“Ci sono tre cose che diventano più preziose con l’età: la vecchia legna da bruciare, i vecchi libri da leggere e i vecchi amici con cui divertirsi.” (Henry Ford)
Diciamocelo chiaramente: viviamo in una società in cui l’aspetto estetico e l’apparenza spesso contano più di chi siamo e di come ci rapportiamo con gli altri. Probabilmente, leggendo questa frase, siamo spontaneamente portati a pensare che questa affermazione non ci tocchi e che valga solo per gli altri, ma in realtà, prima di tutto, vale anche per ciascuno di noi. Purtroppo, nella società moderna, l’egocentrismo e l’individualismo imperversano, e non ci sono evidenze che questo dato di fatto andrà in controtendenza.
Premetto che non è mia intenzione demonizzare il futuro e il progresso. Come direbbe qualche filosofo, sono irrefrenabili ed è giusto che ci siano, né tantomeno voglio criticare i social o le nuove forme di comunicazione. Tuttavia, sta di fatto che la contemporaneità ci induce a spendere gran parte del nostro tempo preoccupandoci di come gli altri ci vedano, ad esempio sui social, piuttosto che a investire tempo per stare con gli altri, nella vita reale. I social sono strumenti indubbiamente importanti, me ne rendo conto. Creano opportunità di connessione, di business, di miglioramento e ci permettono di comunicare, ma non possono sostituire il calore e la chimica di un incontro con un’altra persona, né il legame duraturo che può crearsi con essa.
Eppure, il periodo del Covid ci ha dato un insegnamento importante che abbiamo colto solo temporaneamente. Dopo un lungo periodo di chiusura, e benché durante esso fossimo in grado di comunicare a distanza grazie ai moderni mezzi di comunicazione, sentivamo il bisogno di calore umano, di uscire, di stare con gli altri. Nonostante il virus non fosse ancora completamente debellato, alle prime riaperture dalle restrizioni, abbiamo avvertito la necessità di incontrarci nei ristoranti, nei bar, nelle piazze e anche di giocare insieme. Una sorta di istinto primordiale che esprimeva il bisogno di sfogo. Sì, perché l’essere umano ha bisogno di socialità, di soddisfare un bisogno primario e innato di connessione e interazione con gli altri. Non si tratta di un vezzo: stare con gli altri aiuta a essere più felici e, conseguentemente, in salute e più longevi. Ma, a mio avviso, purtroppo, dopo questo primo periodo post-Covid, dal punto di vista delle relazioni sociali, siamo ritornati a essere connessi ma distanti, come avveniva prima della pandemia.
Ritornando alla premessa iniziale, il fatto che ciascuno sia focalizzato su se stesso fa sì che si indebolisca la sana interazione sociale con gli altri, che ritengo sia alla base di una società sana. Stare con gli altri significa instaurare rapporti, amicizie. Se stare con gli altri mi rende felice, allora sto meglio. Se gli altri, stando con me, sono felici, stanno meglio. Se la stragrande maggioranza delle persone che si incontrano è felice, l’intera comunità è più in salute.
