PERCHÈ IL GUARDIOLISMO NON HA DISTRUTTO IL CALCIO

Il Guardiolismo, quello che oggi viene evocato come un dogma o come un’eresia, a seconda dei punti di vista, si è manifestato in modo fragoroso nel calcio mondiale a partire dal 2008-2009. Ma raccontarlo come un fulmine a ciel sereno, come viene ripetutamente ed erroneamente fatto, è un errore di prospettiva. Pep Guardiola non è un inventore solitario, è piuttosto un figlio consapevole di una storia lunga, stratificata, che attraversa decenni di pallone e di idee.

Quel calcio chiamato, per comodità, tiki-taka non nasce con lui. Era già nelle vene della Masia, respirato prima ancora che insegnato. Era nel Barcellona di Frank Rijkaard, che una Champions League l’aveva già portata a casa tre anni prima dell’avvento di Pep. Rijkaard, olandese di scuola e di cultura, figlio diretto di Johan Cruyff. E Cruyff, a sua volta, erede e interprete del pensiero di Rinus Michels, l’uomo che aveva dato forma e nome al totalvoetbal, il calcio totale. Una linea genealogica chiara, quasi familiare, che Guardiola non ha mai rinnegato. Anzi, è stato il primo a riconoscerla, a dichiararsi debitore di quella tradizione.

Poi, come tutte le grandi idee, anche questa si è trasformata. Si è adattata al tempo, agli uomini, ai contesti. Il Barcellona di Guardiola non è il Bayern di Guardiola. E quel Bayern non è il Manchester City di oggi. Quindici anni, nel calcio, sono un’era geologica. Cambiano i ritmi, le strutture fisiche dei giocatori, le letture tattiche, le ossessioni difensive e, ancor più, i metodi di allenamento. Se prendessimo una squadra d’élite di quindici anni fa (lo stesso Barcellona di Guardiola, l’Inter di Mourinho o il Chelsea di Ancelotti) e la catapultassimo nel calcio attuale, probabilmente faticherebbe. Oggi la pressione è più feroce, lo spazio è una merce rarissima. Squadre come il PSG o il Bayern contemporanei, per potenza atletica, intensità e organizzazione, probabilmente maramaldeggerebbero qualsiasi squadra in quell’epoca.

Per questo, nel prosieguo del discorso, sarà difficile aderire alla litania di chi ripete, come un mantra, che “il Guardiolismo ha rovinato il calcio”. È una tesi che circola a ogni latitudine, che raccoglie consensi facili, ma che trova pochi appigli seri nella letteratura degli allenatori, in chi il calcio lo studia davvero. Tra i sostenitori più rumorosi di questa idea c’è anche Salvatore Soviero, ex portiere, che in una recente intervista ha sintetizzato il suo pensiero in modo quasi brutale ma, a nostro modo di vedere, banale e semplicistico.

«L’italiano deve fare l’italiano e lo spagnolo deve fare lo spagnolo. Il calcio l’ha rovinato solo uno: Pep Guardiola. Lui ha costruito i suoi successi col Barcellona in dieci anni e tremila miliardi spesi, con in squadra l’ABC del calcio. Ma allo stesso tempo ha distrutto la mentalità del gioco. Noi in Italia siamo scarsi, non facciamo due passaggi: come si può chiedere alle nostre squadre di iniziare l’azione dal portiere?».

È una dichiarazione che colpisce, perché parla più di paure che di analisi. E perché, forse senza volerlo, racconta molto di chi la pronuncia e un po’ meno di Guardiola. Il tecnico catalano non è stato capito fino in fondo da molti di quelli che si dedicano costantemente alle chiacchiere da bar: per sentito dire, per riflesso, per pregiudizio. Pep non ha distribuito vangeli tattici. Ha fatto una cosa più semplice e più dirompente: ha reso popolare e praticabile l’evoluzione del calcio totale, l’ha portata fuori dai salotti elitari e l’ha consegnata al mondo, in ogni latitudine e categoria.

