ROCCO COMMISSO: DALL’ITALIA AGLI USA CON IL SOGNO DEL PALLONE (25 NOV ’49 – 16 GEN ’26)

Di storie di emigranti italiani se ne leggono tante. In molte di queste trova posto il pallone.

Come segno distintivo, come vincolo per mantenere un legame con il paese natio, come amore per un gioco in grado di abbattere le barriere sociali e portare inclusione in un’epoca, quella del dopoguerra, in cui da ragazzi non erano molte le situazioni opzionabili per trascorrere qualche ora di gioia.

E quando la povertà, la miseria, in alcuni casi persino la fame inducevano (rectius, obbligavano) i nostri connazionali ad emigrare, l’impatto con la realtà estera non era per nulla semplice a causa del trattamento di diffidenza ed ostilità che non di rado veniva riservato loro.

La famiglia di Rocco Commisso apparteneva alla categoria della gente “costretta” ad emigrare, preferendo sgobbare, nel vero senso del termine, piuttosto che  boccheggiare nella Calabria degli anni 50 che poco era in grado di offrire a livello di prospettive.

E così, all’età di 9 anni, il giovane Rocco metteva piede nel territorio statunitense ignaro di un futuro radioso che lo avrebbe portato qualche decennio più tardi a diventare uno degli uomini più ricchi del pianeta.

L’inizio dell’avventura americana non è facile, al punto che l’iscrizione alla scuola superiore, che la famiglia non può garantirgli, avviene tramite una borsa di studio conseguita grazie al talento nel suonare la fisarmonica. Terminato il liceo, le porte della Columbia University, da cui non si staccherà mai al punto da mantenere il centro dei suoi interessi in quella zona di New York, si aprono a loro volta in virtù di una borsa di studio, stavolta ricevuta per le prestazioni calcistiche nella scuola del Liceo.

Non che sia impossibile per un italiano, ad inizio degli anni 60, brillare nel soccer ma la passione, la dedizione, l’amore per il calcio lo elevano rispetto al contesto in cui è catapultato. Il pallone ha un duplice effetto: da un lato, gli permette di eccellere in ambito sportivo rendendogli la convivenza con i compagni più semplice. Dall’altro, gli tiene vivo il ricordo dell’Italia.

Laureatosi giovanissimo, comincerà di lì a poco una scalata professionale ed imprenditoriale al punto di diventare il proprietario di un’azienda di telecomunicazioni, Mediacom, con 4600 dipendenti, solita fatturare quasi 2 miliardi di dollari all’anno.

A corredo del successo imprenditoriale va collocata l’importanza della famiglia. Non vi è occasione in cui Rocco Commisso non citi la moglie, che spesso lo accompagna nelle uscite pubbliche e che non smette mai di ringraziare, a suffragio di un amore che chi ha frequentato la coppia non ha dubbi nel definire sincero ed indistruttibile.

Alla soglia dei 70 anni, Commisso è  un imprenditore di successo, che si è guadagnato sul campo riconoscenza e credibilità, oltre che un marito ed un padre felice.

Potrebbe pensare di tirare i remi in barca definendo le competenze dei figli e dei collaboratori per dedicarsi gradualmente ad un’attività che gli consenta qualche momento di riposo.

Un tarlo, tuttavia, continua a tormentarlo.

Il calcio, o meglio, il pallone.

Quel pallone che, inteso come oggetto, gli ricordava il suo paese nei momenti difficili trascorsi da figlio di emigranti in terra statunitense.

Ora che ne ha le possibilità intende acquistare un club professionistico.

Con l’amico ed alter ego Joe Barone acquista i Cosmos, storica franchigia newyorkese che negli anni 70 ha visto brillare (o svernare) stelle come Pelè, Chinaglia, Neeskens, Rivelinho, ma il calcio che sogna è quello italiano.

Ci prova in più occasioni.

Prima tenta di entrare in una cordata per acquistare la Roma e poi, nel momento in cui il Milan sembra destinato ad una futura proprietà asiatica, prova ad intromettersi per acquistare il club rossonero.

Niente da fare…

Ma Commisso è uomo intraprendente, testardo e volitivo.

