Nel 1981 i “Ricchi e Poveri” entravano nella storia con una canzone che trascende il tempo e le generazioni: “Sarà perché ti amo”. La prima strofa inizia con “che confusione sarà perché ti amo è un emozione che nasce piano, piano”.
Ecco, io che del calcio ne ho fatto una malattia incurabile, fino a farne, nella sostanza, una professione, la mia scuola di metodologia AMC FOOTBALL ACADEMY (www.amc-fa.online), malgrado la confusione tremenda e agghiacciante che vedo in troppe partite, proprio a causa di questa malattia, inizio a pensare sia mentale, continuo a guardarlo quando, sempre più spesso, mi viene voglia di spaccare il televisore lanciandogli contro il telecomando. La mia non ricchezza non mi consente di farlo, anche se, la tentazione talvolta, sta per prendere il sopravvento.
Continuo a sentire i cosiddetti “guru” del calcio, quelli che attraverso le tv “governano” le menti di milioni e milioni di appassionati e tra loro migliaia di allenatori, parlare di intensità, esaltarsi per partite in cui non si vedono quattro passaggi di interno piede di fila.
Esaltare i costanti e continui duelli individuali. Questa ricerca assatanata e spasmodica dell’ uno contro uno a tutto campo.
È davvero entusiasmante un calcio dove ogni tre palloni, ci sono errori grossolani, dove non vedi un’idea di dominio del tempo e dello spazio?
È davvero possibile che, nella stragrande maggioranza dei casi, una squadra, quale essa sia, se presa uomo su uomo, dove non vince i duelli, non riesca più a manifestare la sua identità?
Vi piace davvero un calcio, sempre più spesso, dominato dalla scommessa, quasi sempre perdente (lo dicono i dati del calcio, non io) delle seconde palle?
Vi piace davvero un calcio dove il predominio fisico sovrasta le idee e la tecnica?
Mi spiace, se le risposte a questi quesiti sono massivamente sul si, allora sono io lo sbagliato, allora tutto il progetto metodologico della mia Academy di perfezionamento e specializzazione per allenatori è un grande bluff e fondato sul nulla, allora il mio libro “SENZA METODOLOGIA NON ESISTE GIOCO” che tante emozioni mi ha fatto ricevere dagli incredibili messaggi degli acquirenti è un’utopia senza fondamento.
I “PRINCIPI REGOLATORI DEL GIOCO” che sono le basi su cui si basa la struttura dei “MACRO PRINCIPI” e dei “PRINCIPI DI GIOCO”, sono SPAZIO e TEMPO.
Dominare il gioco, piaccia o meno, è avere la palla per il maggior tempo possibile, perché la palla è una ed è quindi matematico che se mantengo il controllo per più tempo avrò in primis più possibilità di organizzare qualcosa di offensivo che porti al goal e in secondo luogo non potrò subirlo, il goal. Un vecchio adagio, la saggezza viene dalle cose semplici e apparentemente scontate, ci dice che “la miglior difesa è l’attacco”. Se ho io la palla posso segnare e non posso subire alcuna rete.
Arriviamo adesso a quello che, a mio avviso, non sta per nulla funzionando e sta portando il gioco del calcio ad essere di una qualità infima.
Parlavo in apertura di questa smodata passione per il gioco uomo su uomo e su come questo sia come la Kriptonite per Superman nei confronti di chiunque.
Ecco qui, ogni volta che vedo squadre paralizzate dalla pressione, mi arrabbio in modo serio, anzi mi incazzo proprio come un puma. Perchè? Perchè da anni, quasi cinque ormai, all’interno della mia Academy di formazione parlo di quanto sia DETERMINANTE il FUTSAL nel calcio moderno, di come i suoi strumenti, se STUDIATI, CAPITI, COMPRESI e CONTESTUALIZZATI nel calcio a 11 non siano importanti per il calcio a 11 stesso, ma siano IMPRESCINDIBILI.
Dalla pressione uomo su uomo si esce. Ci sono diversi modi per farlo. Tutto parte da ROTAZIONI e DIAGONALITA’.
