Quando si affronta il tema della formazione dei Giovani calciatori o calciatrici si utilizza con forza la seguente espressione, tipica del lessico calcistico contemporaneo: miglioramento individuale.
Un’espressione apparentemente condivisibile, ma che, se non specificata, rischia di rimanere generica e ambigua. Cosa significa realmente migliorare individualmente un giovane calciatore? In che modo questo miglioramento dovrebbe essere perseguito? Attraverso esercizi individuali isolati? Mediante esercitazioni analitiche con partner? Oppure dentro la realtà autentica del gioco?
Se per miglioramento individuale si intendesse l’allenamento attraverso esercizi individuali con la palla – palleggio, conduzione, gestualità tecnica ripetuta in forma decontestualizzata – si adotterebbe una prospettiva che separa la tecnica dal gioco. In questo caso il ragazzo lavorerebbe prevalentemente da solo, sviluppando abilità esecutive certamente utili, ma scollegate dalla complessità situazionale che caratterizza la partita.
Se invece il riferimento fosse a esercitazioni con partner, focalizzate su passaggi, controlli e combinazioni prestabilite, si compirebbe un passo avanti in termini relazionali, ma resterebbe comunque una dimensione parzialmente artificiale, in cui l’intenzionalità è limitata e le variabili ambientali sono ridotte.
Ancora, se il miglioramento individuale fosse perseguito attraverso situazioni come 1 contro 1 o 2 contro 2, si introdurrebbero elementi decisionali più significativi: dribbling, marcatura, tiro in presenza del portiere.
Tuttavia, anche in questo caso, se tali proposte fossero concepite come frammenti isolati, si rischierebbe di allenare parti separate dal tutto, gesti tecnici slegati dalla logica globale del gioco.
La questione centrale diventa allora epistemologica prima ancora che metodologica e, pertanto la domanda che ci dobbiamo porre è: il giocatore migliora attraverso la scomposizione del gioco oppure dentro la sua complessità?
Se il miglioramento individuale è pensato dentro la logica del gioco, il significato cambia radicalmente. Non si tratta più di perfezionare un gesto in astratto, ma di affinare la propria capacità di percepire, decidere e agire in relazione a compagni, avversari, spazi, tempi e finalità. La tecnica non è più un fine in sé, ma uno strumento incarnato nell’intenzionalità del giocatore.
In questa prospettiva, il miglioramento individuale coincide con l’aumento della qualità delle condotte situate: smarcarsi con senso, controllare orientando l’azione futura, passare creando vantaggio, dribblare in funzione dello squilibrio, tirare in relazione al contesto. Ogni gesto acquista significato solo all’interno della rete di relazioni che costituisce il gioco.
Migliorare individualmente, allora, non significa allenarsi da soli, ma diventare più competenti dentro il sistema dinamico della partita. Significa essere più efficaci nelle transizioni, più sensibili alle affordance ambientali, più capaci di anticipazione probabilistica. Significa, in definitiva, crescere come giocatori dentro la realtà autentica del gioco.
Se questa è l’intenzione pedagogica di qualsiasi progetto, non solo quello dell’U14 del Club Italia, di cui abbiamo recentemente parlato, allora l’espressione miglioramento individuale assume una profondità coerente con una visione complessa e non riduzionista dell’allenamento. Diversamente, il rischio è quello di perpetuare una frammentazione metodologica che separa tecnica e gioco, gesto e significato, esecuzione e intenzionalità.
La chiarezza terminologica non è un dettaglio formale: è il fondamento di una cultura metodologica. Specificare cosa si intende per miglioramento individuale significa dichiarare quale idea di giocatore, di apprendimento e di calcio si intende promuovere.











5 risposte
Raffaele, hai scritto un ottimo articolo. E’ evidente che tutto ciò che è finalizzato al gioco, lo si acquisisce giocando. L’ideale sarebbe anche visionare le partite in modo che i ragazzi si rendano meglio conto di quello che è successo, in positivo e negativo.
Solo che io non vedo, come già espresso in un thread precedente, dicotomia tra migliorare il trattamento della palla (anche pochi minuti magari correndo con la palla al piede) e l’elasticità del gesto piede palla, seguito per il resto dell’allenamento dalle situazioni da te richiamate che trovano la massima espressione nella partita.
