SUL PROGETTO FEDERALE UNDER 14

Nei giorni scorsi, a Coverciano, è stato proposto un allenamento pensato per il Progetto U14 del Club Italia. Si è affermato che l’obiettivo prioritario sarà il miglioramento individuale. Ciò che ci preoccupa, senza voler fare un processo alle intenzioni, anche in riferimento a quanto detto dal Presidente del Settore Tecnico che, citiamo testualmente, ha affermato: “l’allenamento individuale può essere veramente una strada da percorrere per crescere”, è il metodo o, meglio, il pensiero che sostiene l’approccio metodologico che verrà implementato per raggiungere l’obiettivo. In attesa di poter assistere ad una di queste sedute di allenamento ribadiamo quanto già espresso in un precedente articolo. Il fine è quello di esprimere il nostro punto di vista spiegando le motivazioni che lo sostengono in termini pedagogici e metodologici:            

1) Il calcio è un sistema complesso, non una somma di individui.

Nel calcio la prestazione non è la semplice addizione di abilità individuali. È il risultato di interazioni dinamiche tra compagni, avversari, spazio, tempo e palla. Allenare prioritariamente l’individuo in modo isolato rischia di scomporre artificialmente il gioco, di perdere la natura relazionale della competenza calcistica, ridurre l’intelligenza situazionale a esecuzione tecnica.

Nella realtà del gioco la competenza emerge dalla relazione, non dall’isolamento. La prestazione è situata e non astratta. Un gesto tecnico non ha valore in sé, ma nel contesto in cui prende forma. Un controllo orientato “perfetto” senza pressione è cosa diversa da un controllo sotto pressione, con vincoli spaziali e temporali.

Se l’obiettivo è formare giocatori competenti, allora l’allenamento deve rispettare il principio di situazionalità e la tecnica va allenata immersa nella complessità del gioco.               

2) Sviluppo cognitivo e decisionale nell’età U14

A 13–14 anni, si consolida la capacità di lettura del contesto, si sviluppano processi decisionali sempre più sofisticati, cresce la sensibilità alle relazioni collettive. In tal senso privilegiare l’allenamento individuale può rallentare la comprensione del gioco, gli aspetti legati alla cooperazione, alla dimensione del collettivo che in questa fase evolutiva risulta essere un acceleratore e non un ostacolo.

3) L’apprendimento nel calcio è enattivo e relazionale

L’apprendimento emerge grazie all’interazione tra corpo, mente ed ambiente (enattivo), i gesti tecnici si apprendono non per somma di sequenze motorie corrette dal punto di vista biomeccanico ma per esplorazione, adattamento, co-costruzione di soluzioni. Si apprendono dentro situazioni reali e non ripetendo soluzioni predeterminate. Se l’obiettivo è il miglioramento individuale, paradossalmente, questo emerge meglio dentro il gioco, non fuori.

4) Rischio di tecnicismo fine a sé

Mettere al centro l’allenamento individuale può portare invece alla frammentazione analitica, ad un eccesso di esercizi tecnici decontestualizzati, alla riduzione della variabilità.

Il calcio, che definiamo moderno, richiede invece adattabilità, sensibilità spazio-temporale, lettura delle transizioni e queste qualità si allenano in ambienti dinamici, non lineari. Insomma il miglioramento individuale nasce nel collettivo e ciò non significa negare l’importanza dell’individuo, anzi.

La questione è metodologica. Il calciatore migliora quando è immerso in relazioni e interazioni significative. L’immersione nel gioco stimola l’utilizzo della tecnica, sviluppa la percezione, attiva la presa di decisione, all’interno della cooperazione (compagni) e della contrapposizione (avversari).