Ovviamente non mi metterò a fare delle lezioni per spiegare e soprattutto far vedere (fatti non chiacchiere, non esiste pratica senza teoria, ma la teoria senza “messa a terra”, come mi ha insegnato a dire Filippo Galli, vale poco, anzi quasi niente) cosa intendo per rotazioni e diagonalità, perché poi dovremmo andare a capire come uscire in zona uno, in zona due o zona tre, ma la cosa certa, di cui sono assolutamente sicuro, che se mi pressi uomo su uomo non mi stai paralizzando, mi stai facendo un favore. Soprattutto se fatto nel tanto amato stile di un paio di allenatori italiani.
Attenzione a non fare la solita confusione e cadere nel qualunquismo. Il gioco uomo su uomo non è il “Gegenpressing”, che è la riaggressione immediata alla palla persa, da compiersi nei primi cinque o sei secondi. Lasciate stare Klopp, che non ha nulla a che fare con il gioco uomo su uomo che viene esaltato in Italia.
Nella storia del calcio il “dualismo” Guardiola – Klopp è stato la fonte più arricchente per l’evoluzione. Come in moltissime occasioni hanno ribadito entrambi, la loro competizione e la loro reciproca infinita stima, li ha portati a migliorarsi costantemente, “rubando” e adattando concetti dell’uomo nel gioco dell’altro.
Per capirci e farla breve, Klopp non ha nulla a che fare con Gasperini, così tagliamo la testa al toro. Anzi, se proprio vogliamo dirla tutta, la sola volta che è stata esportata in un campionato estero l’idea di calcio uomo su uomo con i principi di Gasperini, da Ivan Juric in Premier, è finita in modo disastroso, con retrocessione battendo tutti i record negativi che si potessero battere.
Per avere anche nel campionato italiano, ormai in costante declino di qualità e livello, quella che ignorantemente viene chiamata intensità pensiamo in automatico a quel gioco uomo su uomo che genera un costante formarmi di micro azioni di pochi passaggi e continue transizioni di una pochezza tecnica che è, per me, agghiacciante.
I dati ci dicono che nei cinque campionati europei analizzati (Inghilterra, Germania, Spagna, Francia e Italia) un giocatore tiene la palla circa due minuti per partita. Se consideriamo che una partita dura tra i 95 e i 100 minuti viene facile capire che la parte non importante, bensì FONDAMENTALE per un giocatore è quello che fa, o non fa, nel senza palla.
Ecco che quindi, viene naturale, dare ampio risalto alla mobilità negli spazi, al superare il gioco posizionale, che io nei corsi e nelle serate di formazione sostengo sia morto da anni, perché deve evolversi in un gioco spaziale (nulla a che fare con Marte, Saturno o Giove), dove una squadra deve sapere che esistono quattro tipi di spazio: pieni, vuoti, da riempire e da svuotare e quindi, attraverso principi di gioco chiari e delineati, opera all’interno di quegli spazi per MANIPOLARE IL TEMPO, ossia gestire il più possibile il ritmo della gara, muovendo l’avversario e riconoscendo il momento in cui accelerare o rallentare.
Qui entrano prepotentemente in gioco due “MACRO PRINCIPI”, la “COSTRUZIONE” e soprattutto, ancora più importante, la RICOSTRUZIONE. La riconquista palla è un atto che avviene nel caos e quindi, quasi sempre, la scelta sbagliata è andare in verticale. Dove sono gli spazi liberi?
Non certo quelli dove avviene la riconquista che è un atto di forza numerica in uno spazio limitato. Ecco allora che entra in gioco, a piedi uniti, il vero, solo ed unico, GENIO della metodologia, ossia PACO SEIRUL LO, e di come sia importante andare a COSTRUIRE la SUPERIORITÀ NUMERICA, attraverso quattro momento consequenziali, inscindibili tra loro, dove il FISSARE è quello predominante e preponderante e dove il terzo uomo è il coniglio che esce dal cilindro.
Possesso palla, Costruzione, Ricostruzione, Condizione numerica dentro l’azione di gioco, sono PRINCIPI DI GIOCO che portano al DOMINIO DEGLI SPAZI PER MANIPOLARE IL TEMPO e viceversa. Constanti e continui scambi posizionali, rotazioni e diagonalità gli strumenti, mutuati dal futsal, per vedere la pressione uomo su uomo come un favore e non come una condanna.