L’IMPORTANTE RESPONSABILITÀ DEL CALCIO GIOVANILE
Cercando di ricondurre questo pensiero al calcio, mi è recentemente riaffiorata alla mente la storia di un allenatore, mio conoscente, che mi sento in dovere di condividere con l’auspicio che possa essere di ispirazione o che faccia riflettere anche altri. Parecchio tempo fa, questa persona allenava una squadra di bambini e, benché fosse un allenatore molto competente dal punto di vista tecnico ed avesse un curriculum sportivo di tutto rispetto, oltre alla parte tecnica, si era dato degli obiettivi che, a mio avviso, erano molto più nobili. Desiderava profondamente che tutti i bambini della squadra si sentissero pienamente coinvolti nell’attività e, allo stesso tempo, si era mobilitato, sin dal primo giorno, affinché si creasse un clima di rispetto e amicizia tra di loro. Come lo faceva? Con gesti apparentemente semplicissimi, ma non scontati: insegnava loro ad accettare le sconfitte, suggeriva di chiedere al compagno che aveva commesso un fallo di scusarsi sinceramente con l’avversario, di dare una stretta di mano o un abbraccio al compagno un po’ triste, di non giudicare gli altri dicendo loro “sei forte” o “sei scarso”, di abbracciarsi tutti in occasione di un gol, di consolare il portiere in caso di errore o rete subita, di non far sentire nessuno escluso. Ma non solo: si era imposto due regole molto chiare per sé stesso: la prima, di essere sempre paziente con i propri allievi; la seconda, di non alzare mai la voce, per nessun motivo. L’allenatore, inoltre, bloccava sul nascere eventuali atteggiamenti da parte di altri compagni che potessero, anche solo ingenuamente, turbare o mortificare gli altri, spiegando soprattutto le motivazioni, affinché ciò non si ripetesse in futuro. I bambini giocavano, si divertivano, crescevano dal punto di vista tecnico, tattico e sociale, fino a diventare ragazzi. I risultati, non intesi in termini di vittorie delle partite, premiavano gli sforzi dell’allenatore.
Gli anni passano in fretta, lo sappiamo, e i bambini di allora diventano adulti. Alcuni hanno fatto un percorso calcistico tra i professionisti, altri hanno giocato tra i dilettanti in ottime categorie, altri ancora hanno smesso precocemente di giocare. Ci si perde un po’ di vista per via dei numerosi impegni che ciascuno ha, ma l’allenatore ha modo di constatare che i semi che aveva piantato allora hanno contribuito a generare una pianta dalle radici forti. I bambini di allora si frequentano tuttora e sono diventati un meraviglioso gruppo di amici, che adora ritrovarsi, confrontarsi, divertirsi e aiutarsi. Oggi fanno giocare i propri figli insieme e si sostengono l’un l’altro così come facevano da bambini. Realizzo che, anche a distanza di anni, questo allenatore ha compiuto un vero miracolo social-sportivo. Con i suoi atteggiamenti è andato oltre il campo, oltre il calcio, ha contribuito a far crescere un gruppo di uomini capaci di far parte di una comunità che ancora oggi ha il piacere di stare insieme, come quando erano bambini, e che, forti della loro esperienza, si sono fatti portatori di queste virtù, generando una spirale di valori positivi di cui, sicuramente, anche l’intera collettività ne avrà tratto e trarrà beneficio in futuro.
QUESTO, A MIO AVVISO, NON È CALCIO SANO
Il gioco del calcio porta inevitabilmente al confronto, alla competizione, ma se quest’ultima è abbinata in modo incontrollato all’individualismo, può generare enormi danni a sfavore di generazioni di futuri adulti. Mi è stato raccontato che esistono realtà dilettantistiche e professionistiche che, con una frequenza impressionante, anche a stagione in corso, cambiano i giovanissimi atleti delle proprie squadre giovanili, come se il continuo ricambio di roster fosse una garanzia per la formazione di futuri campioni. Non indico una categoria o una realtà specifica, perché ciò che mi è stato raccontato sembra essere un atteggiamento trasversale e abbastanza diffuso, che avviene spesso anche con i giovanissimi. La conseguenza di questa politica sportiva è che gli atleti si sentono costantemente sotto esame, sotto pressione, e in dovere di ultra-performare per non sentirsi dire, dopo qualche mese: “Non fai più parte dei piani della società”, annientando i propri sogni sportivi e quella magia che il calcio dovrebbe sempre regalare da bambini. Il risultato è una minimizzazione dell’interazione e del gioco con e per gli altri, con la percezione che la strada migliore per restare sia quella di mostrare costantemente le proprie caratteristiche individuali, a discapito del collettivo. Ma ricordo a queste società che il calcio è un gioco di squadra: se i calciatori ragionano da individualisti, viene meno il concetto stesso di squadra e, senza la squadra, non c’è calcio e non ci potrà essere successo sportivo.