A questo punto appare chiaro come la nostra visione dia priorità al gioco, al collettivo e non all’isolamento. Il fine non è allenare l’individuo “da solo” ma sviluppare competenze individuali dentro e attraverso il gioco. Non neghiamo l’individualità ma confidiamo in un cambio di paradigma. Ci sembra superfluo ribadire che non siamo contrari al miglioramento individuale (obiettivo), non siamo però d’accordo sul come (metodo) si pensi di perseguirlo: separando il giocatore dal contesto collettivo. Lo ribadiamo, il calcio è relazione, l’apprendimento è situato nel gioco, nel collettivo che, a 14 anni è, a maggior ragione, un moltiplicatore di opportunità.

La scelta della direzione metodologica incide profondamente sul futuro dei ragazzi, sulla loro crescita tecnica, cognitiva ed educativa Sarebbe perciò opportuno un confronto tra pluralità di visioni e non tra un gruppo ristretto di persone che condivide la medesima. Solo attraverso un dialogo ampio e inclusivo sarà possibile evitare semplificazioni riduttive e costruire una sintesi realmente partecipata e in grado di tenere insieme giocatore e collettivo, tecnica e gioco, sviluppo soggettivo e intelligenza relazionale.

FILIPPO GALLI

19 risposte

  1. Cari esperti della federazione,la vostra è la solita mentalità dirigista che spinge sempre di più verso un calcio elitario per ricchi che possono permettersi stage su stage di perfezionamento perché se no sei tagliato..
    Ma se banalmente la vostra politica fosse aumentare gli spazi pubblici dove si può giocare a calcio gratuitamente visto che chiudono tanti oratori e ormai è vietato giocare dappertutto?
    Così rassegniamoci a una Nazionale sempre meno competitiva in stile America dove nonostante il bacino enorme le regole non permettono a chi ha talento di emergere. E siccome ormai si punta solo sul fisico mettiamo pure il casco ai giocatori e cambiamo la forma della palla. Ma poi vi tocca trovare uno che fa i concerti negli intervalli!

    1. Ma basta con questa pagliacciata da bar dei campetti e degli oratori… È un concetto da chiacchiere senza alcun fondamento…
      Ci sono oratori aperti solo ai pallavolisti o parchi pubblici pieni di campi da tennis gratuiti…?
      Pensiamo e ragioniamo anziché usare solite frasi fatte che valgono zero.
      Poi i concetti espressi e descritti nell’articolo non risultano neanche a me tutti così corretti, ma per questo farò una risposta a sé stante

      1. Eddy, certamente il fatto che i concetti espressi nell’articolo non ti risultino complessi ti fa onore. Tutti noi viviamo nel dubbio. Ti pregherei in ogni caso di usare da un’altra parte termini quali “pagliacciata”, se non altro per rispetto dell’autore e dei lettori. Grazie
        Filippo

      2. Infatti in Norvegia, che ci ha massacrato sia a livello di nazionale che di club (peraltro in primis dal punto di vista atletico), i bambini son tutti a goocare per strada e negli oratori….

  2. Sono perfettamente d’accordo con tutti i pensieri riportati.
    Aggiungo umilmente che qulasiasi miglioramento può definirsi tale se avviene all’interno del contesto di riferimento in cui tutti gli elementi interagiscono generando, di volta in volta, variabili diverse.
    In caso contrario, quali parametri abbiamo per valutare il miglioramento?
    Alessio