La vera condanna è una squadra chiusa con un bus davanti alla porta, quella si che è molto più difficile da affrontare, non chi ti regala dei meravigliosi spazi in cui poter fare quello che vuoi. Però, se non di conoscono determinati strumenti e se non si ha il coraggio di usarli (ne ho parlato con alcuni allenatori di alto livello e nel tra le righe ho capito che non si ama fare ciò che non si è mai fatto da giocatori) il gioco uomo su uomo continuerà ad essere visto che un gioco fantastico che annienta quasi tutti gli avversari.
Concludo, prima di ringraziare tutti coloro che avranno avuto il piacere di leggere questo articolo, dicendo e ribadendo che se invece siete esaltati dal CALCIO PING PONG dove ogni quattro passaggi c’è un errore e dove la guerra sulle seconde palle viene vista come avvincente, allora io sono un matto. Però, come disse l’immenso Nietzsche: “coloro che furono visti danzare, vennero giudicati pazzi da quelli che non potevano sentire la musica”.

BIO: ALESSANDRO MAZZARELLO
Nato a Genova il 3 agosto del 1977.
Sono laureato in giurisprudenza. Di professione, da quattro anni, sono un Docente Scolastico, dopo aver fatto per venti anni consulenza a privati ed imprese in campo finanziario e di strategie commerciali.
La mia vera e assoluta passione è, da sempre, il calcio. Per diciotto anni ho praticato il futsal a buoni livelli, dove ho avuto anche il doppio ruolo di allenatore – giocatore in serie C/1, perdendo la finale per l’accesso in serie B B con una piccola realtà e dove ho allenato inoltre la Rappresentativa Ligure, portandola, unica volta nella storia, alle semifinali nazionali.
Smesso di giocare, a trentacinque anni, in possesso della LICENZA UEFA B e LICENZA ALLENATORE CALCIO A 5, ho iniziato ad allenare nei settori giovanili, togliendomi, da subito, enormi soddisfazioni. Alcuni dei ragazzi che ho avuto la fortuna di allenare sono oggi dei professionisti o protagonisti assoluti nel campionato di serie D. Nei miei anni da allenatore ho avuto modo di iniziare a sperimentare la mia metodologia, un misto tra artigiano nel suo laboratorio e alchimista. La più bella esperienza quella come Responsabile Tecnico, dove ho appunto affinato quello che poi sarebbe diventato il mio presente e, ne sono certo, il mio futuro, il percorso di formazione e approfondimento metodologico con la AMC FOOTBALL ACADEMY.
AMC FOOTBALL ACADEMY nasce dopo il molto studio che ho parallelamente portato avanti alla sperimentazione sul campo e grazie anche ad importanti collaborazioni e constanti e continui confronti con importanti esperti del settore. Ho deciso di studiare la realtà del gioco e la sua costante e continua evoluzione, partendo sempre da perchè di un cosa.
Determinante la creazione della P&M COACHING e PM SOCCER LAB di cui sono co-founder insieme la collega mister Pasquale Palermo. Insieme abbiamo organizzato più di trenta incontri di formazione on line, con, adggi, oltre duecentomila visualizzazioni.
Sono sempre più convinto che possedere una LICENZA UEFA, quale essa sia, debba essere un punto di partenza e non di arrivo.
Costanti e aggiornamenti e approfondimenti sono la sola ed unica via per poter pensare di trasmettere delle conoscenze ai propri giocatori e alle proprie giocatrici.
Volersi sempre migliorare arricchendo il bagaglio delle conoscenze sia la sola ed unica strada per elevare il livello del proprio lavoro sul campo.










2 risposte
Caro Ale, il tuo articolo è lucido, coraggioso e profondamente controcorrente, ma soprattutto è coerente.
Coerente sul piano metodologico, culturale e – cosa rarissima oggi – epistemologico.
Ho trovato molte affinità profonde con l’approccio fenomenologico-enattivo, anche se non lo citi esplicitamente come cornice teorica. In realtà, lo incarni.
Il filo rosso che attraversa tutto il testo è l’idea che il gioco non sia una somma di duelli, corse o intensità astratte, ma un fenomeno relazionale che vive nel rapporto dinamico tra giocatore, realtà autentica del gioco e allenatore. Esattamente il cuore dell’enazione.
Quando critichi il calcio “ping pong”, non stai rifiutando l’intensità in sé, ma l’intensità senza senso, scollegata dal dominio di spazio e tempo.
Questo è un punto chiave dell’approccio fenomenologico-enattivo:
non esiste azione efficace se non è situata, intenzionale e significativa rispetto al contesto.