Oggi vediamo nazionali minuscole, come le Far Oer, costruire dal basso, accettare il rischio, provare a governare il pallone contro avversari, sulla carta, di ben altro livello. Non è folklore, è cultura calcistica. È impensabile che senza la spinta propulsiva del Guardiolismo il calcio si sarebbe globalizzato a questo livello, che avrebbe osato tanto. Non è una questione di tiki-taka, parola abusata e spesso fraintesa. Quel Barcellona non faceva passaggi per vezzo o per estetica: li faceva per stanare l’avversario, per muoverlo, per costringerlo a scegliere. La costruzione dal basso non è un esercizio di vanità, ma una trappola strategica: attirare pressione per colpire dove fa male.

Senza quella lezione difficilmente avremmo visto uno Spezia di Italiano pressare uomo su uomo il Milan di Pioli, accettare il duello alto, rubare palla nella metà campo avversaria. Qualcuno sostiene davvero che prima di Guardiola si costruisse così, con questa sistematicità, con questo sincronismo? Che il pressing fosse pensato come un organismo collettivo e non come una somma di corse individuali? Un antesignano di questo tipo di calcio, mutuando naturalmente i concetti del “calcio totale”, è stato Arrigo Sacchi. Il vate di Fusignano, ritenuto anch’egli eretico ai primi tempi, ha creato un connubio magistrale tra solidità difensiva italiana e movimenti costanti e sincronici tipici del calcio dei Paesi bassi. Nell’intervista sul nostro blog, Sacchi ha ricordato di essere riuscito a costruire “un gruppo che si muovesse avanti e indietro assieme. Attaccavano tutti e difendevano tutti”.

E bisogna chiarire che il Guardiolismo non ha cancellato le scuole precedenti, non ha uniformato il calcio. Conte e Allegri, spesso liquidati come “vecchia scuola”, non sono allenatori da barricate e contropiede. Le loro squadre, pur con difesa a tre e principi diversi dal Barça di Pep, costruiscono dal basso, cercano l’ampiezza, muovono il pallone per liberare il gioco e affidarlo poi all’organizzatore che alza il baricentro o cerca il lungolinea. È evoluzione, non imitazione.

Il calcio totale olandese rimase, per molti anni, un’utopia affascinante ma poco esportabile. Il calcio di Guardiola, invece, è diventato linguaggio comune. È stato tradotto, adattato, persino semplificato. È diventato un’eggregora, qualcosa che vive oltre il suo creatore. Nessuno gioca “come Guardiola”, ma tutti, in qualche misura, giocano anche grazie a Guardiola.

E il calcio italiano? Non è stato rovinato da Pep, come si sente dire con piglio apocalittico. Abbiamo vinto un Europeo nel 2021, non in un’altra era, giocando un calcio propositivo, tecnico, coraggioso. Non eravamo una squadra di soli difensori e contropiedisti: quella è una favola consolatoria. Se oggi fatichiamo, non è perché abbiamo guardato troppo Guardiola. È perché, in primo luogo, non produciamo più Baresi, Maldini, Baggio, Pirlo, Rivera, Mazzola, Totti, Del Piero. Tuttavia, non può assumere meno importanza la criticità legata, spesse volte, alla mancanza di coraggio o di comprensione circa l’attuazione di un determinato tipo di calcio propositivo. La scienza calcistica e le evidenze hanno evidenziato, in maniera schiacciante, che i benefici di tale approccio superano di gran lunga i rischi. In ambito locale siamo tuttavia lontani anni luce dal raggiungimento di un consenso a riguardo.

Questo cortocircuito si manifesta sin dai primissimi livelli del calcio giovanile; d’altronde Soviero non è una voce fuori dal coro nel Belpaese. Il cambio di paradigma avrà luogo nel momento in cui si capirà che le problematiche non afferiscono al lato meramente tecnico, bensì è una questione sistemica (emotiva, tecnica, cognitiva, etc): la mancanza di abitudini sin dai settori giovanili si trascina inesorabilmente e i risultati negativi non sono che la naturale conseguenza.