  3. Non vi e’ alcun dubbio che il calcio, pur fondandosi sul collettivo e su un imprescindibile sistema di relazioni dinamiche e complesse, debba necessariamente trarre origine dalle abilita’ individuali del singolo, che sono sapienze innate compiute e non solo predisposizioni o potenziali attitudini.
    Quanto all’aspetto che piu’ interessa e cioe’ quello della tecnica individuale, il suo allenamento decontestualizzato e destrutturato e’ quanto di piu’ pernicioso possa esservi, per il naturale percorso di affinamento, modellamento e sublimazione.
    La tecnica individuale e’ in primis la risultante di processi neuro-funzionali e senso-motori in larga misura attribuibili alla genetica.
    Non vi e’ dunque alcun dubbio che abilita’ implicito-procedurali mai scomponibili debbano trovare tassativamente il loro percorso di sublimazione solo e soltanto in un contesto implicito-procedurale; e ad oggi l’unico contesto che noi conosciamo avente queste caratteristiche e’ IL GIOCO NELLE STESSE MODALITA’ DI GARA.
    Vivendo costantemente un ambiente simile a quello di gara, il cervello, quando e’ a riposo simula con carattere anticipatorio e predittivo l’ambiente di gara e raccoglie nell’inconscio cognitivo sempre nuove soluzioni interpretative di quel contesto.
    A questo e’ arrivata oggi la conoscenza nell’ambito delle neuroscienze.
    Dite a questi signori di far giocare tantissimo i ragazzi e quel che piu’ conta, senza correggere gli errori; qualche fuoriclasse verra’ fuori di sicuro.
    Se gli insegnano la tecnica individuale stanno disastrosamente decidendo in negativo il loro destino.

  4. Caro Filippo condivido pienamente la riflessione proposta nell’articolo, soprattutto quando si afferma che il calcio non può essere ridotto alla somma delle abilità individuali ma va compreso come sistema complesso di relazioni. Noi tutti dobbiamo porci una domanda : quale idea di calciatore vogliamo formare oggi?
    Se consideriamo il calcio un sistema complesso, allora l’allenamento individuale rischia di diventare un paradosso solo quando viene pensato fuori dalle relazioni di gioco. L’individualità calcistica, infatti, non si costruisce nell’isolamento ma nella capacità di adattarsi continuamente agli altri e all’ambiente. Nella pratica quotidiana con i giovani emerge spesso una contraddizione: chiediamo giocatori autonomi e intelligenti, ma li alleniamo in contesti dove le decisioni sono già previste. Forse il punto non è scegliere tra analitico e globale, ma progettare ambienti che rendano inevitabile l’emergere di soluzioni personali. Il miglioramento individuale, in questa prospettiva, non è il punto di partenza bensì la conseguenza di un ecosistema di apprendimento ricco di vincoli, relazioni e incertezza. Mi sembra allora che la questione centrale diventi il ruolo dell’allenatore: non più correttore del gesto, ma architetto di contesti. Allenare significherebbe soprattutto progettare situazioni capaci di far nascere comportamenti e non trasmettere soluzioni.
    Un saluto

