PROGETTO U14 CLUB ITALIA – IL PROTOCOLLO D’ALLENAMENTO

Dopo alcune ricerche siamo riusciti ad avere una testimonianza da chi ha partecipato alla seduta di dimostrazione tenutasi ormai più di una settimana fa presso il Settore Tecnico di Coverciano e riguardante il Progetto U14 del Club Italia.

I Tecnici federali hanno fatto svolgere ai calciatori presenti una serie di esercizi suddivisi in tre stazioni di lavoro della durata di 20 minuti circa ciascuna. Di seguito quanto proposto:

I giocatori erano suddivisi su tre stazioni. Una volta trascorsi i 20 minuti il gruppo passava alla stazione successiva.

1^ stazione – sviluppo dei duelli

La stazione sui duelli è iniziata con gli 1vs1 – il difensore passa la palla all’attaccante e poi lo va ad attaccare -(lontani dalla realtà del gioco e fila di giocatori in attesa, troppo a lungo, del proprio turno), per poi passare progressivamente al 2vs1 e 2vs2 con finalizzazione in porta.

2^ stazione – lavori analitici

I lavori analitici prevedevano guida della palla con annesse finte, cambi di senso e di direzione, passaggi a coppie a terra e al volo, lanci con piede forte e piede debole per poi terminare con una didattica del colpo di testa. (focus sulla bio-meccanica del gesto!)

3^ stazione – test motori sui 30 mt

Si è svolto un lavoro preliminare di andature per prepararsi agli sprint. Nello andature di skip è stata data particolare attenzione all’utilizzo delle braccia

In chiusura si è giocata una partita “libera” della durata di circa un’ora.

A fine allenamento Mister Daniele Zoratto ha tenuto a precisare che tutto quanto visto in campo prende spunto dalla volontà di Maurizio Viscidi, il coordinatore delle nazionali giovanili e dell’Area Match Analysis della Federcalcio, in quanto nel corso degli anni si è prediletto più l’aspetto tattico che quello tecnico.

Ancora una visione riduzionista (che separa) e ancora, di conseguenza, la separazione tra tecnica e tattica. Ai posteri (ma speriamo prima) l’ardua sentenza. Voi cosa ne pensate?

FILIPPO GALLI

24 risposte

  1. Siamo alle solite poi tra poco inizieranno con gli esercizi di tecnica funzionale utilizzeranno sempre di più parole tecniche per uscire dalla realtà autentica del gioco siamo al punto di partenza meno tattica che poi la tattica c’è ogni volta che fai una scelta a patto che ci sia un avversario è più tecnica meccanizzata ed individuale,ma finché ci sono loro al comando il calcio in Italia andrà sempre più giù, io proporrei più calcio di strada e soprattutto meno spiegazioni e più osservazione .

  2. È difficile commentare queste tre proposte avulse dalla realtà e poco attinenti al contesto del gioco. Sicuramente per i ragazzi la migliore proposta è l’ultima: la partita. Quello che chiedo e mi chiedo è da dove prendano le informazioni di natura culturale per produrre questo protocollo. Dateci la bibliografia, che forse non esiste, o è solo un protocollo esperenziale dello staff senza nessuna attinenza alle varie scienze?