Il tuo richiamo continuo a:
spazio e tempo come principi regolatori
manipolazione dell’avversario
lettura dei momenti
mobilità senza palla
costruzione e ricostruzione come atti cognitivi prima che tattici è perfettamente allineato con l’idea che il giocatore non esegue il gioco, ma lo fa emergere nella relazione con l’ambiente.
Particolarmente forte – e totalmente enattivo – è il passaggio in cui affermi che: se mi pressi uomo su uomo non mi stai paralizzando, mi stai facendo un favore
Qui emerge chiaramente che la pressione non è uno stimolo negativo in sé, ma una informazione che il sistema-giocatore può sfruttare se dispone degli strumenti per farlo.
Questo è enazione pura: il significato non è dato, emerge dall’interazione.
Anche il ruolo che attribuisci al futsal è estremamente significativo: non come disciplina “da copiare”, ma come ambiente che educa alla relazione, alla rotazione, alla diagonalità, alla percezione-azione continua.
Tutti elementi che rinforzano l’accoppiamento strutturale tra giocatore e contesto.
Infine, il messaggio più potente – e forse più scomodo – riguarda l’allenatore.
Nel tuo articolo l’allenatore non è mai:
un dispensatore di esercizi
un ideologo di sistemi
un adoratore di mode
ma è, implicitamente, un coltivatore di relazioni, colui che crea le condizioni perché il gioco possa emergere nella sua complessità.
Questo è esattamente il punto su cui l’approccio fenomenologico-enattivo insiste da anni: non si allena il gioco, si allena la relazione tra il giocatore e il gioco.
In questo senso, il tuo testo non è solo una critica al calcio dominante, ma è una presa di posizione culturale. Difendi un’idea di calcio dove: la tecnica è situata, l’intelligenza è distribuita, il tempo viene manipolato, non subito, il corpo pensa dentro l’azione.
E sì, come Nietzsche, chi sente questa musica spesso viene scambiato per folle.
Ma è la stessa sorte di chi, prima degli altri, ha capito che senza metodologia non esiste gioco, perché senza relazione non esiste senso.
Un articolo necessario.
Scomodo.
E, proprio per questo, profondamente educativo.
Bravo Ale
Ovviamente non si può non essere d’accordo. In sintesi, prendo un’affermazione di Raffaele che condensa bene il pensiero: “non si allena il gioco, si allena la relazione tra il giocatore e il gioco.”
A questo punto qualunque modo di giocare, purchè rispetti il principio anzidetto, va bene.
Prendiamo ad esempio la partita Italia-Brasile, 3 a 2 al Sarria. Entrambe le squadre si muovevano nella logica sopradetta. Il Brasile con un calcio stupendamente ballato nel senso dell’armonia del suo gioco fatto di passaggi e movimento. L’Italia con un calcio, che altrettanto interpretava la relazione giocatore gioco, ma con movimenti volti alla verticalizzazione sia sulle fasce (Cabrini e Conti), che centralmente Antognoni e Tardelli.
Quella partita, inoltre, è stata bellissima proprio perchè esaltava due modi diversi di giocare a calcio.
Ora, e qui viene ciò che parzialmente mi differenzia da te, io parto dalla “rosa” a disposizione per definire il modo di giocare, perchè il mio obiettivo è quello di sfruttare al massimo le potenzialità individuali presenti in squadra.
Anche il modo di giocare più complesso o semplice, se efficace viene studiato e subito trovate le contromisure. Se è abituato il calciatore della squadra A a muoversi nella logica da te detta, allora a parità di qualità, anche ll singolo avversario della squadra B studia il modo di contrastare i perfetti movimenti della squadra avversaria, anche nell’ottica della marcatura a uomo.
Quando, con l’arrivo del “Sacchismo” le squadre iniziarono a imitarne il modo di giocare, ricordo a livello di allievi nazionali (forse 1987) un Sorrento – Bari, dove non c’era neanche il ping pong, ma ogni volta che la palla si spostava in avanti era fuorigioco ora di qua e dopo di là,
Quindi, condividendo le basi della preparazione mentale del giocatore per realizzare il principio di allenare il giocatore al gioco, il modello diventa quello del “caos organizzato ma spontaneo”, un bel po’ difficile da realizzare ma vale la tendenza di andar in quel senso.
Complimenti sia a te Alessandro che a Raffaele.