  5. Parole da scolpire nella pietra. Sarebbe opportuno farlo in ogni centro sportivo. Il discorso che viene fatto attualmente dagli esponenti del Settore Tecnico, ignora, deliberatamente; gli ultimi 10/15 anni di scoperte; studi e nuovi approcci metodologici. Ma d’altronde, quante volte sentiamo i nostri tecnici più elogiati dai media, ripetere:”30 anni fa si faceva così…” o:”si è sempre fatto così…”
    Ed intanto noi non aiutiamo ad emergere(non dico “non produciamo”, né tantomeno “formiamo”, perché non penso siano termini corretti)nuovi talenti, né sappiamo coltivarli; meno che mai saremmo in grado-laddove fosse possibile-di farli sbocciare dal nulla. Il discorso sulla tecnica da “insegnare” è talmente stupido di per sé e ne abbiamo già parlato tante volte. La tecnica ognuno ce l’ha o non ce l’ha di suo. Non esiste un allenatore al mondo in grado di trasfondere un gesto tecnico random nell’equipaggiamento di abilità di un qualsiasi ragazzino. Altrimenti, tutti quelli che allena questo fantomatico coach, eseguirebbero le varie competenze tecniche, tutti alla stessa maniera, più o meno. Ed invece, nel mondo; non esiste un calciatore identico ad un altro. Chi solo si illude di poter “insegnare” qualcosa come una tecnica di trasmissione o ricezione o conduzione o tiro; vive nel mondo delle illusioni. Un po’ come se un genitore pensasse di poter insegnare ai propri figli come camminare. No, i bimbi guardano; vedono e laddove possibile e conformemente con le loro caratteristiche ed i loro tempi, imparano da soli a stare in piedi e poi a muovere un passo dopo l’altro. Una cosa buona e possibile per un bravo allenatore, è semmai riuscire a correggere criticità ad personam e non basandosi su presunte e mai conclamate basi universali che rendano una gestualità “perfetta”. Allenare un bimbo o una bimba da solo/a equivale a farli camminare in uno stanzone vuoto e privo di ostacoli; buche; semafori; traffico, altri pedoni etc e poi pensare che sia il caso di buttarli in mezzo ad una strada di New York e cavarsela da soli, perché hanno appreso come muovere un passo dietro l’altro. Siamo indietro rispetto a tante altre nazioni e la sensazione è che non ci sia alcuna volontà di recuperare; penso più per mancanza di umiltà; consapevolezza e capacità di studiare ed aggiornarsi; anziché crogiolarsi nella convinzione che siamo i migliori del mondo, a prescindere; perché ce lo ripetiamo da soli. Quando semmai dovrebbero essere gli altri a dirlo. Mi è capitato di ascoltare e parlare con tanti amici tedeschi; spagnoli e portoghesi, certo non scuole di allenatori inferiori alla nostra, anzi e mai mi è successo di sentirli autoproclamarsi come i migliori o come le eccellenze assolute. Anzi, sempre con la massima umiltà, parlando di una possibile visione delle cose; non come della verità. Un abbraccio

  6. Condivido tutto, come del resto anche dell’altro articolo citato.
    Sarebbe interessante anche leggere questo fantomatico piano di allenamento, perchè ne ho sentito parlare, ma non so cosa ci abbiano messo dentro, se qualcuno ce lo avesse sarei molto curioso.
    Resta comunque il fatto che un settore tecnico che forma con corsi a pagamento gli allenatori poi gli prepara le formule magiche per allenare…che è quasi offensivo.

  7. La cosa sorprendente è vedere come uno come Beretta, un tecnico che ha sofferto sulla sua pelle la tipica politica italiana dei “circoli chiusi”, abbia finito per appiattirsi sulla narrativa predominante e non abbia il coraggio di protagonizzare un vero cambio di paradigma.

  8. Un grosso problema sono anche le poche ore di gioco e la mancanza di spazi per il gioco.
    Mancano le strutture e, di conseguenza, quelle che ci sono, vanno divise sia in termine di spazio che di tempo.
    Si dice che manca il calcio di strada?
    Creiamo le condizioni per ritrovarlo.
    Più tempo giocano più crescono.
    Ho sempre criticato, quando ho iniziato ad allenare, un mio vecchio maestro che diceva:”falli giocare! È l’allenamento migliore.”
    Aveva ragione lui e per mia fortuna, mi sono redento.
    Abbiamo mezzi, strumenti e conoscenze per rendere il gioco funzionale anche alla tecnica.
    Usiamoli.
    Mia modesta opinione.

  9. Il calcio si gioca in squadra. Per questo la proposta del modo di giocarlo inizia studiando quello che lo genera: la squadra. Quando affrontiamo lo studio del gioco a partire dalla complessità e dalle teorie sistemiche, confermando la squadra come ciò che lo genera, possiamo senza dubbio identificarlo come un sistema adattivo complesso (Santa Fe Institute/J.H. Holland, H. Morowita), e possiamo capire che la squadra è composta da diverse componenti di per sé complesse, esseri umani sportivi, che sono necessariamente interconnessi avendo la stessa intenzione e che, pur agendo separatamente, fanno parte di un unico e specifico quadro-ambiente socializzato (la partita), che fa emergere azioni globali coerenti (interazioni, in effetti: nel calcio non vi sono azioni in senso proprio), sia competitive sia cooperative, durante il tempo del loro gioco.

