia lavorato (cioè quasi tutti), sa che il risultato dell’organizzazione stessa non è dato dalla somma delle competenze, ma anche, in larga parte, dal contesto in cui queste competenze sono portate a esprimersi. Regole chiare, non dispotiche ma, al contrario, basate sul buon senso e condivise con chiarezza, e un clima di fiducia reciproca, che accetta e non punisce gli errori commessi in buona fede, sono le premesse migliori perché ognuno dia il meglio di sé.

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.

Una risposta

  1. Buongiorno Luca, articolo molto ben scritto, nel contenuto ed ovviamente nella forma.
    Allegri sta facendo un lavoro di “recupero” sotto tanti aspetti e questo gli andrebbe riconosciuto.
    Come?.
    Con una campagna acquisti, non decente, ma ottima: i giocatori deve sceglierli lui in prima persona o al limite con Tare.
    Furlani può andare in ferie!.
    Estupinan è un giocatore di buon livello ma non da Milan: gli riconosco la professionalità e l’umiltà, dote più unica che rara nel mondo in generale.
    Spero tanto che quel gol possa trasformarlo.
    Hernandez avrebbe fatto comodo, ma evidentemente la società ha voluto dare un segnale ben preciso (perché Leao no?).
    Jimenez invece, sarà pure un buon giocatore, ma se arriva in ritardo agli allenamenti, non può essere un compagno di Modric.
    Un appunto ad Allegri o meglio una richiesta di spiegazione: perché anche con squadre mediocri dobbiamo fare ridere nei primi tempi e poi nei finali di partita tenerli nella propria area di rigore?.
    Come è possibile che un “top player” come Leao non sappia prendere la squadra per mano e vincere da solo certe partite?.
    Perché il Parma viene a vincere a San Siro e poi prende 4 pappine dal Torino, che ha fatto 1 punto in 5 partite?.

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