L’EFFICACIA DELL’ALLENAMENTO BASATO SUI VINCOLI NELLO SVILUPPO DELLE ABILITÀ NEL CALCIO

Di seguito la sintesi dello svolgimento e degli esiti della Ricerca, Studio ed Elaborato di:

Tiziana D’Isanto, Felice Di Domenico, Francesca D’Elia, Sara Aliberti*, Giovanni Esposito

Department of Political and Social Studies, University of Salerno, Salerno, 84084, Fisciano, Italy

Received August 30, 2021; Revised October 15, 2021; Accepted November 5, 2021

CLA_approach_to_coaching

Lo studio ha indagato l’abilità di dribbling in giovani calciatori U13, confrontando due modalità di allenamento differenti.

Da un lato un approccio tradizionale, basato su pratica a blocchi: ripetizione meccanica dello stesso compito, percorsi di slalom intorno ai coni, sequenze identiche, assenza di avversario reale, feedback correttivo centrato sull’esecuzione tecnica. Un modello lineare, in cui si presume che l’apprendimento del gesto nasca dalla ripetizione.

Dall’altro lato un approccio guidato dai vincoli (Constraints-Led Approach), radicato nella prospettiva ecologico-dinamica: il dribbling non veniva richiesto come consegna esplicita, ma inserito in contesti rappresentativi, con presenza dell’avversario, manipolazione di spazio e tempo, situazioni in cui il dribbling diventava funzionalmente necessario per risolvere il problema di gioco.

Le evidenze hanno mostrato un miglioramento significativo nel gruppo che ha svolto l’allenamento più rappresentativo (CLA), mentre il gruppo tradizionale non ha registrato progressi rilevanti.

Il dato interessante, in chiave pedagogico-scientifica, è che non è stata la ripetizione a generare apprendimento ma, l’adattamento percettivo-motorio dentro un sistema complesso.

In altre parole, quando il dribbling è stato allenato come risposta a un problema reale, e non come sequenza predefinita, l’abilità è cresciuta in modo più efficace.

Questo studio rafforza un principio fondamentale:

la tecnica non si apprende  isolandola, ma mettendola in relazione con il gioco.

Di seguito l’articolo in lingua inglese che potete trovare, per una miglior lettura, sull’ International Journal of Human Movement and Sports Sciences 9(6): 1344-1351, 2021

DOI: 10.13189/saj.2021.090630

http://www.hrpub.org

Grazie a Mister Riccardo Catto per la segnalazione.

5 risposte

  1. Finalmente !
    Si porti la discussione in tema di “Apprendimento” su un campo a basi scientifiche.
    Con ragione si obietterà che il “calcio” non risponde a regole scientifiche.
    Con ragione si replicherà che il funzionamento dei processi di apprendimento, al contrario, risponde a regole scientifiche.
    E’ questo il tema.
    Dunque, se parliamo di “apprendimento” nel calcio affidiamoci alla scienza, prima che al “calcio” stesso.
    Ciascuno si regoli di conseguenza, ma facciamo attenzione a non confondere le scarpe con i passi.

  2. Il confronto tra pratica a blocchi e approccio guidato dai vincoli evidenzia come il dribbling non sia semplicemente un’abilità motoria da perfezionare, bensì una soluzione percettivo-decisionale che nasce dalla relazione con l’avversario, con spazio e con il tempo. Quando il giocatore è immerso in un contesto rappresentativo, il gesto tecnico smette di essere un fine e diventa una risposta funzionale a un problema reale. Nella pratica quotidiana con i giovani calciatori mi accorgo spesso che il dribbling non migliora quando viene richiesto esplicitamente, ma quando il contesto rende necessario assumersi il rischio dell’uno contro uno. Manipolando spazi, numeri e direzioni di gioco, il ragazzo scopre autonomamente quando dribblare, e proprio questa scoperta sembra rendere l’apprendimento più stabile e trasferibile alla gara. Forse il punto centrale non è decidere se insegnare la tecnica o il gioco, ma riconoscere che la tecnica prende forma proprio nel momento in cui il giocatore deve percepire, decidere e adattarsi. In questo senso la ricerca sembra rafforzare una direzione metodologica sempre più chiara: l’apprendimento calcistico è situato, relazionale e profondamente legato alla qualità dell’ambiente che l’allenatore costruisce.

  3. Scusate, sarà che l’età mi rende meno aperto alle rivoluzioni, ma non capisco questa netta dicotomia tra lavorare sul metodico individuale e lavorare in partita (anche solo di allenamento).
    Io ritengo siano due attività perfettamente complementari, soprattutto se riferiti a ragazzini o addirittura bambini.

    Certi movimenti si rendono naturali e si perfezionano con l’allenamento individuale. Chi non ha il dono naturale del palleggio, si esercita a controllare la palla palleggiando da solo. Chi vuole perfezionare la modalità di calciare la palla la sviluppa su un muro o con un compagno che gli fa da sponda.

    Poi, una volta conosciuti gli strumenti del mestiere ed avendo imparato a maneggiarli, è evidente che subentra l’azione vera e la presenza in campo di amici e avversari, oltre che di tifosi presenti sugli spalti. Qui si passa dallo stop fine a se stesso allo stop finalizzato ad avere un seguito per cui sicuramente questa seconda fase trasforma il palleggiatore da circo equestre in calciatore. Ho visto in un circo uno che si esibiva in palleggio e virtuosismi da palleggio incredibili. Ma non credo fosse un calciatore, che è tutt’altra cosa.

    Quindi, sostengo solo che sono due fasi complementari e che vanno sviluppate entrambe, con applicazioni decrescenti con la crescita dell’età nell’allenare la tecnica di base e crescente nello sviluppare la completezza della propria tecnica facendo partecipare anche il cervello con la partita.

    1. Ciao Giuseppe, non si tratta di rivoluzioni ma di attenersi a ciò che studi, ricerche e sperimentazioni ci regalano in termini di conoscenze. Quello che tu spieghi è legato ad un tempo in cui le conoscenze ci dicevano che percezione ed azione erano due attività separate, che il contesto non aveva alcuna relazione con l’apprendimento ed il controllo motorio. Ci sono poi le neuroscienze che ci dicono quanto sia importante la finalità di un atto motorio rispetto alle reti neurali che si utilizzano, infine gli studi psicosociali per cui non solo il contesto di gioco ma il contesto più ampio (Paese, città, cultura sportiva e non, amicizie, famiglia ecc..) giocano un ruolo importante nell’apprendimento e nel controllo motorio e più in generale nello sviluppo del talento. La tua è una lettura ancora riduzionista, che separa le parti, e lineare, imparo a controllare la palla, poi a condurla, successivamente il dribbling. Non voglio che tu cambi idea solo una riflessione su quanto esposto che può aprirti verso interpretazioni diverse oppure no!
      Grazie sempre per i tuoi contibuti.
      Filippo

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *