UN DE PROFUNDIS AFFRETTATO

L’Italia ha portato una sola squadra agli ottavi di finale di Champions League. È un dato asettico, che va accettato e analizzato. Ma da qui a recitare il rosario funebre del calcio nazionale il passo è stato fin troppo svelto. Dopo la sconfitta dell’Inter contro il Bodø/Glimt — gara scomposta, nervosa, tecnicamente inferiore a quanto ci si attende da chi pretende statura europea — si sono levate le solite invettive contro “il sistema”, contro “il movimento”, contro tutto ciò che non funziona. È un riflesso antico, tipicamente italiano: fare di tutta l’erba un fascio e poi incendiarlo.

Poi, però, sono arrivate le partite di Juventus e Atalanta. E il funerale si è trasformato in autopsia interrotta.

La Juventus, travolta 5-2 a Istanbul, sembrava un caso clinico. A Torino ha risposto con un 3-0 costruito con orgoglio e brillantezza, anche se frutto della necessità di ribaltare il risultato dell’andata. In dieci uomini per l’espulsione di Kelly, ha trovato energie che non sapeva di avere, trascinando la sfida ai supplementari e sprecando con Zhegrova l’occasione della qualificazione. Poi, stremata, ha ceduto due volte ai turchi. Possiamo dire che è stata una Juve viva, uscita principalmente per episodi.

L’Atalanta, invece, partiva dal 2-0 subito al Westfalenstadion. Una montagna da scalare. L’ha fatto con ordine, ferocia controllata, idee chiare. Due gol nel primo tempo, il terzo di Pasalic a incendiare lo stadio. Poi il fisiologico rifiatare, il 3-1 che ha rimesso tutto in bilico, la sensazione che i supplementari fossero già scritti. Guardavo la partita su una TV portoghese: pochi secondi prima del novantesimo è comparsa la scritta “Per i supplementari ci sposteremo su DAZN 4”. Una sentenza anticipata.

Il calcio, per fortuna, non legge le sovrimpressioni. Errore di Kobel, rigore, Samardzic dal dischetto. Ultimamente più genio che sregolatezza. E la Dea ha chiuso la pratica quando stava per calare il sipario, senza bisogno di tempi aggiuntivi.

L’Inter ha perso male, sì. Ma trasformare la sconfitta di una squadra in una diagnosi terminale per il calcio italiano è un’abitudine nazionale. Non siamo guariti né siamo morti mercoledì sera.

Parlavo con Filippo Galli dell’ipotesi di un’analisi più ampia: le difficoltà croniche delle italiane nel reggere l’urto fisico europeo a febbraio. Non è un’impressione. Lo scorso anno tre club del Belpaese uscirono dai play-off contro avversari, sulla carta, inferiori. Quest’anno l’andata aveva già consegnato sconfitte con almeno due gol di scarto. Il de profundis sembrava pronto e impaginato.

Sono circolati dati sull’intensità superiore dei campionati europei rispetto alla nostra Serie A. Non amo la retorica delle tabelle, ma il divario atletico esiste ed è misurabile. Ed è curioso che nel calcio continui a stupire ciò che è evidente. Anche in questo mercoledì convulso si è visto: ritmo, pressione, continuità. Poi, però, c’è il fattore campo. Atalanta e Juventus hanno ribaltato l’inerzia davanti al proprio pubblico: non è un dettaglio secondario.

Il discorso fisico resta. Palladino, subentrato a Juric, ha rivisto la preparazione dell’Atalanta. E la Dea non ha accusato il consueto appannamento invernale. La Juventus, a Istanbul, è crollata anche per circostanze contingenti: inferiorità numerica, infortuni, gestione emotiva. A Torino ha dominato, persino in inferiorità numerica, perché tecnicamente superiore al Galatasaray. Ma anche qui la componente atletica ha inciso.

Le chiavi di lettura sono molteplici. Si è esaltato, a ragione, il Bodø/Glimt. Ne avevo scritto mesi fa, sottolineando il lavoro di Knutsen. I norvegesi non sono “salmonari”, come qualcuno li ha liquidati con sufficienza: sono una squadra con geometrie limpide, occupazione razionale degli spazi, sincronismi interiorizzati. Giocano un calcio armonico e consapevole. E sono in condizione smagliante da gennaio, come dimostrano le vittorie contro City e Atlético. È altrettanto vero che nel girone hanno raccolto meno di quanto il loro potenziale suggerisse. Segno che la forma, in un’accezione sistemica, nel calcio, è variabile decisiva.

Il dato sull’intensità europea è reale. Ma nel calcio le spiegazioni monocausali sono comode e quasi sempre sbagliate. L’Atalanta, negli ultimi anni, non ha seguito il trend negativo delle italiane. È stata un corpo autonomo, quasi un asset decorrelato dal sistema, mutuando questa espressione dal linguaggio finanziario.

L’Inter ha perso contro una squadra più organizzata, più brillante, più pronta in questo preciso momento della stagione, e ha perso mostrando crepe che non nascono a Bodø ma da un percorso europeo che ha smarrito continuità e personalità con Chivu. Questo è un problema dell’Inter, non necessariamente dell’intero movimento. Allo stesso tempo Atalanta e Juventus hanno dimostrato che il divario non è incolmabile, che la preparazione, non solo atletica, può essere modulata, che la gestione delle risorse conta, che il fattore campo pesa, che le circostanze incidono.

Il calcio italiano deve giustamente interrogarsi sull’intensità e sulla qualità media del proprio campionato, ma chi confonde queste due domande finisce per non rispondere a nessuna delle due, limitandosi a proclamare l’ennesima crisi definitiva che, puntualmente, definitiva non è.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

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