  3. “Nun c’è bisogno ‘a zingara p’andiviná, Cuncè’…
    “BASTAVANO GIÀ LE PAROLE
    Dopo aver espresso, già in tempi non sospetti, profonde perplessità sull’orientamento metodologico del Progetto U14, oggi non siamo più nel campo delle sensazioni o delle interpretazioni.
    Oggi parlano i fatti. Parlano le attività proposte.
    Parlano le scelte didattiche.
    E ciò che emerge è un quadro che desta seria preoccupazione culturale prima ancora che tecnica.
    La suddivisione dell’allenamento in tre stazioni da venti minuti – duelli progressivi, lavori analitici e test motori sui 30 metri – restituisce un’impostazione frammentata, scomposta, riduzionista. Un’impostazione che separa ciò che nel gioco del calcio nasce, vive e si sviluppa come unità inscindibile: percezione, decisione, azione; tecnica e tattica; corpo e intenzionalità.
    Nella prima stazione, dedicata ai duelli, si è partiti da 1 contro 1 totalmente decontestualizzati: difensore che passa la palla all’attaccante e poi lo affronta.
    File di giocatori in attesa, tempi morti, distanza evidente dalla realtà autentica del gioco. Successivamente 2 contro 1 e 2 contro 2 con finalizzazione.
    Ma la progressione numerica non basta a restituire complessità se manca la struttura ecologica del gioco, se manca l’incertezza situazionale, se manca il senso.
    La seconda stazione ha proposto lavori analitici: guida della palla con finte, cambi di direzione, passaggi a coppie, lanci con piede forte e debole, didattica del colpo di testa con focus biomeccanico. Ancora una volta il gesto isolato, scomposto, studiato come se potesse esistere fuori dall’intenzione tattica e dalla pressione spazio-temporale del gioco reale.
    Tecnica trattata come oggetto meccanico, non come condotta situata.
    La terza stazione ha riguardato test motori sui 30 metri, preceduti da andature preparatorie con attenzione all’uso delle braccia nello skip. Anche qui emerge una concezione lineare e settoriale della prestazione: prima si prepara il corpo, poi – eventualmente – lo si inserisce nel gioco. Come se la prestazione fisica non emergesse già dentro le dinamiche situazionali autentiche.
    Infine, una partita libera di un’ora.
    Ma una partita finale non basta a ricucire ciò che metodologicamente è stato separato per oltre sessanta minuti.
    Non basta “giocare alla fine” per dire di aver allenato nel gioco.
    Le dichiarazioni finali che attribuiscono l’impostazione alla volontà di riequilibrare un presunto eccesso di tatticismo degli anni precedenti non fanno che confermare l’errore di fondo: continuare a pensare tecnica e tattica come dimensioni scindibili, da bilanciare come pesi su una bilancia.
    È una visione culturale superata, figlia di un paradigma meccanicistico che il calcio contemporaneo più evoluto ha già oltrepassato.
    Questo non è rinnovamento.
    È restaurazione.
    È il ritorno a una didattica che scompone, isola, misura, cataloga.
    Ha il sapore dell’oscurantismo culturale, non dell’innovazione metodologica.
    Perché il gioco del calcio è un’altra cosa.
    Il gioco è complessità dinamica.
    È relazione continua tra compagni, avversari, spazio, tempo e palla.
    È intenzionalità incarnata.
    È adattamento creativo dentro vincoli variabili. È integrazione permanente tra dimensione tecnica, tattica, fisica, cognitiva ed emotiva.
    Quando si continua a proporre una formazione basata su stazioni analitiche, file di attesa, gesti isolati e sprint lineari, si trasmette un messaggio culturale preciso: il gioco può essere smontato in pezzi e poi rimontato. Ma non funziona così. Non ha mai funzionato così.
    Le nostre perplessità erano state espresse con chiarezza.
    Oggi non sono più solo perplessità.
    Sono conferme.
    Non parliamo per ideologia, ma sulla base di ciò che è stato visto e raccontato.
    E ciò che emerge è una distanza evidente tra la complessità del calcio reale e la proposta metodologica osservata.
    Il calcio non è la somma di esercizi.
    Non è biomeccanica applicata a compartimenti stagni. Non è velocità lineare misurata in 30 metri.
    Il calcio è un sistema complesso adattivo, dove ogni gesto nasce da una situazione e prende senso solo dentro di essa.
    Se davvero si vuole formare il giocatore del futuro, occorre superare definitivamente questa visione frammentata. Occorre avere il coraggio culturale di abbandonare l’idea che tecnica e tattica siano entità separabili. Occorre allenare dentro il gioco, non prepararsi al gioco fuori dal gioco.
    Filippo chiude l’articolo chiedendosi: ai posteri l’ardua sentenza?
    Sarà tardi, perché un’intera generazione verrà formata dentro un paradigma che guarda al passato invece di dialogare con la complessità del presente.
    Intanto, nel presente un grande “ assist” al mercato della “ tecnica “ e un grande schiaffo al gioco e al giocatore che gioca

  4. NCS (Non Ci Siamo)
    Il gioco ha delle complessità che non si riducono a tecnica o tattica, le abilità sono quelle che hanno fatto grande il calcio, invece si limita il tutto alla semplice meccanica del gioco…

