“A Massimiliano Ruzzante, il tifoso numero 1 di Dejan, la cui passione ha ispirato queste righe“.
Nelle notti d’Oriente, quando nel mondo c’era spazio per la magia, migliaia di stelle stavano mute e ammirate a guardare le avventure di quelle creature magnifiche. Figli di Allah, non angeli ma nemmeno umani, soprannaturali tanto da presiedere al Mistero, potentissimi esseri che venivano a turbare il sonno degli uomini o a esaudire i loro desideri. Erano i “jinn” o “Djinn”, nome che attraverso gli oceani dei secoli ha mutato grammatica ma mai il suono: allora era djinn, oggi genio.
E gli arabi mossero ovunque, in Africa in Persia e nei Balcani, da un caravanserraglio all’altro dove i mercanti si scambiavano merci e sapienza, amori e leggende. Leggende che si radicarono nelle terre visitate e fiorirono per millenni nonostante altre culture sopravvennero e si dettero il cambio. Era da poco passata la metà del secolo scorso che a Titograd, nella vecchia Jugoslavia, un bimbetto stava per venire al mondo e ai genitori piaceva tanto il nome Dejan, che nella loro lingua significava “colui che fa” ma che nascondeva anche un suadente richiamo al latino, addirittura alla parola “deus”, e dunque decisero e lo battezzarono con quel nome, Dejan. Volevano dare una sorta di imprimatur al bimbo, che fosse di buon auspicio, una sorta di mantello magico. Ma non sapevano che gli stavano dando un nome che aveva ben altro significato, un nome destinato a lui dalle superiori forze del Destino. Dejan che voleva dire Djiin ovvero Genio.
“..e Savicevic gli ruba la palla (a Nadal difensore del Barça – e qua sale il tono della voce di Pizzul) e poi (attimo di smarrimento, il telecronista si guarda intorno e sbatte le palpebre) segna un gol incredibile! (Pizzul si gira ancora intorno e chiede se è vero) Strepitoso il gol di Savicevic! (non sa cosa dire gli escono parole ma si sente che vorrebbe inventarne una che non esiste come i bambini quando dicono un milione di milioni) Eccezionale prodezza! (qui l’eleganza e lo stile) Ci lascia veramente di stucco!” (esatto, come statue di cera, a bocca aperta ci lascia un attimo fermi, paralizzati dal pervadere dell’incantamento). Eccolo il Genio, sotto il cielo della Grecia che di esseri soprannaturali se ne intende, nel momento topico della sua carriera, si consegna all’immortalità.
Quel momento in cui gli evangelisti del calcio si esaltano e i finti campioni scompaiono, durante la finale di Champions League assegnata ai catalani ben prima di essere giocata, il genio mette il suo timbro. Aveva già fatto l’assist al gol rompighiaccio di Massaro, aveva già aperto in due quella difesa impenetrabile quando decide che ora basta, tocca a lui prendersi l’occhio di bue del riflettore. E comincia a pensare. “Faccio il gol più bello della storia. Ma no, verrà dopo sempre qualcuno a inventarsene uno meglio. Faccio il più difficile allora. Mmmmhh no, lo ha già fatto van Basten a Madrid. Il più iconico. Oddio dopo quello di Maradona con la mano.. No. Pensa Dejan, pensa.. Che mi rimane? Ma si! Il più assurdo! Sono un genio no? E allora mi invento il gol più assurdo di sempre così nessuno potrà mai scalzarmi da questo trono. Tanto né Buñuel né Marinetti e nemmeno Dalì hanno mai giocato a calcio. È deciso. Faccio il gol più assurdo della storia. Non deve essere bello però. Quindi ci piazzo una specie di fallo all’inizio, così lo sporco un po’. Deve essere imprevedibile, che nessuno se lo aspetta, se no non è da geni. E di assurdo che faccio? Pensa Dejan, pensa.. E se facessi un pallonetto da fuori area, ma non di fronte, dal lato della porta, col pallone che vola altissimo e che si insacca sotto la traversa, ma proprio filo filo senza toccarla. E poi si, il tocco geniale! Mi trascino il portiere, il gigantesco Zubizarreta dentro la rete col vento del pallone! Geniale, procediamo!”