Se ritorniamo per un istante al mondo dei grandi, basta pensare ai risultati che non sono mai stati ottenuti da numerose società calcistiche che, nel corso degli anni, incuranti del budget e, allo stesso tempo, dell’importanza di instaurare dinamiche collaborative tra i componenti del team, hanno speso cifre astronomiche nel calciomercato acquistando giocatori di cartello, senza poi riuscire ad alzare alcun trofeo.
Undici fenomeni che giocano individualmente, per sé stessi, non possono competere con undici giocatori magari più discreti ma uniti dall’affiatamento di una vera squadra.
Ammesso che tali atteggiamenti costituiscano un problema, limitarsi a identificarli o lamentarsene senza agire credo sia un comportamento infruttifero. Ritengo pertanto che, come nel caso sopra descritto, ogni allenatore — indipendentemente dal fatto che guidi una squadra dell’oratorio o una scuola calcio d’élite — debba passare all’azione, assumendo un ruolo determinante a favore dei propri ragazzi e della squadra, prima ancora che per sé stesso.
Se siamo allenatori, siamo adulti: dobbiamo realmente essere un esempio per i bambini e i ragazzi che ci osservano.
Con il passare degli anni, la passione che ciascuno di noi nutre per il calcio resterà certamente viva, ma nella stragrande maggioranza dei casi non si potrà più praticare questo sport in modo continuativo, a causa dei numerosi impegni e delle nuove priorità che subentrano: lo studio, il lavoro, la famiglia, la pensione. Tuttavia, le amicizie che si sono coltivate e le relazioni che si sono costruite restano.
Contribuire alla creazione di un ambiente sano è una priorità, un dovere e una responsabilità di TUTTI: Società, Dirigenti, Genitori, Ragazzi e Allenatori.
Focalizzandoci su quest’ultima figura, essere allenatori significa non solo allenare, ma anche assumersi importanti responsabilità: le proprie azioni hanno un impatto sugli altri e ne influenzano lo sviluppo personale e sociale. Tuttavia, non mi soffermerei sulla responsabilità nella sua accezione negativa, quanto piuttosto — in un’ottica positiva — sull’importante potere di cui si dispone: quello di poter contribuire alla costruzione di un ambiente fondato sull’amicizia, sul rispetto reciproco e sulla serenità.
A distanza di vent’anni, difficilmente ci si ricorderà se si è vinto o meno un campionato nelle categorie di base. Quindi, indipendentemente da ciò, vogliamo davvero paragonare il ricordo sbiadito di una vittoria giovanile al sorriso sincero di un atleta incontrato sulla nostra strada a distanza di anni, che ci riconosce come una figura di riferimento nel suo percorso di crescita?
Per me, 4-0 per la seconda opzione — e fine della partita.

BIO: LUCA INNOCENTI
Manager, Coach e Mentor. Ex giocatore di Calcio a 5 in campionati nazionali. Da ragazzo, nella stagione 2002/2003, ha vinto insieme al Seregno calcio a 5 uno storico scudetto Juniores, laureandosi Campione d’Italia. Ha collezionato alcune presenze con la Nazionale Italiana di calcio a 5 (Under 18 ed Under 21).
Istruttore qualificato di scuola calcio, é ideatore da diversi anni di progetti calcistici (aventi un taglio “Futsal”) giovanili, anche collaborando con professionisti provenienti da altre nazioni europee. Tra le esperienze sportive, allenatore dell’attività di base dei Saints Milano (Serie A2 Élite Calcio a 5).
Ha scritto il libro “L’allenatore di Futsal nelle categorie giovanili”, è autore nel blog betterfutsalcoaching.wordpress.com e scrive per il blog “La complessità del calcio”, di Filippo Galli.
Da decenni è attivo nel sostenere l’importanza dell’insegnamento del Futsal anche nei settori giovanili delle società calcistiche.