  5. Quanto di più lontano ci possa essere dalla realtà del gioco e soprattutto dal ‘senso’ del gioco. I’m speechless…

  6. Il problema è sempre lo stesso: la formazione. E come si può sperare di formare adeguatamente chi a sua volta dovrà formare, se le proposte sono queste? Non si riesce a cambiare paradigma, semplicemente perché chi dovrebbe stimolare ad una inversione verso una visione diversa è sempre più ancorato a concezioni datate e riduzioniste, anche se vorrebbe far intendere il contrario. Si dice sempre che manca la strada (come se nelle altre nazioni si giochi per la via o siano rifioriti gli oratori), ma non si da lo stimolo a come “ricostruirla” sui campi. Corsi di formazione e aggiornamenti “obbligatori” che servono solo a mantenere il diploma o la qualifica. Anni di riduzionismo ci hanno portati ai risultati di oggi, mentre altre nazioni ci superavano. Non cambierà nulla, fin quando non saranno cambiati i vertici, ma intanto stiamo perdendo tempo e generazioni di calciatori, con il pretesto che “non c’è più il talento”. Il talento lo abbiamo fatto sfiorire noi, messo in fila per fare un tiro in porta o un 1>1, per saltare quattro ostacoli o dribblare inerti conetti, l’abbiamo perso dietro spiegazioni assurde, date a chi viene da noi semplicemente per “giocare” e trovare nel gioco attimi di felicità (e predisposizione). Bisognerebbe cambiare subito, adesso, per il bene del nostro calcio, ma per avere risultati almeno tra dieci anni, perché le generazioni contemporanee le abbiamo già perse. Grazie per il contributo che dai in questo blog, è importantissimo.

  7. Vedo che qui tutti sono concordi nel dire che un allenamento così strutturato non va bene. In sostanza non si può ridurre il contesto del gioco del calcio a situazioni basilari di 1vs1, 2vs1, 2vs2. Non si può ovviamente nemmeno proporre esercizi analitici di tecnica con percorsi a slalom con il pallone, sponde, etc. Men che meno si può insegnare esercizi atletici base quali la corsa, lo skip, l’uso delle braccia o esercizi analitici di tecnica di base per migliorare il colpo di testa, il controllo palla, il lancio o il tiro.
    Potete fare un esempio concreto di come sarebbe meglio organizzare una sessione di allenamento tipo? E’ più utile fare una partitella di 2h?
    Senza polemica ma vorrei capire e avere qualche idea costruttiva, grazie.

    1. Ciao Riccardo, sarei tentato di dirti, si, meglio la partita di 2h ma credo che ad un certo punto verrebbe meno la capacità attentiva inoltre se la partita è il riferimento la partita d’allenamento dovrebbe avere la medesima durata di quella ufficiale e ciò dipende dalle categorie: una risposta tra il serio e il faceto naturalmente. Il mio suggerimento è quello di organizzare sessioni di allenamento che provino a traslare nella seduta ciò che accade in partita. Innanzitutto allenare in presenza dei 4 elementi che determinano il contesto della gara e quindi il contesto di apprendimento: palla, compagni, avversari, direzione di gioco (le porte possono determinarla, oppure una linea di meta). In altre parole possessi palla direzionati, giochi di posizione, small sided games, situazioni di gara (attacco vs difesa con utilizzo dei centrocampisti) ma anche i rondos che, sebbene non abbiano direzione risultano utili in ogni fascia d’età e poi, certamente la partita che dovrebbe essere il momento migliore per apprendere. L’allenatore deve conoscere il gioco per poter intervenire, conoscere i giocatori per capire se intervenire, quando e come. È in quella complessità che i giocatori migliorano la tecnica. Spero di essere stato d’aiuto.

      1. Grazie, molto esaustivo. Sono d’accordissimo che sia preferibile creare situazioni di gioco che poi si verificano in partita. Molti settori giovanili (quelli di squadre pro e forse il 3% di quelli di squadre dilettantistiche) fanno selezione già dall’ U8 e quindi hanno già una materia prima con buoni livelli di tecnica e atletici individuali che permette di lavorare con metodi più efficaci (rondos, situazioni di gara, possessi palla direzionati, giochi di posizione, etc.) senza inficiare la buona riuscita dell’esercizio proposto. Nel restante delle squadre dilettantistiche, dove non si fa selezione principalmente per scelta di inclusione, risulta difficile proporre gli esercizi di cui sopra perchè un buon 50% ha livelli di tecnica ed atletici individuali bassi o molto bassi e ne va poi della buona riuscita dell’esercizio proposto ed a perdite di tempo per far riprendere l’esercizio. I numeri in Italia dicono che su 700’000 giocatori tesserati SGS dall’U17 in giù, meno di 10’000 appartengono a settori giovanili di squadre pro (circa 1,5%). La considerazione che mi viene da fare è la seguente: se il protocollo club Italia U14 è rivolto ai 2’500 (non so i numeri esatti ma giusto per capirci) giocatori U14 dei settori giovanili di squadre pro e dilettantistiche che selezionano direi che è sicuramente carente ed inadeguato ma se è rivolto agli altri 70’000 giocatori U14 secondo me è già molto meglio di quello che vedo fare in giro. Non credo sia corretto avere un protocollo che va bene per tutti. Rispetto a 30 anni fa il livello di quei 2’500 è rimasto buono ma è quello degli altri 70’000 che purtroppo si è abbassato notevolmente e quindi, se rivolto a loro, il protocollo potrebbe portare dei benefici a tutto il sistema.

