VERGARA, BARTESAGHI E IL GRIDO DI DENUNCIA

Non si può dire che il calcio italiano abbia bandito una leva calcistica azzurra, come avvenuto in terra iberica o transalpina. La gestione federale del nuovo millennio non denota certo buon gusto. Difficilmente i tecnici italiani hanno osato rendersi protagonisti di atti di coraggio nei confronti di giovani sbarbatelli. La scelta di Mihajlovic di lanciare il 16enne Gigio Donnarumma, tra lo sbigottimento di Galliani, volle dire osare tutto l’osabile. Eravamo al cospetto di un talento generazionale, quasi epocale. Un talento più unico che raro nel panorama italiano degli ultimi lustri.

Il mondo calcistico italiano viene spesso dipinto come desolato, tetro, avaro di talenti. Analisi di questo tipo difficilmente si distinguono per onestà critica e competenza. Si resta ancorati a un passato glorioso, quando i nostri club dettavano legge in Europa e le rose non erano inondate di stranieri. E, soprattutto, quando la longa manus di alcuni procuratori non aveva ancora iniziato a stringere la propria morsa sul sistema calcio e sui suoi giovani.

No, in questo breve testo non rinnego quanto già scritto sui problemi strutturali dell’italico pallone. Sono criticità emerse con forza nel nuovo millennio, mascherate nei primi anni dalle straordinarie performance di una generazione irripetibile di campioni nati negli anni Settanta. Sarebbe però intellettualmente disonesto sostenere, ore rotundo, l’assenza totale di talento nel nostro calcio.

La vera domanda è un’altra. Perché certi profili emergono solo a seguito di una contingenza? Perché manca il coraggio di lanciarli prima, di affidarli stabilmente all’undici titolare? Perché troppi ragazzi restano intrappolati, a lungo, nelle serie inferiori? Sono questi i quesiti che meritano risposta. Gli esempi più lampanti sono Davide Bartesaghi e Antonio Vergara, due giovani entrati in pianta stabile nello scacchiere di Massimiliano Allegri e Antonio Conte. Il milanista colpisce per progressioni da grande velocista e cavalcate che, quasi inevitabilmente, richiamano Theo Hernández. Il napoletano è una hidden gem: ogni suo appoggio sembra accendere la luce in un Napoli che, a tratti, appariva offuscato.

Sono due figli del calcio di ultimissima generazione. Nel vecchio millennio, un terzino–esterno che superasse il metro e novanta o un’ala-vertice alto, oltre il metro e ottanta erano eccezioni quasi folcloristiche. Entrambi, Bartesaghi e Vergara, sono stati vittime di atavici pregiudizi culturali. Sin dalle prime apparizioni non sono mancati i reel costruiti ad arte per evidenziarne l’errore tecnico, la sbavatura, l’imprecisione. È il meccanismo del cherry picking: si estraggono pochi secondi di gioco per confermare una tesi già decisa.

Abbiamo letto commenti – purtroppo molto popolari – che arrivavano persino a mettere in dubbio il QI calcistico di entrambi. Televisione e social, si sa, amplificano solo ciò che fa rumore: de minimis non curat retor. Eppure, alla luce dei fatti e dei progressi mostrati in pochi mesi, non resta che smentire con pacata fermezza questi professoroni da tastiera.

Ai giovani va concesso il diritto di sbagliare. Basta rivedere i filmati d’epoca per scoprire che nemmeno Baresi, Baggio, Maradona o Pelé sono stati immuni da errori, talvolta anche clamorosi. In Italia, però, sopravvive un malcostume antico: quello dell’indole prematuramente giudicante. Non appena un giovane calca per la prima volta un campo professionistico, lo zelante osservatore – spesso più stroncatore che analista – si affretta a emettere sentenze definitive sul ventenne di turno. Tornano alla memoria le stroncature, le ironie, persino le derisioni riservate a ragazzi che poi sarebbero diventati Totti, Nesta, Pirlo.

Sarebbe assai più utile e onesto, oggi, concentrare l’analisi sui punti di forza dei giovani italiani emersi in questa stagione. Bartesaghi e Vergara hanno in comune una dedizione evidente nel recupero, una disponibilità totale a percorrere instancabilmente le rispettive corsie e zone di competenza. L’esterno di Frattaminore sta diventando, poco alla volta, un faro per una squadra che a tratti appariva abulica, dando ordine e senso alla manovra con costruzioni da lontano di rara eleganza ed efficacia. Il ragazzo di Erba, invece, è il classico “difensore sbagliato”, nel senso più nobile del termine: la sua naturale propensione a proiettarsi in avanti e ad attaccare la porta tradisce un passato da attaccante, una memoria offensiva che ancora abita il suo calcio.

