Lo slogan «Uno di noi!» campeggia sull’immagine che annuncia la nomina di Mario Beretta a nuovo Presidente del Settore Tecnico FIGC.
Uno slogan potente, identitario, che parla direttamente a una parte precisa del mondo calcistico: quella degli allenatori, quella dell’AIAC.
NON SIAMO D’ACCORDO!
Dire «uno di noi» significa rivendicare appartenenza, riconoscersi in una storia comune, in una cultura condivisa.
Ma il Settore Tecnico della FIGC non è – o non dovrebbe essere – la casa di una sola visione, di una sola appartenenza.
È, o dovrebbe essere, lo spazio di tutti gli allenatori, non esclusivo di un’associazione.
Per questo auspichiamo invece che possa essere «uno di tutti».
Perché il calcio italiano, oggi più che mai, non ha bisogno di rappresentanze autoreferenziali, ma di una guida capace di tenere insieme le differenze, di ascoltare le periferie del gioco, di valorizzare le molteplici culture che abitano i campi, spesso lontane dai riflettori e dalle stanze del potere.
Essere «uno di noi» traccia un confine.
Dire «uno di tutti» è uno spazio.
Uno spazio di dialogo tra approcci diversi.
Uno spazio per l’innovazione metodologica.
Uno spazio per chi lavora ogni giorno nei settori giovanili senza tutele.
Uno spazio per chi crede che il gioco non sia proprietà di qualcuno, ma patrimonio collettivo.
Uno di noi, non è inclusivo, non è aperto, ma schierato.
Non è una questione personale.
È una questione culturale.
Il Settore Tecnico non dovrebbe rappresentare «noi» contro «loro».
Dovrebbe rappresentare il gioco.
Tutto il gioco.
E tutti coloro che lo fanno.
PRIMO AUSPICIO: prendere posizione contro il mercimonio della formazione calcistica del bambino
Un progetto educativo serio, credibile e autenticamente innovativo nel calcio, di cui scriverò nei prossimi giorni, non può permettersi ambiguità.
Non può restare neutrale.
Non può tacere.
Deve prendere posizione netta, esplicita e pubblica contro tutto ciò che ha poco o nulla a che fare con la formazione a giocare a calcio del bambino, ma che viene sistematicamente venduto come “opportunità di crescita”.
Academy individuali, scuole private di 1vs1, percorsi paralleli, personal training calcistico precoce: non siamo di fronte a innovazione metodologica, ma a una deriva commerciale che sfrutta le paure degli adulti e sacrifica il diritto del bambino a un’esperienza di gioco autentica.
Il bambino non ha bisogno di essere “migliorato” individualmente fuori dal gioco.
Ha bisogno di giocare.
Ha bisogno di stare dentro contesti significativi, complessi, relazionali, imprevedibili.
Ha bisogno di costruire senso, non di accumulare gesti.
Le academy individuali promettono sviluppo tecnico, ma producono isolamento.
Promettono competenza, ma generano frammentazione.
Promettono vantaggio, ma creano disadattamento al gioco reale
Allenare un bambino fuori dalla logica del gioco significa educarlo a risolvere problemi che il calcio non pone.
Il calcio è un sistema collettivo, situato, intenzionale.
La competenza non è una proprietà dell’individuo, ma una relazione emergente tra giocatore, compagni, avversari, palla e contesto.
Ogni proposta che separa il bambino dal gioco:
- Riduce la complessità,
- Semplifica artificialmente,
- Decontestualizza l’azione,
- Trasforma l’apprendimento in addestramento.
Questo non è formare.
È deformare.
Le scuole private di 1×1 rappresentano uno degli equivoci più gravi.
Il calcio non è la somma di duelli individuali.
Il dribbling non è un fine.
La superiorità numerica non nasce dall’abilità solitaria, ma dalla lettura condivisa delle situazioni.
Educare precocemente al culto dell’1×1 significa:
- Impoverire la percezione,
- Rallentare l’intelligenza di gioco,
- Favorire comportamenti autoreferenziali,
- Ostacolare la costruzione del “noi”.
Altro che talento: è narcisismo funzionale al mercato.
Il vero problema non è metodologico.
È etico e culturale.
Queste proposte esistono perché:
- Gli adulti hanno paura di “perdere il treno”,
- Le società delegano ciò che non sanno progettare,
- Il sistema tollera la confusione tra educazione e business.
Ma un progetto che si definisce formativo deve avere il coraggio di dire dei no.
No alle scorciatoie.
No alla privatizzazione dell’apprendimento.
No alla frammentazione dell’esperienza del bambino.
Prendere posizione significa assumersi responsabilità.
Significa dichiarare che:
- Il gioco è il solo ambiente formativo legittimo,
- L’apprendimento è situato e non trasferibile meccanicamente,
- La crescita è non lineare,
- Il tempo del bambino non è una merce.
Chi non prende posizione è complice.
Chi resta neutrale legittima il mercato.
Chi tace abdica al proprio ruolo educativo.
Un settore giovanile che si vuole davvero innovativo deve essere controcorrente.
Deve proteggere il bambino.
Deve sottrarlo alla logica della prestazione precoce.