    2. In ogni caso Riccardo, ciò che ho provato a spiegare nella risposta lo trovi nei numerosi articoli all’interno della sezione METODOLOGIA del blog. Non troverai esercitazioni confezionate ma il pensiero che rappresenta i presupposti per la loro realizzazione.
      Grazie per il contributo.

  8. La prima stazione è fondamentale perché oggi con tutto il traffico in mezzo al campo saper saltare l’uomo significa superiorità numerica e sinonimo di carattere per il ragazzo …che acquista fiducia e consapevolezza nei propri mezzi…la seconda stazione e la base che va sempre e comunque allenata fino alla prima squadra la confidenza con il pallone, è fondamentale, lui è suo fratello e fa quello che gli fai fare l’atleta.
    L’ultima stazione anche se una base ci vuole la inserirei all’interno delle esercitazioni io ho sempre odiato i lavori a secco e come me tutti i ragazzi che ho allenato dagli 8 ai 18 anni…si può lavorare la parte atletica con la palla
    Siamo nel 2026!
    Grazie Filippo per questi spunti di riflessione per tuttoi

    1. Ciao Leonardo, rispondo solo alla prima parte del tuo commento: siamo d’accordo sull’importanza di saper creare superiorità numerica, ciò che non mi trova d’accordo è il setting di apprendimento predisposto.
      Grazie per il tuo contributo

  9. L’ora di partita fa ben sperare, a patto pero’ che venga proposta con sistematicita’.
    Il problema e’ che cio’ che le esercitazioni analitiche tolgono la partita riattribuisce, ma cosi si rimane sempre al punto di partenza.

  10. Bella la conclusione: anche Viscidi, come Gravina, Capello e tanti altri confonde la tattica con l’organizzazione di gioco.

  11. Sentendo parlare di questo progetto ho voluto approfondire anch io la sua conoscenza. Per completezza la proposta del progetto under 14 comprende la situazione 2c1 con tiro in posta, la tecnica globale a coppie, i possessi palla con superiorità numerica e 40 minuti di partita libera. Mi sembra che il mix di proposte veda più elementi relativi al gioco che elementi analitici. Inoltre tale proposta viene suggerita una o al massimo due volte alla settimana e non per tutte le sedute.

    1. Buonasera Luigi, grazie per il contributo e il chiarimento. Quanto scritto è stato documentato da chi vi ha assistito. Ben venga un’apertura alla realtà del gioco nelle proposte.
      A volte il dichiarato non corrisponde all’agito.
      a presto.
      Filippo

  12. Non puoi dividere ciò che per sua natura è indivisibile.

    Il gioco è un sistema complesso adattivo.
    E come tale non può essere compreso — né allenato — attraverso una frammentazione meccanica delle sue componenti.

    La scomposizione analitica (fase offensiva, fase difensiva, principi, sotto-principi) è uno strumento utile per descrivere il gioco.
    Diventa però riduttiva quando guida la progettazione dell’apprendimento.

    Secondo la pedagogia non lineare, l’apprendimento motorio non procede per accumulo progressivo di parti semplici che si sommano fino a costruire il complesso.
    Procede per adattamenti successivi all’interno di sistemi instabili.

    Il comportamento emerge.
    Non viene assemblato.

    L’approccio ecologico-dinamico ci ricorda che la competenza nasce dall’interazione continua tra individuo, compito e ambiente.
    Non esiste gesto tecnico “in astratto”.
    Esiste un’azione situata, che prende forma in relazione ai vincoli presenti.

    Spazio.
    Tempo.
    Pressione avversaria.
    Punteggio.
    Stato emotivo.
    Relazioni con i compagni.

    Quando isoliamo il gesto dal contesto informazionale che lo rende significativo, stiamo allenando l’esecuzione, non la decisione.

    E nel calcio la decisione è parte integrante della tecnica.

    Per questo il punto di partenza non dovrebbe essere il semplice, ma il complesso rappresentativo.
    Non l’esercizio decontestualizzato, ma il gioco modificato.

    Allenare significa manipolare i vincoli per orientare l’emergere di soluzioni funzionali.
    Non prescrivere la soluzione corretta.

    In un ambiente ecologico:
    • il problema precede la soluzione
    • l’informazione guida l’azione
    • l’errore è un tentativo di adattamento

    La matrice resta la partita.

    I concetti analizzati — ampiezza, copertura, terzo uomo, tempi di inserimento — non devono essere memorizzati.
    Devono essere riconosciuti quando l’ambiente li rende rilevanti.

    La competenza è saper percepire l’affordance giusta nel momento giusto.

