Quando ero ragazzino, capitava che in TV passasse una partita dallo scarso interesse. Chiedevo a mio padre se avesse voglia di seguirla. Lui sorrideva, rispondendo: “Mah, sì… diamogli un’occhiata distratta”. È un’espressione che mi è rimasta addosso. L’ho ritrovata ieri sera, davanti alla Supercoppa italiana. O meglio: davanti a una semifinale di una competizione che, negli anni, è stata smontata e rimontata come un giocattolo che non funziona più, nella speranza che cambiandone i pezzi torni a brillare.
Qui in Portogallo erano le sette di sera quando Milan-Napoli ha preso il via. Sono rientrato a casa alla fine del primo tempo, pochi minuti dopo il gol di Neres. In cucina c’era il forno acceso con la pinsa infornata, mia moglie e mio figlio che aspettavano la cena. Ho appoggiato lo smartphone sul piano, Italia 1 in sottofondo, cercando di non toccarlo troppo per non passare la serata tra lavandino e sapone. Anche questo, in fondo, è calcio moderno: consumarlo a pezzi, mentre fai altro, come un rumore di fondo.
Ed è forse questo il primo segnale che qualcosa non torna. La Supercoppa dovrebbe essere un appuntamento speciale. Invece è diventata un corpo estraneo infilato a forza nel calendario, nel mezzo di una stagione già satura. E poi la domanda arriva da sola, senza bisogno di alzare la voce: perché così lontano? Perché dall’altra parte del mondo? E soprattutto: perché ancora in Arabia Saudita?
Ci riempiamo la bocca di parole nobili. Diritti umani, rispetto, uguaglianza, inclusione. Parole che scorrono veloci nelle conferenze stampa e nei comunicati ufficiali. Poi, quando sul tavolo arrivano i soldi, l’etica si fa improvvisamente “elastica”. Nessuna società italiana si è opposta. Nessuna ha detto no. Inginocchiarsi per i diritti va bene, purché non costi nulla. Prestarsi allo sportswashing, invece, è diventata una consuetudine. Non solo per il calcio italiano, va detto, ma questo non lo rende meno stonato. Così ogni invocazione etica diventa una formula di rito, buona per ogni stagione.
Salta immediatamente all’occhio l’assenza di una vera atmosfera, che diventa brutalmente artefatta. Non è la prima volta che accade a queste latitudini, ma ogni volta colpisce allo stesso modo. In campo si sentiva tutto. Le urla degli allenatori, i rimproveri, qualche parola di troppo, anche qualche alterco non proprio da lord inglesi. Sugli spalti, invece, cori gentili, educati, “Forza Milan” pronunciati con accenti che raccontano di Riad, di La Mecca, di Medina. Nulla di male, sia chiaro. Ma non è quello il punto. Il punto è la sensazione di vuoto. Stadi riempiti da figuranti, persone a cui della partita interessa relativamente. Mentre i tifosi veri, quelli che riempiono San Siro, il Maradona, il Dall’Ara, restano a casa, separati da migliaia di chilometri. Il calcio diventa uno spettacolo esportato, confezionato, sterilizzato.
E poi c’è la formula. Perché quattro squadre? Perché questa mini-Final Four? Da entrambe le sponde di Milano si è detto, con onestà, che avrebbe avuto senso una Supercoppa tra chi ha vinto lo scudetto – il Napoli – e chi ha alzato la Coppa Italia – il Bologna. Ma il nuovo regolamento dice altro, e quando il posto è garantito nessuno si tira indietro. A caval donato, giustamente, non si guarda in bocca, soprattutto se il cavallo è carico di milioni.
Forse la Supercoppa italiana avrebbe anche un senso, se avesse una collocazione chiara, una cornice riconoscibile. Ma i calendari, ulteriormente congestionati dalla nuova “SuperChampions”, non lo permettono più. E allora resta una coppetta senza radici e senza popolo. Disputato lontano, lontanissimo, in nome di un business che chiede sacrifici al buon senso, alla coerenza, ai diritti umani e alla memoria di cosa dovrebbe essere il calcio.
Alla fine, resta solo quell’“occhiata distratta”. Che non è disinteresse. È disincanto. È il modo in cui, a volte, ci si difende da qualcosa che non ci appartiene più.

BIO: VINCENZO DI MASO
Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.
Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia.
Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.
Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.
Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.










2 risposte
Buongiorno Vincenzo, articolo perfetto (per me)!
Caro Vincenzo e caro Filippo, quant’ era bella la Supercoppa quale gara inaugurale della stagione in casa della squadra detentrice del tricolore! O quanto meno, come accaduto fino alla prima metà dello scorso decennio, gara inaugurale seppur magari all’estero. Ormai diversi tornei hanno perso l’essenza pura del significato e dei sapori che li avevano contraddistinti dalla loro nascita e formulazione. In molti casi sei campione senza neanche averne le facoltà, la Conference consente di incamerare un trofeo internazionale senza capire di cosa dovresti essere campione (la cara, vecchia, Coppa delle Coppe aveva totalmente un altro senso competitivo fra le compagini reduci dalla conquista del secondo titolo nazionale), il Mondiale passa a 48 squadre drogando una competizione iconica, il Mondiale per club ha un valore praticamente solo economico, ecc. . E pensare che inizialmente a me pareva assurdo che una squadra quarta nella graduatoria del proprio campionato potesse competere per il titolo di campione d’Europa (quando lo United vinse la Champions nel 1999 senza detenere la Premier League non riuscivo a farmene una ragione). Ma tant’è. E pensare che miriamo ad imitare il calcio inglese senza però constatare quanta nobiltà riservi alla tradizione: l’inimitabile scenario dello Charity Shield è ancora ad agosto in quel di Wembley e l’FA Cup consente ancora la combinazione di partite epiche fra dilettanti e professionisti in contesti fiabeschi. E noi andiamo a Perth per una gara di campionato.