Do assolutamente regione sul fatto che, se non si allena il cervello (partita), non si sta costruendo un calciatore ma un giocoliere da circo. Quindi quella è la prevalenza. Ti faccio un esempio, quando dirigo una squadra debole (è una vita che non mi capita più), prendo il miglior calciatore e gli chiedo di esercitarsi per cinque minuti ad allenamento con tiro non più alto di 2,5 metri di colpire il palo della bandierina.
Alla fine questo gesto sarà perfezionato anche nella sensibilità del passaggio lungo a seguire per la punta veloce.
Ovviamente, poi, è la partita a dettare posizione, tempi e forza del lancio.
Ripeto io vedo entrambe le attività in combinazione, ma nelle giuste proporzioni (forse meglio sproporzioni a vantaggio della partita) e lì mi avvicino molto a quanto tu sostieni.
Caro Giuseppe,ti ringrazio davvero per la profondità del tuo intervento, perché va esattamente al cuore della questione.
Sono pienamente d’accordo con te su un punto fondamentale: non esiste una vera dicotomia tra migliorare il trattamento della palla e allenare la comprensione del gioco.
Il problema non è se allenare il gesto, ma come e a partire da cosa lo si allena.
Quando tu fai lavorare il tuo miglior giocatore cinque minuti sul colpire il palo della bandierina con una traiettoria controllata, non stai creando un giocoliere da circo.
Stai affinando una sensibilità funzionale che poi potrà emergere nella partita come lancio lungo efficace.
Questo è un intervento intelligente, perché ha un riferimento chiaro al gioco reale.
La differenza, in questo approccio non è nell’eliminare il lavoro tecnico, ma nel suo principio generativo:
tutto deve nascere dal gioco e ritornarvi.
Se in partita emergono difficoltà nel cambio gioco, nella qualità del lancio o nella sensibilità del piede, allora posso isolare momentaneamente quella dimensione e lavorarci anche in modo più analitico.
Ma l’analitico non è mai slegato dal contesto: è sempre un approfondimento di un problema che il gioco ha fatto emergere.
È qui che sta la distinzione sostanziale.
Allenare solo il gesto, senza che il cervello sia immerso nella complessità percettiva e decisionale della partita, rischia di produrre abilità eleganti ma non situate.
Allenare solo la partita senza mai affinare la sensibilità motoria rischia di lasciare lacune esecutive.
Per questo parlo di prevalenza della partita, non di esclusività.
La partita è l’ambiente che allena il cervello, l’intenzionalità, la lettura delle configurazioni, le transizioni.
Gli interventi più mirati servono a rendere il gesto sempre più funzionale a ciò che la partita richiede.
Mi trovi molto vicino a ciò che dici quando parli di proporzioni, forse sproporzioni, a favore della partita.
È esattamente questo il punto: la situazione deve essere chiara.
Il gioco guida.
La tecnica sostiene.
Infine, condivido molto anche l’idea di visionare le partite: rivedere ciò che è accaduto aiuta i ragazzi a prendere consapevolezza delle proprie condotte, a dare senso alle scelte, a collegare gesto e intenzione.
È un modo per continuare ad allenare il cervello anche fuori dal campo.
In sintesi: non tecnica contro gioco, ma tecnica dentro il gioco.
Non gesto fine a sé stesso, ma condotta intenzionale a un problema situato.
Grazie davvero per il confronto, perché è da dialoghi così che si cresce.
Buongiorno,
un articolo interessante e utile.
Esprimendo il mio personale pensiero: la crescita personale di un atleta passa da tutte le osservazioni correttamente proposte da Raffaele e integrate da Giuseppe. Ciò che da valore alla crescita del ragazzo è la qualità nello scambio dei loro pensieri.
Questa qualità è il risultato di diverse competenze unite sotto un familiare stile di comunicazione.
Il risultato sono gli staff composti in modo coerente e sotto ben definite caratteristiche; una sorta di recruiting strutturato per la creazione di un gruppo di lavoro funzionale.
Chiaro che in ambito professionistico questo avviene con il tempo, sotto l’occhio della persona responsabile e non sempre sortisce effetti positivi.