    Questo implica una progettazione doppia e integrata:
    1. Un progetto individuale, perché ogni atleta possiede vincoli strutturali, funzionali ed emotivi differenti.
    2. Un ecosistema collettivo coerente, perché ogni decisione individuale modifica l’equilibrio del sistema squadra.

    Non si tratta di rinunciare all’intenzionalità metodologica.
    Si tratta di spostarla.

    Dal controllo diretto del gesto
    alla progettazione dell’ambiente.

    Un ambiente più rappresentativo.
    Più variabile.
    Più generativo.

    Dove la soluzione non è imposta dall’esterno, ma scoperta attraverso l’adattamento.

    Perché il gioco non è la somma di parti.
    È una rete di relazioni simultanee.

    E non puoi dividere ciò che, per sua natura, è indivisibile.

  13. Grazie Filippo.
    Hai ragione: senza la qualità delle relazioni educative, anche l’architettura del gioco rischia di restare incompleta.
    Forse è proprio nell’intreccio tra progettazione della complessità e cura delle relazioni che si gioca la vera responsabilità formativa.
    Sarebbe interessante approfondire insieme questo punto.
    A presto.

  14. L’obiettivo è giocare a calcio. Allenarsi ha un significato fondamentale: farlo giocando.

    Il gioco, non la tattica né la tecnica. La tattica e la tecnica, con altre strutture, sono strumenti e non fine. E sono, l’una, l’altra e le altre, dentro al gioco. Si parla molto spesso di tattica e di tecnica, se prima l’una o l’altra, le descriviamo antitetiche, le poniamo alternative, pensiamo di accordare priorità ad una delle due … Non dobbiamo confondere gli strumenti del gioco con il gioco stesso, altrimenti alleniamo gli strumenti e non a giocare. Per giocare, si tratta di interpretare i criteri conformatori del gioco (posizione della palla, il centro del gioco; l’ubicazione dei giocatori; l’orientamento del corpo e la postura dei giocatori; le traiettorie degli elementi; le peculiarità dei giocatori; i rapporti di risonanza empatica) per generare, identificare e sfruttare vantaggi attraverso scelte appropriate. L’obiettivo della metodologia è agevolare al giocatore la comprensione del gioco, aumentando l’efficacia delle sue decisioni. Allenarsi significa “sentire” il gioco, “vivere” il gioco. Ogni attività deve implicare la conoscenza del gioco. Non credo che dobbiamo trasformarci in fabbriche di esercizi che impongono ai giocatori compiti risolutivi e creano in loro comportamenti distanti da ciò che succede nella realtà della competizione.

    Per quanto riguarda le competenze tecniche, ancora discutiamo sull’opportunità di impiegare o meno forme analitiche di allenamento. La tecnica esiste all’interno del gioco, senza gioco non c’è tecnica: non esiste il gesto tecnico in generale, mentre esiste il gesto tecnico all’interno della specifica situazione di gioco con avversari. Il gesto tecnico nasce dalle interazioni tra il giocatore, l’ambiente in cui avviene il gesto e il compito stesso. Se uno di questi fattori o vincoli varia, ad esempio escludendo gli opponenti, l’interazione viene modificata e può emergere una coordinazione preferenziale diversa. I vincoli del compito sono una proprietà emergente del sistema, risultando dall’interazione del giocatore e del contesto. Ci sono molte gestualità tecniche diverse. Diversi tipi di tiro in porta, diversi modi di condurre la palla, diversi modi di ricevere la palla, diversi modi di controllare un passaggio o di effettuare un passaggio. Finte diverse, modi di coprire la palla. E ognuna è più efficace delle altre in un dato contesto. La tecnica è solo un mezzo per raggiungere un fine: la situazione in cui qualcosa accade, dovrebbe o potrebbe accadere è decisiva per l’attuazione tecnica … né attraverso gli esercizi si possono creare tutte le possibili condizioni … serve il gioco! Come? In un contesto situazionale, attraverso una pratica variabile e complessa. Variabilità dell’ipotesi pratica, apprendimento nell’interferenza del contesto e connesso apprendimento differenziale delineano le caratteristiche dell’attività efficace. Sperimentare nel gioco! Possono essere utili esercitazioni con un obiettivo tecnico in situazioni contestualizzate, nell’ambito di un training orientato al processo decisionale e validato in compiti tattici aperti. Occorre una padronanza situazionale delle varie espressioni di ogni gesto tecnico: è richiesta dalla complessità del calcio. Ad esempio, nel passaggio. Processi decisionali dei giocatori, le domande sono: “con quale intenzione?” (il passaggio ha sempre un’intenzione: non si gioca per passare la palla, si passa la palla per giocare) e “a chi passare?”, il “come passare” nasce da qui. Vogliamo attrarre per poi spostare il gioco? Passaggio corto e lento per attrarre e, quando arrivano gli avversari, passaggio lungo veloce su chi si è isolato in un 1×1 in cui ha un vantaggio qualitativo o dinamico da sfruttare; il giocatore isolato nel duello, deve a sua volta riconoscersi nella sua funzione all’interno della relazione e identificare e conseguire il vantaggio alla squadra … Esperienza di gioco e allenamento collettivo in forma di gioco hanno un ruolo decisivo nella padronanza di gesti rapidi, precisi, creativi e variabili. Se la qualità del gesto è isolata, invece, manca il riferimento competitivo: manca il prima e il dopo. Quando si fanno proposte su un gesto, non dobbiamo guardare sempre soltanto il gesto stesso, ma, oltre all’azione principale, anche l’azione precedente e quella successiva. E’ importante, inoltre, spogliare il calcio da tutto ciò che lo traveste. I giocatori che si devono allenare con cinesini, sagome e altri obblighi e vincoli del genere, di solito si comportano in maniera che la loro corsa, il gioco e la palla si realizzano lentamente a causa di questi riferimenti estranei. Nell’allenamento e nella progettazione di modelli di training è ideale che le forme allenanti siano definite dai fattori specifici che appaiono nel gioco, in modo che ci sia un’esperienza di apprendimento e l’attuazione sia migliore e più veloce. Frequentemente non ci rendiamo conto che il protagonista non è l’allenamento ma il giocatore: dovremo agevolare il giocatore nel raggiungimento della sua versione migliore, invece di fare “il miglior allenamento”.