Sguinzaglia l’amico Joe con il compito di capire se e dove possa piantare le tende in ambito calcistico.

L’occasione arriva nella primavera 2019 quando il matrimonio tra la famiglia Della Valle, che ha portato la Fiorentina dalle ceneri del fallimento sino alla Champions League, raggiungendo apprezzati livelli di eleganza calcistica e comportamentale, e Firenze è giunto al capolinea.

La trattativa è veloce, ben condotta e, soprattutto, corretta,

Diego Della Valle apprezza le doti umane ed imprenditoriali oltre alla solidità economica dell’acquirente.

Commisso troverà i conti perfettamente in regola, senza necessità di approfondire il cosidetto “sommerso” che caratterizza la gestione della maggior parte dei club professionistici di casa nostra.

Nell’estate 2019, Rocco Commisso sbarca a Firenze con una parte della città che, in maniera poco riconoscente nei confronti della precedente proprietà, lo innalza a ruolo di “salvatore”, imputando ai Della Valle gli ultimi due anni di scarsi risultati e poche prospettive.

Viene definito “uomo vero”, “umile”, “persona sincera” e si ritrova, forse suo malgrado, a rappresentare un sentimento cittadino di “riscatto” (come se negli anni precedenti la Fiorentina avesse lottato per la retrocessione) e di rinascimento calcistico.

I primi due anni non sono facili, come spesso accade alle nuove proprietà.

Joe Barone prende il comando e Rocco fa la spola tra Firenze e New York.

Viene spesa un’importante somma nelle prime sessioni di mercato ma alcune operazioni, come l’arrivo di Ribery, non portano i risultati sperati.

Ci si impantana sull’affare Chiesa, promessosi alla Juve da un anno, e si alberga per un biennio nella parte destra della classifica.

Il capolavoro, tuttavia, avviene fuori dal terreno verde.

Dal primo minuto in viola, Commisso si pone due obiettivi da realizzare.

Il centro sportivo, che in quel momento manca, e lo stadio di proprietà.

Il primo colpo gli riesce alla grande.

Progetta e fa erigere nell’area di Bagno a Ripoli, il Viola Park “Rocco B. Commisso”, un gioiello di modernità, che rappresenta un’eccellenza in ambito internazionale, all’interno del quale tutte le rappresentative gigliate, femminili e maschili, avranno casa e, ad eccezione della prima squadra, giocheranno le gare interne. Lo innesta anche di zone aperte al pubblico e di locali che fungono da centro di ritrovo in occasione delle gare che l’amata squadra viola gioca in trasferta.

Il Viola Park viene costruito a tempo di record nonostante il Covid, l’aumento dei prezzi dovuto alla pandemia, e i ricorsi di alcuni residenti.

Lo stadio invece rimarrà un sogno.

Rocco si trova imprigionato in seno ad un circolo vizioso in cui opposizione (prima) e maggioranza (dopo) si oppongono all’idea di portare la Fiorentina lontano dal centro urbano,

Anche l’ipotesi di costruire il nuovo stadio sulle macerie di quello attuale cadrà sotto i colpi di una normativa che impedisce l’abbattimento delle scale elicoidali perché sotto la tutela dei beni culturali (il tutto in un contesto in cui i monumenti da visitare di certo non scarseggiano).

L’amarezza è tanta al punto di negare inizialmente ogni sostegno all’opera di ristrutturazione del Franchi per poi tornare parzialmente sui suoi passi nel momento in cui diverrà di pubblico dominio la circostanza secondo cui non vi sono coperture economiche sufficienti a sostenere finanziariamente l’opera.  

Dimessosi Gattuso da allenatore prima ancora che la squadra parta per il ritiro della stagione 2019-2020, Commisso si spende per liberare l’allenatore dello Spezia, Vincenzo Italiano. Non gli piace  l’idea di “disturbare” un tecnico sotto contratto ma le referenze di Italiano sono quelle che storicamente aderiscono meglio alla Fiorentina: la giovane età del mister, la ricerca di un calcio propositivo, un forte senso estetico.

Ne esce un triennio di importanti soddisfazioni.

La squadra torna ad essere riconoscibile.

Al di là dei risultati, comunque lusinghieri, la Fiorentina si fa apprezzare.