Deve restituirgli il diritto di diventare giocatore attraverso il gioco.
Tutto il resto non è calcio.
È solo commercio travestito da formazione.
SECONDO AUSPICIO: Rivedere I criteri di accesso al corso UEFA A
Libero accesso all’iscrizione
No alla discrezionalità della Federazione che consente di inserire fuori graduatoria tecnici segnalati
Graduatoria finale di ammissione a seguito di esami
- Libero accesso per gli allenatori UEFA B
Si propone il libero accesso al corso UEFA A per tutti gli allenatori in possesso della qualifica UEFA B.
Il passaggio di livello deve configurarsi come naturale prosecuzione del percorso formativo e non come meccanismo selettivo arbitrario.
La limitazione numerica eccessiva e non giustificata produce effetti distorsivi, rallenta la crescita professionale dei tecnici e alimenta dinamiche estranee al merito.
- Superamento della discrezionalità federale
Si propone l’eliminazione di ogni forma di discrezionalità che consenta l’inserimento fuori graduatoria di tecnici segnalati.
Tali pratiche, indipendentemente dalle intenzioni, compromettono la trasparenza del sistema e minano la fiducia degli allenatori nei confronti delle istituzioni. L’accesso ai corsi deve avvenire esclusivamente secondo criteri pubblici, oggettivi e verificabili
- Graduatoria unica basata su esami
L’ammissione al corso UEFA A deve avvenire tramite una graduatoria finale derivante da esami standardizzati, uguali per tutti i candidati.
Gli esami devono valutare:
Competenze teoriche e regolamentari;
Capacità metodologiche e didattiche;
Comprensione del gioco e delle sue dinamiche complesse;
Consapevolezza del ruolo educativo e formativo dell’allenatore.
Solo una valutazione fondata su prove oggettive restituisce centralità allo studio, alla preparazione e alla professionalità.
- Curriculum calciatore a parità di punteggio
La formazione degli allenatori rappresenta uno snodo strategico per lo sviluppo qualitativo, culturale ed educativo del calcio italiano.
Il Settore Tecnico, in quanto garante della qualità formativa, ha la responsabilità di assicurare trasparenza, equità e coerenza nei percorsi di qualificazione.
Alla luce delle criticità emerse negli ultimi anni, si propone una revisione dei criteri di accesso al corso UEFA A, con l’obiettivo di rafforzarne la credibilità e di contrastare ogni forma di mercimonio della formazione.
- Valore culturale della riforma
Questa proposta non ha carattere punitivo né rivendicativo, ma culturale.
Affermare che la formazione degli allenatori sia una cosa seria significa riconoscere che le qualifiche non sono titoli simbolici, bensì attestazioni di competenza e responsabilità.
Significa tutelare la qualità dell’insegnamento e, di conseguenza, la crescita del calcio italiano.
La revisione dei criteri di accesso al corso UEFA A in questa direzione rappresenterebbe un forte segnale di rinnovamento, coerente con i principi di meritocrazia, trasparenza e qualità formativa che il Settore Tecnico è chiamato a garantire.
Un sistema formativo credibile è la base per allenatori migliori, calciatori più consapevoli e un movimento calcistico più adeguato alla complessità del calcio
TERZO AUSPICIO: reclutamento, affidamento dell’incarico di responsabile della scuola allenatori di Coverciano, aggiornamento e responsabilità del sistema
Dopo aver posto al centro del dibattito la necessità di rivedere I contenuti teorici, culturali e scientifici della formazione, la revisione dei criteri di accesso al corso UEFA A, emerge con altrettanta forza un altro nodo cruciale: il meccanismo di reclutamento dei formatori e la nomina del coordinatore della scuola allenatori, di cui parleremo più nel dettaglio nel prossimo contributo, per dire che si tratta di una promiscuità che non può e non deve essere considerata normale.
Non solo per competenze individuali, ma per un principio di ordine etico e istituzionale che riguarda la credibilità dell’intero movimento.
Il coordinatore della Scuola Allenatori dovrebbe essere una figura riconosciuta da tutti gli allenatori italiani.
Non perché debba piacere a tutti, ma perché deve rappresentare una sintesi alta, super partes, capace di custodire la pluralità delle visioni, delle metodologie e delle sensibilità presenti nel calcio.
Quando questa figura coincide con il Presidente Nazionale di un’associazione alla quale non tutti gli allenatori aderiscono, si crea inevitabilmente un problema di rappresentività.
Ma veniamo al dunque.
Oggi, salvo alcune eccezioni virtuose, il reclutamento risponde troppo spesso a una logica clientelare, interna, a un sistema chiuso e autoreferenziale.
Un sistema che tende a riprodurre sé stesso, più che a interrogarsi sulla qualità reale delle competenze educative, pedagogiche e metodologiche di chi è chiamato a formare altri formatori.
In questo contesto, gli incarichi non vengono assegnati sulla base di un confronto aperto, trasparente e meritocratico, ma per cooptazione.
Il titolo considerato dirimente diventa spesso l’appartenenza a una determinata associazione o circuito, come se l’iscrizione a un ente fosse di per sé garanzia di competenza educativa. Altrimenti, semplicemente, non se ne parla proprio.