    Da quando ho iniziato la mia formazione, una delle mie maggiori preoccupazioni è stata quella di tentare di generare un processo di allenamento valido, che il metodo apportasse il meglio possibile in concreto, non solo per quello che ho volta a volta ricercato come impianto di gioco, ma anche affinché emergessero soluzioni che moltiplicassero le possibilità di coloro che si allenano. Capisco, dai progressi che da noi latitano nel metodo, che non abbiamo ancora superato la fase di segmentazione dell’allenamento in compartimenti stagni con obiettivi fisici, tecnici, tattici e psicologici senza interare, però percepisco per quello che vivo, vedo, leggo e studio che da tempo siamo già caduti in un’altra frammentazione, quella del “Principio”: si vuole ridurre tanto la complessità delle cose affinché le nostre pratiche ci portino al conseguimento di un obiettivo, allo sviluppare un concetto in sé, che perdiamo la visione della realtà globale che il gioco è, e lo distorciamo e lo riduciamo in tale maniera che allontaniamo il giocatore da quello che dobbiamo intendere per “giocare”. Nel campo dell’allenamento viviamo sotto la regola del Principio, delle gerarchie del principale e del secondario, delle sistematizzazioni basate sulla logica della progressività o del transfer. Questi principi regolano il mondo dell’allenamento di tutti gli sport individuali e hanno permeato gli sport di squadra senza che ce ne rendessimo conto (P. Seirul-lo). I principi appartengono a quelle discipline nelle quali si ottiene tagliando il traguardo o totalizzando un tempo. Un principio, per sua natura, succede sempre allo stesso modo. I principi nel gioco non ci sono. Ci sono se e quando li creiamo noi, per nostra utilità, pensando in questa maniera di capire e capirsi. I cosiddetti “principi di gioco”, però, per quanto aperti possano essere – come, ad esempio, quelli della scuola portoghese – secondo me non valgono a definire il gioco. Il gioco va molto al di là dei principi e dei sotto-principi: il gioco è imprevedibile, per alcuni aspetti caotico, certamente non è lineare. I principi di gioco sono illusori, di un’illusione che a volte ci torna utile, mentre gli unici reali sono i criteri conformatori del gioco che, però, sono impermanenti: l’unica cosa certa nel calcio è il costante cambiamento. E qui sta la fluidità del gioco, non nel variare struttura andando da una ad un’altra in movimento o sullo sviluppo. Similmente che per la tecnica, non dobbiamo confondere i principi del gioco con il gioco stesso, altrimenti alleniamo quelli e non il gioco. Non dobbiamo allenare la tattica, ma il gioco: prepararci ad affrontare l’imprevedibilità. Oltretutto, focalizzandoci sulla tattica, mettiamo al centro l’allenatore; centrandoci sul gioco, mettiamo al centro il giocatore, che è il vero soggetto. Dobbiamo considerare che le situazioni di allenamento, anche avendo un obiettivo, devono contenere il volume basico delle strutture di gioco. Quello che dal paradigma della complessità è noto come frattale, semplificazione della realtà che però contiene tutte le informazioni del sistema da cui sono estratte. La preparazione tattica deve essere affrontata in termini di connessioni tra gli elementi che formano parte di essa, di ordini e di relazioni, senza perdere in alcun momento la visione globale dell’insieme. Ogni parte o mezzo tattico non si sviluppa in maniera isolata dal contesto. In una situazione reale di gioco, per realizzare un efficace pressing alla perdita, a parte l’avere un’attitudine attiva nell’istante in cui si perde il possesso, la squadra avrà bisogno di un processo di gioco tale che, perdendo il pallone, saremo sufficientemente uniti (viaggiare uniti insieme al pallone quando ne disponiamo) e capaci di auto-organizzarci per recuperarlo lì dove l’abbiamo perso, però anche e non meno importante, avere strumenti per redistribuirci o addirittura contestualizzare se non lo facciamo bene. Perché questo è un tema ricorrente, incidiamo con molto zelo nell’allenare in momenti di stabilità, però poco in momenti di instabilità più vicini a quello che il gioco è. Le esercitazioni devono affrontare l’instabilità che il giocare comporta, per questo i giocatori devono sperimentare durante la settimana con il grado di disordine e casualità e sapere come tornare al punto di stabilità dalle fluttuazioni del gioco. Se la pratica è tanto condizionata dallo staff tecnico che durante la sua realizzazione sempre riesce bene, probabilmente stiamo riducendo la realtà e il suo transfer non sarà così alto come vorremmo. Credo che l’allenamento pertinente sia molto relazionato con il generare un contesto di gioco e riunire determinate relazioni, piuttosto che con il centralizzare un obiettivo e creare regole di provocazione che in certe occasioni distorcono il gioco nell’impazienza di raggiungere gli obiettivi. Nelle proposte pratiche penso che non si debba frammentare il gioco in momenti in cui si dispone della palla e momenti in cui non se ne dispone. Il gioco è un’unità indivisibile, non c’è un momento difensivo senza un momento offensivo e viceversa. C’è una sola fase, il gioco, e la pratica deve essere coerente: occorre un’interpretazione globale del gioco che non preveda distinzioni tra il momento in cui si dispone del pallone e il momento in cui si va al recupero, ma rispetti l’alternanza di possesso e perdita del pallone, la commutazione dall’uno all’altro. Un’idea è quella di tenere ampli gli obiettivi di ogni proposta: strutturare forme allenanti che impegnino i giocatori sugli elementi del gioco reale e, specificamente, nelle interazioni offensive e in quelle difensive proprie del processo di gioco, stimolandoli emotivamente ad attaccare con la prospettiva di difendere e viceversa. Senza trascurare che il processo deve promuovere giocatori competenti, giocatori autonomi che sappiano risolvere non solo il quadro dell’impianto proposto, ma che anche sappiano innovare nella realtà che la competizione è. Se l’intenzione è trovare il nostro estremo sul piede e pulirgli uno spazio perché si giochi l’1×1, però un determinato giorno il suo avversario diretto lo supera le prime tre volte nel duello, il giocatore dovrà cercare altre soluzioni. Per questo l’allenamento deve servire anche a che il collettivo apprenda a convivere con la frustrazione di non riuscire ripetutamente e comunque non perdere la sua competitività.