Non sempre le individualità schierate sono di prim’ordine ma il lavoro di campo, il gioco ed il collettivo elevano la squadra viola al di sopra del valore proprio dei singoli.

La squadra frequenta con continuità i palcoscenici europei, ancorché nella meno prestigiosa delle competizioni UEFA, e  miete scalpi illustri in Coppa Italia.


Rimarrà il groppo in gola delle tre finali giocate senza aver alzato una coppa. Tre sconfitte, di cui due immeritate, che lasciano un po’ di malinconia dopo un triennio comunque buono, scalfito sul finire dalla scomparsa di Joe Barone, autentico uomo ombra di Commisso oltre che factotum dirigenziale e vero gestore del Viola Park.

La morte dell’amico di una vita rappresenterà un punto di non ritorno per il Presidente che, da lì in poi, si sentirà più solo e più debole mentre gli acciacchi dovuti ad un’esistenza vissuta in prima linea faranno capolino.

Un campionato solo sarà sufficiente a Raffaele Palladino per dimettersi dalla guida tecnica anche se le divergenze del tecnico chiamato a sostituire Italiano non saranno con il Presidente ma con altre figure societarie.

Dimissioni che non saranno rassegnate dal successore Stefano Pioli nonostante il disastroso cammino con cui la Fiorentina inizia la stagione 2025-26.

Sono mesi estremamente deludenti dal punto di vista sportivo, nonostante un investimento economico molto consistente teso a rispondere alle lamentele della tifoseria che, dopo la luna di miele iniziale, da tempo eccepisce la mancanza di un reale progetto e contesta le modalità gestionali.

Il consolidarsi dell‘Atalanta tra le prime della classe vede i viola retrocedere nelle gerarchie della serie A che scontano nell’ultimo periodo la crescita del Bologna e la mirata programmazione del Como.

Sono mesi difficili tra contestazioni ed altre dimissioni, stavolta rassegnate del direttore Pradé. divenuto bersaglio di una feroce contestazione.

Mesi in cui la voce del Presidente non si sente più.

Strano, molto strano, per uno che, appena ne aveva l’occasione, saliva in aereo per venire a Firenze.

Anche le dichiarazioni pubbliche latitano.

Appare evidente che, a livello di salute, qualcosa non vada per il verso giusto.

Se nemmeno in mezzo ad una simile tempesta si fa sentire (ed un suo intervento servirebbe eccome) significa che le cose non volgono al meglio.

Il diritto alla privacy impone a chi sa di tacere ma è chiaro come la salute stia abbandonando Rocco costringendolo a dileguarsi dalla vita pubblica.

Dopo una vita da leone si vede costretto ad essere un leone in gabbia sino a quando nella notte italiana tra il 16 ed il 17 gennaio ci lascia.

Ci rimane il ricordo di un uomo estremamente vivo, dalla forte componente umana che si vantava (ma è davvero un vanto?) di non avere mai licenziato nessuno.

Un uomo testardo con l’intento di conferire alle sue aziende, e quindi anche alla Fiorentina, i connotati della famiglia. Un uomo capace di affezionarsi ai suoi calciatori al punto di rimanerci davvero male quando veniva posto davanti al bivio “O mi lasciate andare dove voglio o me ne vado a parametro zero”.

Una persona che ha formulato proposte alla Lega, alla Federazione e al movimento calcistico in generale. Alcune di queste, seppur da tutti pubblicamente apprezzate, mai poste in essere da chi di dovere.

La parentesi da proprietario della Fiorentina va divisa in ambito sportivo, gestionale, comunicativo.

Dell’aspetto sportivo si è scritto dianzi.

Dal punto di vista gestionale ha offerto prova di “etica economica” nel senso che ha sempre evitato la ricerca di espedienti e sotterfugi. La Fiorentina non si è mai prestata ad operazioni insane o  a manovre ambigue. E’ stato generoso al punto di sfruttare la sponsorizzazione da parte della sua stessa azienda per innestare capitali che uno sponsor “normale” non avrebbe garantito al club gigliato.

 Nei rapporti con chi non gli era amico ha spesso mostrato il suo nervo scoperto.