    Non c’è il gioco del calcio per un giocatore. C’è un gioco del calcio che valorizza o cerca di valorizzare le individualità, ma da una visione collettiva. C’è un’idea collettiva, un obiettivo collettivo. C’è in tutte le squadre. Oppure, tutti i palloni che arrivano a Messi a 25 m dalla porta avversaria lui li converte in rete? No, solo quelli nelle circostanze nelle quali i suoi compagni di squadra, o alcuni di essi, riescono a conformare lo spazio di gioco in modo tale che lui possa esprimere quel suo straordinario talento. Per questo motivo, tra l’atro, in ogni squadra non giocano sempre “i migliori” undici in assoluto, bensì gli undici che giocano meglio insieme.

    L’identità dell’uomo non è possibile senza la relazione tra gli uomini: ogni giocatore è anche composto dai suoi compagni. Manchiamo il punto d’osservazione quando stimiamo il giocatore come un essere individuale, che agisce come se non dipendesse dal sistema di relazioni nel quale è situato. Per questa via, da una prospettiva riduzionista, ecco elaborato e proposto – per la verità, assieme a diversi altri con identica matrice culturale e concettuale – il “Progetto U14 FIGC” che accorda “Priorità all’allenamento individuale”.

    La valorizzazione individuale si rafforza nelle relazioni, laddove certe pratiche individuali impediscono di avere viva l’intelligenza sociale (Marina J.A.). Queste ultime, lontane dall’ottimizzare, sottostimano la capacità del sistema e, pertanto, limitano il suo apprendimento, prima, e la sua performance, dopo. Un sistema è un’interrelazione di elementi che costituiscono un’entità o un’unità globale. Tale definizione comporta due caratteristiche principali: la prima, è l’interrelazione degli elementi; la seconda, è l’unità globale costituita per questi elementi in interazione. Il sistema contesto-giocatore è quello costituito dal sottosistema giocatore e dal sottosistema contesto, in cui il giocatore (inter)agisce. Questo sistema deve intendersi come l’interazione del giocatore dentro al contesto in cui si trova. Il giocatore non decide né agisce in base alle interazioni che ha con il contesto, ma l’azione motoria emerge grazie ad entrambi i sottosistemi, giocatore e contesto, perché entrambi vincolano e confluiscono nell’azione motoria. E’ opportuno materializzare le relazioni mediante realizzazioni che siano collettive e non individuali. L’individualizzazione che deve esistere nel calcio significa valorizzare l’individuo con rispetto delle relazioni con gli altri.

    L’allenamento individualizzato efficace è quello che si propone giocando, agendo negli spazi naturali del gioco in base alle peculiarità dei giocatori, in accordo con gli elementi con i quali ci si relaziona e nella forma in cui si definiscono le intenzioni collettive (con riguardo all’ubicazione, al momento di gioco, alla direzione e al tempo). Rispettando la logica interna del gioco e il regolamento di gioco. Il calcio è un gioco comunicativo e sociale: isolare il giocatore da tale contesto, quello reale, determina il suo apprendimento e il suo rendimento. E non è positivo. Le funzioni sviluppate da ogni giocatore, infatti, dipendono esclusivamente dal funzionamento collettivo e sono la risultante delle varie modalità di interazione tra i giocatori della squadra.