    Penso che i migliori allenamenti li scriva il gioco e che dobbiamo impegnarci a sviluppare forme di allenamento direttamente dal gioco, tali che ne riflettano la complessità e la realtà. Forme allenanti finalizzate ad allenarsi in modo efficiente, cioè stimolando i processi di comunicazione e presa di decisione all’interno di situazioni di gioco, compresa l’attuazione delle tecniche richieste. I giocatori fanno esperienza di gioco nel vivere ripetutamente le situazioni allenate, questo in un contesto esercitativo competitivo e di grande libertà, aperto e in cui si ponga sempre la necessità di prendere decisioni. Ritengo che sul campo si debbano applicare contenuti di allenamento che nascono dalla ricerca di un metodo operativo che corrisponda al gioco e alla necessità di avere un’interpretazione non univoca del gioco stesso, costruendo percorsi modulati sulle esigenze del gruppo e utilizzando proposte pratiche indirizzate verso gli elementi specifici del gioco. Il metodo di allenamento sul campo mi sembra debba orientarsi verso contenuti che stimolino i giocatori alla conoscenza e alla miglior percezione della realtà del gioco e dei suoi flussi, ponendoli sempre di fronte a decisioni da prendere in maniera efficace, avendo essi costanti opportunità di ricercare un’auto-organizzazione all’interno della situazione di gioco e un processo all’interno del gioco. Una metodologia di questo tipo si struttura sui criteri conformatori del gioco e si sviluppa riferendosi alla molteplicità di contesti e situazioni che possono definire il gioco. Senza alcun eccesso: nessun eccesso nella pratica e nessun eccesso nell’informazione. Una proposta aperta, emozionale, basata sull’uso del potenziamento del vincolo e dell’implicazione dell’esperienza di gioco, tanto cognitiva (tattica) come coordinativa (tecnica). Una metodologia che non divide i fattori e i momenti che formano il gioco, e che allo stesso tempo accetta l’incertezza che il calcio porta con sé, dove le parti si allenano in interazione, dando a tutte e a tutto un senso. L’obiettivo è chiaro: facilitare l’emergere di un giocatore sempre più efficiente e autonomo nel proprio gioco e nelle situazioni uniche che questo offre al giocatore.