Dai cartellini (gialli o rossi) sino alle liste di proscrizione verso i giornalisti, ad alcune risposte poco conferenti con l’oggetto della domanda in cui metteva in luce solo una parte degli aspetti per elogiarsi, ha manifestato la tendenza al “O con me o contro di me” che non è mai una maniera propedeutica al confronto quanto, piuttosto, allo scontro.

L’essere vero, alla mano, o umile non può bastare a giustificare alcune uscite poco eleganti.

Di sicuro l’amore verso il colore viola, nonostante da giovane non fosse tifoso della Fiorentina, è stato autentico come la sua dedizione ed il suo interesse alla causa.

Il suo pegno d’amore, denominato Viola Park sarà sempre lì a ricordarlo ad una città che si divide su tutto e critica tutti ma sa riconoscere la genuinità delle persone.

Buon viaggio Presidente…

A Bologna, a poche ore dalla scomparsa, i suoi calciatori hanno giocato la miglior partita stagionale.

Che l’abbiano fatto per onorarla o che sia stato lei a guidarli poco importa.

Ovunque sia, li tenga d’occhio…

BIO: Alessio Rui è nato e vive a San Donà di Piave-VE ove svolge la professione di avvocato. Dal 2005 collabora con la Rivista “Giustizia Sportiva”, pubblicando saggi e commenti inerenti al diritto dello sport. Appassionato e studioso di tutte le discipline sportive, riconosce al calcio una forza divulgativa senza eguali. Auspica che tutti coloro che frequentano gli ambienti calcistici siano posti nella condizione di apprendere principi ed idee che, fatte proprie, possano contribuire ad una formazione basata su metodo e coerenza, senza mai risultare ostili al cambiamento.

Una risposta

  1. Alessio, come al solito hai fatto un bellissimo articolo (memoriale) del nostro presidente. Condivido pienamente le tue considerazioni, anche se, sullo stadio la penso diversamente.

    Intanto il problema non era la scala elicoidale, ma la normativa che eleggeva lo stadio di Firenze, ad opera storica e quindi non abbattibile.

    La soluzione esterna alla città, era praticabile tecnicamente, ma economicamente non lo era e, soprattutto, è bello avere lo stadio nella città.

    Firenze è una città d’arte, che centra uno stadio fatto in logica moderna? Ma non è solo una città d’arte, è anche una città che mantiene la sua identità e continuità storica.

    Lo stadio deve profumare di ricordi ed emozioni. Quando andavo a Bari, per andare a casa di mio fratello dovevo prendere la tangenziale dalla quale si vede il San Nicola, l'”astronave”. Inizialmente mi piaceva pure, ma poi ti abitui, per cui quando vedo il San Nicola non ho nessuna emozione.

    Diversamente quando vado al centro di Bari e passo davanti allo “Stadio della vittoria” (sostanzialmente sul lungomare di ponente di Bari), l’emozione è del tutto diversa.

    Firenze non è Como. Como è un centro di villeggiatura, ove, nelle fasi dell’anno di rilassamento, vanno a divertirsi sul lago o in zona i frequentatori fidelizzati. Qui, puoi sposare l’idea di mettere insieme Lago e squadra, perchè alla fine i villeggianti finiscono per considerarsi “comaschi”.

    Firenze ha un intenso turismo d’arte, ma di passaggio, non è un luogo di villeggiatura. La Cittadella dei Della valle (è un mia opinione logica) è stata abbandonata, non per problemi politici, ma perchè l’Uefa spiegò bene che i ricavi extra calcistici non entravano nel bilancio calcistico, ma solo in quello legale.

    A quel punto i Della Valle non hanno più parlato di cittadella.

    Comunque, torno a Commisso, alla fine ha compreso che l’Italia (giustamente) per storia e qualità d’arte, non è gli Usa. Almeno su certi livelli le leggi le fanno rispettare, in primis i responsabili del controllo. Infatti, ha detto hai suoi di accettare la proposta di avere in contropartita del finanziamento la gestione dello stadio. Se era un problema politico, se la legava al dito.

    A prescinder dallo stadio, condivido e sottoscrivo tutto quanto ha detto, nei pregi e nei difetti del Presidente Commisso.

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