    Nessuna ubicazione, traiettoria di spostamento, orientamento o gestualità costituisce da sola segno di un linguaggio, ma ne fa parte solo nella misura in cui appartiene alla circolazione di informazioni efficaci condivise, all’intracomunicazione: non può esserci alcun miglioramento, quindi, senza considerare gli altri con i quali si gioca. Il particolare esiste, deve essere osservato e corretto, altrimenti scadremmo in un olismo indeterminato e non troveremmo le risposte ai “perché” (il cervello ha bisogno del “perché”, con il “cosa” non si emoziona), ma sempre nella sua totalità, in completa interazione ed influenza reciproca con il contesto. “Ubicati in quel corridoio”, “smarcati in quella zona”, “utilizza questa traiettoria di spostamento”, “pre-orientati così”: sono le informazioni elaborate nella mente di chi viene allenato con il training individualizzato che costituisce il core, quasi il tratto distintivo, di una presunta ed ostentata qualità di certi modelli di sviluppo giovanile. L’essere umano che diventa poi giocatore con questo percorso, in base a cosa dovrebbe fare tutto questo? Nel fornirgli (tutte) queste informazioni, è stato tenuto conto delle sue competenze e delle sue caratteristiche correlate, le une e le altre, a quelle dei suoi compagni? Quando organizziamo una funzionalità che non rispetta la struttura prodotta dalle interazioni naturali, stiamo facendo l’errore d’attuare un’idea inadeguata, quindi il rendimento è inferiore rispetto a quello naturale (R. Caneda).
    Di fronte alla cultura della riduzione e della frammentazione, credo invece si debba coltivare una cultura migliore nell’ambito delle relazioni. In questo modo si creano legami solidi riguardo al rispetto dei compagni tanto quanto di se stessi, il che aumenta notevolmente il senso e l’orgoglio di appartenere al gruppo, capendo che devo sempre fare qualcosa per il gruppo, per conformare il giocare a calcio. Non possiamo non riconoscere e confermare ciò che dice la scienza, cioè che la pratica isolata genera egoismo e aggressività, ma ancor più è distruttiva, poiché è stato detto che blocca l’attenzione esecutiva e il ragionamento induttivo-deduttivo, che implica prendere decisioni lente e in generale complicarle. Al contrario, la pratica cooperativa di per sé, e qualunque essa sia, genera una “ricompensa” immediata per i suoi partecipanti, poiché è stato dimostrato che vengono attivate tutte le cosiddette “regioni cerebrali anteriori”, responsabili della conoscenza dell’ambiente, e la funzionalità complessa, che ci eleva alla categoria degli esseri umani intelligenti, con tutto ciò che questo comporta. E, inoltre, se questa pratica viene effettuata in “spazi ridotti”, questi valori
    vengono ottimizzati in modo esponenziale.

    In aggiunta, considerando quelle che attualmente sembrano essere le tendenze evolutive del gioco, il fatto che, mano a mano che l’innovazione (la capacità di innovare ai “compiti” abituali e di determinare le situazioni di gioco in maniera originale) diventa più complessa, i profili dei calciatori tendono ad essere più generalisti per facilitare una connettività altamente efficiente e innovativa che favorisca spazi e opzioni diverse per il gioco. Questi giocatori generalisti sono i superconnettori della squadra; promuovono l’ubicazione dei solisti-improvvisatori e attraverso le componenti spazio-relazionali organizzano tutti gli altri, in questo momento collaboratori del gruppo, per raggiungere la stabilità e gli obiettivi desiderati in ogni momento del gioco. Ecco come si può giocare in squadra. Perché, se giochi così in tutti gli spazi del campo, la squadra acquisisce valori ed energie superiori, diversi da quelli che ha qualunque giocatore e che ha la squadra intesa come “squadra fatta di individui”.

    Una squadra è un’unità globale, è diversa da una somma di individualità, e la sua sostanza è essenzialmente nelle relazioni che si fondano tra i giocatori. Non è questione di disconoscere il singolo giocatore, assolutamente: si tratta, piuttosto, di capirne il significato e il valore senza isolarlo dall’ambiente relazionale nel quale manifesta le sue competenze. Il calcio è complesso e la sua natura richiede un approccio sistemico, basato sulle emozioni, che consenta, senza trascurare le singole parti, di comprendere le parti stesse nella loro relazione. Una visione d’insieme: convivenza e competenza in un contesto simile al reale affinché il giocatore possa interagire in esso trovando, nel novero delle soluzioni possibili, quella che gli sembra migliore e che possa eseguire ogni volta nella forma più fine, in coerenza con quello che propone il contesto.
    In conclusione, per formarci un’opinione seria e precisa sul “Progetto U14 FIGC – Priorità all’allenamento individuale” dovremo certamente aspettare di vedere attraverso quali mezzi allenanti sarà sviluppato in concreto. Potremmo farlo confidando in un disassamento di questi contenuti operativi rispetto a quei presupposti culturali e concettuali che però, con preoccupante chiarezza, sono stati dichiarati.