    Il processo di sviluppo di un giocatore avviene attraverso esperienze specifiche in un ambiente ricco di stimoli, relazioni, interazioni e espressioni motorie. A quel punto, apportano un valore decisivo il metodo operativo (i contenuti) e il coaching (le modalità con le quali vengono proposti i contenuti). L’elemento fondamentale è il contesto e l’apprendimento è nella variabilità. Dobbiamo cominciare quanto prima a far conoscere il gioco, conoscenza pratica, accordarsi con le informazioni rilevanti del gioco: competenza di fare nel contesto. “Doer Player”, giocatore che agisce. Aumentare l’esposizione al gioco affrontando ripetutamente situazioni calcisticamente significative: il transfer aumenta approssimando le caratteristiche della partita a quelle dell’allenamento. Questo significa che tutto ciò che proponiamo uscendo dal gioco abbassa il livello di trasferibilità e, quindi, quando lo facciamo dobbiamo chiederci il perché, cosa ci proponiamo di far emergere. Può anche avere un significato, ma dobbiamo avere consapevolezza di quel che facciamo. Proponiamo circuiti di passaggio, percorsi con varie gestualità, passaggi a due o più giocatori e altri esercizi di questo tipo: perché? Sono pratiche specifiche, ma non rappresentative del gioco. Quale può essere la loro funzione, se ce l’hanno? Per “allenare la tecnica”? No, così non stiamo allenando la tecnica. Così integriamo il pallone nella motricità del giocatore: lavoriamo sulla relazione giocatore-pallone, sulla destrezza. Sul padroneggiare il pallone. La tecnica, però, non è il padroneggiare il pallone, e per giocare bene serve (anche) una tecnica efficace. Non è il gestire la palla né l’applicare un rigido schema motorio: queste sono abilità. Per giocare servono le competenze e la tecnica è la competenza nel risolvere i problemi di gioco attraverso il padroneggiare il pallone. E le abilità di per sé non hanno transfer alle competenze. L’abilità è un’abilità tecnica senza trasferimento diretto fin dall’inizio. Proposte con una forte componente di abilità possono essere efficaci nel rafforzare la struttura socio-affettiva della squadra, la complicità tra compagni di squadra e la fiducia in se stesso del giocatore. Può essere una pratica che aumenta l’autostima e dà sicurezza nel rapporto col pallone: alzo la confidenza motoria con il pallone. La pratica senza avversari deve in ogni caso avere delle qualità: deve contenere elementi di impredicibilità e di variabilità, non consistere in esercizi in cui i giocatori sanno già cosa succederà e devono solo eseguire.

  15. Salve ho letto molta partecipazione su questo post, molte risposte pompose e piene di pagine di libri ma nessuna che portava un’alterntaiva contestuale…cosa come e perché avreste fatto diversamente…si è scritto no al gesto tecnico, si alla partita…io forse un’analisi anche delle metodiche di lavoro estere le vedrei prima di sentenziare. Poi naturalmente la si può pensare come si vuole…..e sicuramente scrivere senza portare evidenze qui sopra non è utile a nessuno.

    1. Buongiorno Daniele cerchi nel blog, se ha tempo, l’articolo “L’efficacia dell’allenamento basato sui vincoli nello sviluppo delle abilità nel calcio”. Ci sono anche i riferimenti a testi per le eveidenze.
      Qui non sentenzia nessuno ma si portano pensieri che, probabilmente, andando in “contrapposizione” con ciò che si fa da sempre sono considerati “sentenze”. poi potrei raccontarle delle evidenze raccolte nella pratica giornaliera nelle esperienze di Milan e Parma ma direi che nel blog c’è tanto materiale. Grazie per il suo contributo.
      A presto.
      Filippo

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