Detto, fatto. Il genio si trasforma in Genio, rende maiuscola la sua iniziale. Dà così finalmente un senso incontrovertibile, definitivo a quel suo andare biascicato e caracollante per il campo, a quel suo assurdo modo di portare la palla dietro il baricentro del corpo, a quel suo nascondere la palla per renderla semplicemente imprendibile agli avversari. Dejan, indigesto agli esteti dal palato di seta, più incline a danzare che a dribblare, incostante e sublime come ogni creatore di arte. Nascosto minuti e ore dentro la sua lampada per venirne fuori al momento giusto quando il bisogno dei tifosi e del Milan accarezzavano le lucide pareti d’oro dell’iconico monile.
E sei venuto fuori con quel numero dieci sulle spalle segnando di destro, di sinistro, di testa, col tocco sotto, di rapina, 4 volte in una sola partita, con un tocco di biliardo da uno spigolo dell’area al palo opposto (chiedere a Beppe Bergomi che ha visto partire la palla e mai l’ha vista arrivare), in combinazione con Baggio, dopo lunghe sgroppate, e perché, su rigore no? A te che in fin dei conti era chiesto solo di far segnare gli altri. E come se lo facevi…
Caro Dejan, hai mietuto innamoramenti calcistici di gente cui piaceva chi si sporcava in campo, di quelli che non amavano solo vezzi di movimenti sulle punte o al contrario di carri armati con tacchetti e parastinchi. Non eri seta né tela grezza eri velluto. Non sei stato un capolavoro dell’arte classica ma nemmeno un quadro astratto. Sei stato uno scintillante capolavoro della Secessione di Klimt, scintillante e fatto di pezzi disarticolati. Tu che sei riuscito dopo tanta e cotanta carriera nell’impresa più geniale, quella di essere passato alla Storia senza essere stato ingabbiato in un tipo. Non t’hanno potuto bollare sotto un aggettivo. Perché tu hai sempre creato, e mai ti hanno ingabbiato. Geniale Dejan, non c’è che dire.

BIO: Marco Calabrese nasce nel dicembre ’76 ad Avezzano, Abruzzo, dove vive con la moglie Federica e due figli. Laureato in Giurisprudenza e Lettere Classiche, lavora dal 2004 alla gestione dei progetti di cooperazione internazionale e di scambio gestiti dall’Università degli Studi dell’Aquila. Ha collaborato col quotidiano “Il Messaggero” come pubblicista. Ama viaggiare, leggere, la montagna e il Milan. Membro del direttivo del Milan Club Avezzano “M. van Basten”.










10 risposte
Molto grato della dedica Marco! Il tuo pezzo è bellissimo e molto evocativo. Chapeau!
a leggerti ricordavo Sandro Ciotti. Complimenti!
Grazie mille! Troppo buona!
Complimenti per l’articolo Marco. Anche se ero troppo piccolo per ricordare quel gol assurdo, grazie alle tue parole mi è sembrato di viverlo davvero!
Grazie Mario, affidiamociai ricordi. Almeno noi quelli li abbiamo
Complimenti Marco, per questo pezzo di poesia, come le giocate di Savicevic, un giocatore dalle mille pause, ma dalla tecnica sublime, con quel sinistro magico, che ci ha fatto sognare, come nell’occasione già ricordata di Atene, ma anche in tante altre occasioni.
Grazie mille Gianpaolo. Scrivere di tali meraviglie è più facile, data la loro bellezza. Hai letto su questo stesso blog il mio pezzo sul gol di van Basten a Madrid?
Si, ho letto anche quello e l’ho vissuto: Van Basten quella sera non gioco’ secondo le sue possibilità, ma quel gol, (anche se autogol), per gesto tecnico e atletico, è paragonabile al gol di Aldo Maldera contro l’Avellino nel 1982.
Ogni volta che leggo un articolo sul Genio mi commuovo…
Ricordo le discussioni allo stadio in sua difesa,le gioie che mi / ci ha regalato,
la sua fantastica e innocente indolenza.
Anche se non ci conosciamo grazie Marco,per un attimo mi è riapparso !
Grazie Roberto, è sempre un piacere suscitare anche un minimo di emozioni in chi ti ascolta o legge. Certo parlando di certi campioni è veramente facile! Grazie ancora