In conclusione, Guardiola non ha rovinato il calcio. Ha semplicemente tolto gli alibi. E non tutti, purtroppo, riescono ad accettarlo o capirlo.

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

6 risposte

  1. Guardiola, il calcio italiano e il falso bersaglio

    «Il calcio italiano l’ha rovinato Guardiola».
    Un’affermazione che ritorna ciclicamente nel dibattito mediatico e che, più che spiegare una crisi, rivela un bisogno diffuso di trovare un colpevole esterno. In realtà, questa narrazione funziona come un alibi culturale, utile a evitare un’analisi profonda delle responsabilità sistemiche del nostro calcio.

    Questo cortocircuito si manifesta sin dai primissimi livelli del calcio giovanile. Le parole di Soviero, in tal senso, non rappresentano affatto una voce fuori dal coro nel Belpaese, ma si inseriscono in un pensiero largamente condiviso: l’idea che un certo modo di intendere il gioco — associato al modello Guardiola — abbia snaturato il calcio italiano.Solo pochi giorni fa, Fabio Capello ha dichiarato che nel calcio giovanile bisognerebbe “ritornare alla tecnica”, a partire dal palleggio. Un’affermazione che, pur animata da un’intenzione comprensibile, rischia di semplificare eccessivamente una questione ben più complessa. Ridurre il problema alla tecnica, intesa come gesto isolato o abilità esecutiva, significa confondere l’effetto con la causa.

    “Il vero cambio di paradigma potrà avvenire solo quando si comprenderà che le criticità del calcio italiano non afferiscono al lato meramente tecnico, ma hanno natura sistemica. Sono questioni che coinvolgono la dimensione emotiva, cognitiva, decisionale, relazionale e, solo all’interno di questo intreccio, anche quella tecnica”( Nota di autore) La mancanza di abitudini funzionali al gioco — come la capacità di leggere le situazioni, gestire l’incertezza, prendere decisioni sotto pressione, attribuire senso e significato alle proprie azioni — nasce nei settori giovanili e si trascina inesorabilmente nel tempo. I risultati negativi che emergono a livello professionistico non sono altro che la naturale conseguenza di questo vuoto formativo.

    In conclusione, Guardiola non ha rovinato il calcio. Ha semplicemente tolto gli alibi. Ha mostrato che è possibile costruire squadre capaci di pensare il gioco, di abitare il campo con intenzionalità, coerenza e responsabilità.
    E non tutti, purtroppo, come giustamente si afferma nell’articolo, riescono ad accettarlo o a capirlo.

  2. Buongiorno Vincenzo, ho trovato l’articolo molto interessante e naturalmente, lascia spazio a molti commenti.
    Esprimo il mio parere da ciò vedo (e ho visto in passato) e da quello che nel mio piccolo, riesco a percepire.
    Guardiola ha proposto un suo tipo di gioco attuabile con giocatori di certe caratteristiche e fa bene a proporlo, soprattutto se arrivano i risultati.
    Il possesso palla però è un qualcosa che non nasce con Guardiola (questo è stato più o meno detto anche nell’articolo) e comunque spesso, la nazionale brasiliana a diversi mondiali del passato ha fatto vedere certe caratteristiche.
    Il Brasile del 1982 era composto da giocatori così bravi che Leo Junior, un terzino, fu ingaggiato dal Torino di Gigi Radice, per fare il regista.
    Nel caso di Guardiola oltre all’indubbio lavoro di ogni singolo allenamento, c’è la possibilità di lavorare con elementi di altissimo livello.
    Ma ogni tipologia di gioco conserva l’essenzialita’ del risultato.
    Non so se Guardiola abbia rovinato o meno il calcio ma una cosa è certa: i risultati gli danno ragione.
    Poi, sul valore di un allenatore, non sempre sono le vittorie il riferimento: infatti, abbiamo avuto allenatori che hanno vinto poco, ma hanno prodotto molto; in Italia abbiamo avuto un allenatore svedese che dove è andato ha fatto molto bene, partendo spesso da situazioni complicate.
    Sul fatto che non produciamo più talenti è senz’altro vero: infatti a parte il portiere che gioca proprio con Guardiola, gli altri componenti della Nazionale non mi sembra siano punti fermi di Real, Bayern, City ecc.
    Nel caso del trionfo europeo, non vorrei sminuire il valore di quel trionfo, ma mi sembra ci sia stata molta fortuna.
    A me quello che lascia perplesso di molti allenatori è che quando sono in difficoltà, difficilmente riescono a cambiare l’inerzia della gara: in sostanza si affidano al loro modulo e sostituiscono il titolare con la “copia” ma senza apportare una variante tattica.
    Poi, magari vincono, ma soltanto perché hanno la panchina più lunga.