L’irruzione improvvisa – e per molti inattesa – di Vergara e Bartesaghi (quest’ultimo cresciuto nell’alveo del Milan Futuro, più che nella prima squadra fino a questa stagione) ha riacceso una vecchia tentazione tutta nostrana: quella di immaginare i nostri campionati cosiddetti minori come miniere colme di calciatori già pronti per il palcoscenico massimo, tenuti colpevolmente nascosti da una miopia sistemica. È una narrazione affascinante, ma spesso sommaria. A corredo di tale tesi vengono immancabilmente evocate due concause: l’incompetenza e la mancanza di coraggio. Talvolta se ne aggiunge una terza, più prosaica ma non meno incisiva: l’aspetto economico.

Ogni volta che sollecito amici e addetti ai lavori a indicare nomi precisi – giovani provenienti da settori giovanili o serie inferiori realmente pronti per reggere il peso specifico di un Milan o di un Napoli – il dibattito si sgonfia. Le argomentazioni lasciano spazio alla retorica, che è comoda ma non dirimente.

Tra vivai e prime squadre, ogni anno il calcio italiano importa una quantità considerevole di calciatori stranieri. È un fenomeno strutturale e, per certi versi, inevitabile. Ma non tutti innalzano il livello, alcuni lo abbassano. Gli esempi sono sotto gli occhi di tutti. Esterni a tutta fascia e ali pagati cifre importanti, destinati a essere rapidamente sopravanzati nelle gerarchie e confinati in panchina. Lang, emblema recente, è stato addirittura ceduto a gennaio. E poco importa stabilire se Vergara ne abbia preso direttamente il posto: il principio resta.

Sarebbe tuttavia intellettualmente scorretto crocifiggere gli allenatori per non aver lanciato prima Bartesaghi e Vergara. I due sono giunti a questo punto come culmine di un percorso graduale, non come improvvisazione estemporanea. Bartesaghi, giova ricordarlo, si è formato nel Milan Futuro, che militava in Serie C. Che fossero già pronti, all’uscita dal settore giovanile, per reggere l’urto della massima categoria è tutto da dimostrare. Ridurre ogni valutazione a una presunta incompetenza di chi decide è un esercizio di superficialità.

Il problema vero, semmai, sta altrove. In molte società si intravede il potenziale dei giovani, ma manca un progetto organico di valorizzazione. Si delega tutto all’allenatore, figura che nel calcio italiano, per cultura e contesto, tende a rifuggire il rischio. Il nodo è anche politico, economico, relazionale. Fabregas resta una splendida eccezione.

Qual è il punto nodale? Le società italiane ricorrono con eccessiva disinvoltura al mercato estero per acquisire profili che non offrono un valore aggiunto reale rispetto a un calciatore formato in casa. Va demolito il luogo comune secondo cui l’italiano costerebbe sempre di più. Tra Estupiñán e Lang, Milan e Napoli hanno investito circa 50 milioni di euro. Una cifra che, storicamente, il nostro calcio ha spesso bruciato inseguendo medioman esotici. La questione tecnica è complessa, sfumata, opinabile. Quella economica, invece, è brutale nella sua chiarezza.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

2 risposte

  1. Buongiorno Vincenzo, (personalmente) l’articolo non fa una piega.
    Vorrei aggiungere che certi acquisti, soprattutto provenienti dall’estero, lasciano perplessi, molto perplessi…………………

  2. Vincenzo tratti, in modo abbastanza condivisibili, molte questioni inerenti i giovani calciatori italiani.

    Ora, come dici anche tu, è cambiato il contesto sportivo generale. Quando c’era il vincolo di far giocare uno o tre giocatori stranieri, dovevano essere i vivai delle singole società ad alimentare la rosa della squadra. In quell’epoca si lanciavano anche i ragazzini di 16 -17 anni, penso a Nicolè ed a Rivera nell’Alessandria.

    Non solo, ma le rose erano incentrate su ragazzi del vivaio o acquisti sempre di giovani. Penso sempre al Milan di Trapattoni, Rivera, Lodetti,. Prati etc. Ma penso anche alla Fiorentina yèyè che vincerà poi con quei ragazzi il campionato del 1968-69.

    Ma sono solo esempi, un po’ tutto il movimento calcistico guardava al vivaio ed ai giovani senza farsi condizionare dalla carta di identità.

    Con l’apertura totale delle frontiere calcistiche, nell’ambito comunitario, con il peso nullo delle società nella gestione dei vincoli del cartellino, con la presenza non solo di procuratori, ma di società che gestiscono procuratori, le cose cambiano di molto soprattutto da noi.

    Concordo che non può essere solo l’allenatore a decidere la tipologia di atteggiamento da avere con i giovani, ma deve essere frutto finale di volontà e organizzazione societaria.

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