      1. Buonasera Filippo. Grazie a te, che in questo spazio condividi il tuo pensiero e dai modo agli altri di esprimere e confrontare le rispettive idee.

  10. Buongiorno Filippo
    complimenti per il tuo blog e per le tante analisi corrette e approfondite sul calcio giovanile, in questo caso vorrei semplicemente dire che il gioco del calcio,questo sport così complesso da stimolare analisi infinite toccando tutte le argomentazioni possibili tutti gli aspetti,cognitivi,motori,dinamico,scientifici etc etc, dico che il centro di tutto è dominare il pallone,o meglio,saper dominare e gestire il pallone sicuramente e fondamentale sotto pressione in situazione da gara, ma chiedo come posso farlo se prima non parto dall’ imparare a stoppare,condurre,passare e calciare la palla??
    Faccio un esempio stupido, noi da neonati, prima di correre ,iniziamo gattonando poi camminiamo e infine impariamo a correre a saltare a fare le capriole, tutto ha un suo sviluppo e un suo tempo ma bisogna creare le basi su cui poi sviluppare tutto il resto così come parto dalla tecnica analitica per arrivare al situazionale e non a mio avviso al contrario!
    Grazie
    Cordiali saluti

    1. Ciao Sandro, grazie per l’apprezzamento al blog (che appartiene a chi vi scrive e a chi lo legge).
      Rispetto alle tue considerazioni ti consiglio questo articolo (1^ e 2^) parte, scritto da me ma inerente ad una lezione tenuta in UNICATT a Milano nel corso di calcio all’interno della facoltà di Scienze Motoriedal Prof. Domenico Gualtieri. Capisco il tuo punto di vista legato ad un paradigma riduzionista e ti propongo la lettura solo per uno spunto di riflessione. A presto.Buona giornata
      https://www.filippogalli.com/2023/11/18/professionalizzazione-del-fenomeno-sociale-calcio-lezione-2-fare-il-preparatore-atletico-nel-calcio-del-2020

  11. rubrica molto interessante, bravi a tutti i relatori e a chi decide di mettere ” in campo ” le proprie esperienze teoriche e pratiche. grazie massimo – pg

  12. 92 minuti incondizionati di applausi. Purtroppo, in Italia, l’analitico ha sempre prevalso sul situazionale, come metodo d’allenamento, così come la preparazione atletica specifica su quella globale, anche nei bambini piccoli. E’ una mentalità radicata nel tempo e molto difficile da sovvertire. L’unico talento che si riconosce e che si vuole allenare è quello della tecnica, cosa che poteva andar bene sessant’anni fa (forse), quando in realtà ci sono tantissimi altri talenti (come insegna il prof. Calligaris) utili a performare bene nel gioco del calcio, quali quello atletico, fisico, ma anche psicologico, emotivo, interrelazionale, collaborativo (sia con i compagni che con l’allenatore), la perspicacia situazionale e così via. Come conseguenza, nelle squadre giovanili ho visto ragazzi arrivare a 16 anni compiendo gli stessi errori, nelle scelte di gioco, che facevano a 5 anni quando hanno iniziato, senza alcuna crescita nella comprensione delle dinamiche di quello che è e resterà sempre un gioco di squadra. È davvero preoccupante che la federazione, per provare a risolvere le problematiche che affliggono il calcio italiano al giorno d’oggi, abbia deciso di seguire questa via.

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