Questo approccio è profondamente inadeguato rispetto alla complessità del compito.
Formare educatori e allenatori che operano nella fascia d’età più delicata dello sviluppo umano richiede competenze che vanno ben oltre il possesso di un patentino o l’appartenenza formale a un’organizzazione.
Per questo motivo, gli incarichi di formatore dovrebbero essere messi a concorso.
Concorsi pubblici, chiari nei criteri, che valutino in modo serio e documentabile le competenze pedagogiche, la conoscenza dei processi di apprendimento, la capacità di leggere il gioco e il bambino che gioca, nonché l’aggiornamento scientifico continuo.
Solo così è possibile rompere la logica della procura e restituire credibilità al sistema.
Una volta ridefinito il reclutamento, è indispensabile mettere in piedi un aggiornamento in servizio capillare e continuo di tutti coloro che operano in questa fascia di età.
Non corsi episodici o formali, ma percorsi strutturati di formazione permanente, capaci di accompagnare educatori e allenatori nel tempo, aiutandoli a rileggere criticamente le proprie pratiche quotidiane.
L’aggiornamento deve diventare parte integrante della professionalità, non un adempimento burocratico.
Deve fondarsi sulle evidenze scientifiche più recenti e su un confronto costante con la realtà concreta dei campi, delle palestre, dei bambini reali che giocano.
A questo si deve affiancare un doveroso e sistematico controllo periodico nei confronti delle scuole calcio e dei contesti educativi di base.
Non con una logica punitiva o ispettiva, ma con una funzione di garanzia e di tutela del diritto dei bambini a vivere esperienze di gioco autentiche, rispettose dei loro tempi e dei loro bisogni.
Senza un controllo reale, ogni progetto formativo rischia di rimanere sulla carta.
Senza criteri chiari di qualità educativa, il sistema continua a legittimare pratiche che nulla hanno a che fare con lo sviluppo armonico del bambino.
Rivedere il reclutamento dei formatori, investire seriamente nell’aggiornamento in servizio e esercitare un controllo responsabile sulle scuole calcio non sono misure accessorie.
Sono passaggi imprescindibili se si vuole davvero costruire un sistema formativo coerente, eticamente fondato e scientificamente aggiornato.
In gioco non c’è l’organizzazione di un corso o l’assegnazione di un incarico.
In gioco c’è la qualità della formazione degli allenatori del futuro, e tra questi anche di coloro che si dovranno occupare dei bambini che giocano.












2 risposte
Gentilissimi,
complimenti per questo bellissimo articolo.
L’ho letto e riletto più volte e, ad ogni rilettura, mi ha restituito la percezione di un contenuto di altissimo livello, per diverse ragioni.
Innanzitutto, sono riflessioni che arrivano come protettive e non divisive: non sono contro qualcuno, ma chiaramente a favore del bene del bambino.
Il testo rappresenta inoltre uno stimolo dichiarato, esplicito e coraggioso rivolto al Sistema, affinché sappia prendere posizione:
per non legittimare l’abuso,
per non abdicare al proprio ruolo educativo,
per far tornare il calcio ad essere, prima di tutto, uno spazio di crescita umana.
Perché ciò avvenga, è necessario proteggere il gioco, formare educatori competenti e assumersi una reale responsabilità culturale.
Il concetto chiave, basilare e vitale per un sistema sano e responsabile, è chiaro e potente:
il bambino non è un progetto da ottimizzare, ma una persona da accompagnare nella propria crescita, anche attraverso lo sport, anche attraverso il calcio.
Il Calcio ha bisogno di ritrovare persone come Voi!
Bravi!
Grazie di cuore per questo commento così profondo, attento e autentico.
Leggerlo è stato, per noi, un segnale importante: la conferma che riflessioni nate con intenzione educativa, e non polemica, riescono ad arrivare dove devono arrivare. Il fatto che tu abbia colto il carattere protettivo e non divisivo del testo è forse il riconoscimento più prezioso, perché è esattamente da lì che nasce ogni parola: dal desiderio di tutelare il bambino e il suo diritto a vivere il gioco come spazio di senso, crescita e umanità.Il tuo richiamo alla responsabilità del Sistema è lucido e coraggioso. Prendere posizione, oggi, significa proprio questo: non voltarsi dall’altra parte, non normalizzare ciò che non è educativo, non ridurre il calcio a performance precoce o a progetto di ottimizzazione. Significa, come scrivi magnificamente, proteggere il gioco, formare educatori consapevoli e assumersi una responsabilità culturale reale, non solo dichiarata.
La frase che hai evidenziato — “il bambino non è un progetto da ottimizzare, ma una persona da accompagnare” — è il cuore di tutto. Se il calcio (e lo sport in generale) saprà tornare a partire da qui, allora davvero non tutto è vano.Grazie per aver sentito, compreso e restituito il senso profondo dell’articolo. Commenti come il tuo non solo incoraggiano, ma ricordano perché vale la pena continuare a scrivere, riflettere e prendere posizione. Mai contro qualcuno, ma sempre per qualcosa!