Pensiamo dunque all’importanza che la creazione di questi gruppi in un ambito giovanile professionistico riveste.
Ritengo dunque che le modalità di screening e composizione degli staff siano fondamentali per ottenere uno dei quid in più affinché l’analisi e la risposta sopracitate diventino un punto di incontro funzionale allo sviluppo del ragazzo.
Caro Davide, Il tuo commento coglie un punto decisivo: la crescita dell’atleta non è il frutto di un singolo intervento illuminato, ma della qualità delle interazioni tra le persone che abitano il suo ambiente formativo.Non può esistere coerenza metodologica nel lavoro sul campo se non esiste prima una coerenza relazionale e comunicativa tra gli adulti che accompagnano il ragazzo.
È qui che entra in gioco la dimensione sistemica.In ogni ambito complesso – e il calcio giovanile professionistico lo è a tutti gli effetti – il risultato non dipende dalla somma delle competenze individuali, ma dalla qualità delle connessioni tra esse. Preparatore, allenatore, match analyst, psicologo, responsabile tecnico: ognuno porta un sapere specifico, ma è l’integrazione armonica sotto una visione condivisa a generare valore. Senza questa integrazione, il rischio è quello di avere competenze eccellenti che però operano in modo parallelo, talvolta divergente.
Il concetto di “recruiting strutturato” che richiami è quindi centrale: selezionare non solo per curriculum, ma per affinità epistemologica, stile comunicativo e capacità di dialogo. In un’ottica sistemica, lo staff non è un insieme di ruoli, ma un organismo vivente.come ogni organismo, funziona bene quando le sue parti sono differenziate ma coordinate.
Nel settore giovanile professionistico questa responsabilità è ancora più grande. Il ragazzo cresce dentro un ecosistema: ciò che apprende tecnicamente è inseparabile da ciò che respira relazionalmente. Se l’ambiente adulto è frammentato, anche l’esperienza del giovane rischia di esserlo. Se invece lo staff è coeso, coerente e orientato da principi condivisi, allora l’analisi e la risposta – come giustamente sottolinei – diventano realmente funzionali allo sviluppo integrale della persona-atleta.
Lavorare in maniera sistemica significa dunque:condividere linguaggi e criteri di osservazione;
costruire momenti strutturati di confronto interno;
definire responsabilità chiare dentro una visione comune;
considerare ogni intervento come parte di un disegno più ampio.
In definitiva, la crescita del ragazzo è il riflesso della maturità del sistema che lo accompagna. E il “quid in più” non risiede tanto nel singolo talento tecnico o metodologico, quanto nella qualità del sistema umano che sa metterlo in relazione, in dialogo e in coerenza operativa.
Da non addetto ai lavori posso solo dire che questo articolo conferma una sensazione che coltivo da tempo. Non ho mai giocato a calcio a livelli seri, né allenato, se non in qualche torneo. Sono, molto più modestamente, un redattore che osserva il gioco da fuori. Ma proprio per questo mi pare evidente una cosa: il talento non cresce nel vuoto ma ha bisogno di un terreno fertile.
Se oggi nascesse in Italia un talento cristallino come Alessandro Del Piero, non è affatto detto che riuscirebbe a esprimere tutto il suo potenziale. Non perché manchino i ragazzi dotati, ma perché sembra essersi impoverito quell’humus che in passato alimentava la crescita dei calciatori. Un ambiente fatto di allenatori competenti, compagni di alto livello, strutture organizzate e soprattutto una cultura calcistica condivisa.
Quando un giovane si allena dentro un sistema funzionante, beneficia inevitabilmente dell’ecosistema che lo circonda. Migliora perché si confronta ogni giorno con chi sa di più, con chi ha più esperienza, con chi pretende di più. È una dinamica quasi biologica: il contesto plasma l’individuo tanto quanto il talento innato.
Il calcio è uno sport profondamente relazionale. Il talento può essere anche genetico, ma da solo non basta. Il ragazzo deve essere riconosciuto, coltivato e messo nelle condizioni di crescere. Senza un ambiente capace di nutrirlo, rischia di restare soltanto una promessa. Con il sistema giusto, invece, trova le condizioni per poter diventare un campione, naturalmente se supportato da un talento naturale vero.