  3. Personalmente credo che a calcio si possa giocare in molti modi e che Guardiola non sia l’unica icona di successo nel calcio moderno.
    Però Guardiola é stato il migliore nell’imporre una proposta di gioco basata sulla presa di decisione e sul fatto che in campo le cose non succedono per caso.
    La conseguenza di tutto ció è stato lo sviluppo di un modello di gioco estremamente sofisticato, basato sullo studio delle diverse microfasi del gioco e sulla ricerca costante dei punti deboli avversari.
    La costruzione dal basso non è pertanto l’unico segno distintivo del modello di gioco di Pep ma soltanto una delle strategie dirette ad ottenere il controllo del gioco, senza il quale è ormai impossibile poter prevalere.
    Anche in Spagna esistono i detrattori di Guardiola, quasi sempre personaggi rimasti fuori dal giro per ragioni di età o semplicemente perché non possiedono una capacità di lavoro sufficiente per implementare un modello simile.
    Il problema in Italia è il fatto che tutte le varie istanze calcistiche sono monopolizzate da ex calciatori che hanno costruito barriere d’ingresso invalicabili, azzerando ogni possibilità di innovazione e difendendo con le unghie i loro privilegi corporativi che nella gran maggioranza dei casi vengono accompagnati da una capacità di lavoro quanto meno dubbia.
    Lo sforzo necessario per sradicare questo status quo è veramente enorme, se non sono bastate due eliminazioni ai mondiali non so quanto ci vorrà per iniziare un’inversione di tendenza.

  4. Non avevo mai letto le parole di Soviero. Ora che(purtroppo)mi è toccato farlo, non posso che dire una cosa: sarebbe stato meglio se avesse taciuto. Come si può dire una stupidaggine simile? Intanto, non esiste il “gioco di Guardiola”; esiste semmai il gioco del calcio e la proposta di calcio di ciascun allenatore(almeno di quelli che ne hanno una). Qui stiamo parlando di un qualcosa di diverso. Io penso una cosa, nel mio piccolo: se Van Basten; Baresi; Del Piero; Totti; Rooney; Valdano e tanti altri, sono stati dei fuoriclasse del calcio; Maradona è stato il calcio. Ecco; da allenatore che prova a fare l’1% di buono; posso dire che Cruyff; Van Gaal; Sacchi; Bielsa; Tuchel e tantissimi altri, sono stati e sono grandissimi allenatori; alcuni geniali; capaci di vedere cose che ai comuni mortali sono precluse. Ebbene Guardiola sta a loro, come Maradona stava ai campioni di cui ho fatto menzione. La sua capacità, neanche di prevedere le tendenze e di trovare nuove strade; ma addirittura quella di crearne di sana pianta; non ce l’ha avuta nessuno sino ad oggi. Non è un caso che, ovunque sia passato lui; le nazioni in cui lavorava diventavano il centro del calcio mondiale. Stiamo parlando di qualcuno che è fuori da ogni categoria; semplicemente oltre. E mi fermo qui. Chi non capisce la portata della sua grandezza, è semplicemente o incapace di vedere oppure invidioso e prevenuto.
    Colgo l’occasione per farle i complimenti per l’articolo ed augurarle un buon anno nuovo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *