NICO PAZ E LE “VIBES” ALLA KAKÀ

Nico Paz rappresenta, per chi abbia ancora occhio e memoria, la quintessenza del calciatore spagnolo moderno: levigato nella tecnica, elegante nei movimenti, dotato di quell’intelligenza tattica che pare eredità genetica dei figli della novelle vague iberica. Una novelle vague che non è affatto recente, ma che affonda le sue radici nei primi vagiti del dominio di Xavi e Iniesta, là dove il calcio divenne intelletto in movimento.

Paz ha scelto la maglia albiceleste, seguendo la linea del sangue paterno, ma è a tutti gli effetti un prodotto della scuola spagnola: cresciuto nel Real Madrid sin dai dodici anni, educato ai principi del possesso e del controllo, temprato da un contesto in cui il talento è una condizione necessaria ma mai sufficiente. È figlio delle Merengues, anche se oggi veste la maglia del Como.

Che il calcio italiano possa godersi ancora a lungo questo puer prodigium, è lecito dubitarne. Il Real, da par suo, conserva un diritto di recompra a cifre ridicole, e sarebbe follia pensare che Xabi Alonso possa lasciarlo andare a spasso per l’Europa come un esule di talento. Eppure, chi conosce un minimo di diplomazia calcistica, può ancora illudersi che la concorrenza galattica induca i Blancos a sedersi al tavolo e che il Como trovi il modo di farlo suo per davvero, anche a prezzo d’oro.

Chi non bazzicava la Segundona spagnola, terreno fertile per intenditori più che per tifosi, si accorse di Nico Paz in quella sera di Champions, quando, con la sfrontatezza dei predestinati, infilzò il Napoli nel finale. Era il battesimo del grande calcio, eppure il ragazzo non tremò. La scelta di approdare al Como di Fabregas, che di classe e di centrocampo se ne intende, si è rivelata una mossa di rara lungimiranza. I più lungimiranti già pregustavano l’impatto di un ventenne dalle movenze da dandy e dal passo felpato, e il campo, per una volta, non ha smentito le attese.

Dopo un primo anno da apprendista con 6 reti e 9 assist in 35 apparizioni, Paz sta già riscrivendo il copione: 4 gol e altrettanti assist nelle prime 7 partite del nuovo campionato. Numeri notevoli, sì, ma non sono i numeri a raccontarne la sostanza. Perché per comprendere Nico Paz bisogna andare oltre le statistiche, oltre il mero conteggio di reti e passaggi riusciti.

C’è in lui un che di familiare, un’aria di déjà-vu calcistico che riporta alla mente un altro ragazzo elegante, dal fisico praticamente identico, che il Milan pescò un tempo dal São Paulo: Ricardo Kakà. Excursus diversi, contesti antitetici, ma la somiglianza stilistica è lampante. Entrambi giocano verticali, con la schiena diritta e lo sguardo già un tempo avanti rispetto all’azione. Entrambi sono calciatori che danzano con il pallone tra i piedi.

Fabregas, che di maestri ne ha avuti, gli concede libertà creativa, lasciandolo orbitare in posizione più centrale, dove può ragionare e inventare. A tratti, certo, Paz si decentra: come nell’azione del gol alla Juventus, parte da destra, converge sul sinistro e disegna una parabola geometricamente perfetta. Ma non è un esterno, e guai a confonderlo per tale. È un interprete del centro, un regista offensivo che detta tempi e linee. In un calcio sempre più meccanico, Nico Paz appare come un anacronismo seducente: pensa prima, tocca piano, inventa mentre gli altri ancora eseguono. Con la stessa vibes di Kakà, sì, ma con l’impertinenza di chi non ha paura di riscrivere la partitura.

Un altro aspetto che balza evidente, agli occhi di chi osserva con una lente più analitica che sentimentale, è la metamorfosi tattica di Nico Paz. Non è più, come ai tempi della Castilla, il trequartista di vezzo e arabesco, bensì un centrocampista universale un giocatore che partecipa attivamente alla fase di non possesso, che morde le caviglie e legge le linee di passaggio con tempismo da veterano. Si direbbe che il ragazzo, per intuito e disciplina, abbia interiorizzato quel che il calcio italiano ha sempre avuto nel suo DNA, vale a dire l’arte difensiva. Ma siamo oltre la pura scuola difensivista. Il gioco moderno ha sostituito il concetto di “fase” con quello di “transizione”, e in questa nuova geografia tattica le distanze si accorciano, i reparti si comprimono, i ruoli si sfumano. Gli uomini forti di oggi devono essere calciatori totali, interpreti del tutto campo più che custodi di una porzione di terreno. Paz l’ha capito, e si è adattato con una duttilità che sorprende in un ragazzo della sua età.

La sua fisicità, non debordante ma armoniosa, lo aiuta nei contrasti, ma è la rapidità mentale, non quella podistica, a fare la differenza. Non ha lo scatto felino di un Messi d’annata, ma possiede la virtù del tempo giusto, quella frazione d’istante che separa l’artista dal mestierante. Quando affronta avversari più esplosivi (si pensi a Nuno Tavares nel match contro la Lazio), non li batte sul terreno della forza, bensì li disorienta con una finta di bacino, una carezza di suola, un tocco sghembo che è puro calcolo.

Il suo sinistro, d’altronde, è materia per orafi. Non ha la bicromia naturale di Kakà, ambidestro, ma possiede una varietà di tocchi che pochi in Serie A possono vantare. È un calciatore che sfrutta ogni superficie del suo sinistro, dall’interno fino all’unghia del mignolo, in una danza di micro-movimenti che anticipano le mosse o gli errori dell’avversario. Chi lo guarda con attenzione capisce che Nico Paz modula il gioco piuttosto che produrlo. Paz elabora traiettorie inedite, quasi algoritmiche, come se dentro la sua mente un calcolatore invisibile analizzasse in tempo reale angoli, spazi e probabilità di successo. È questa capacità di calcolare a renderlo diverso. Nella sua testa, il calcio è già una scienza esatta, ma eseguita con l’estetica di un’arte.

La visione di gioco è d’élite, e non si teme di accostarla, a quella di un Modrić o di un De Bruyne. Non (ancora) per il valore assoluto, ma per l’acutezza dello sguardo e la prontezza nell’individuare la zona utile, quella mezza mattonella in cui ricevere, dribblare, verticalizzare. In questo senso, Paz è già un giocatore “da grande squadra”, quintessenza delle cantere spagnole. E qui si torna a Fabregas. Senza la mano sapiente del catalano difficilmente avremmo assistito a un’ascesa tanto repentina. L’ex fuoriclasse dell’Arsenal ha saputo cucirgli addosso un contesto tattico su misura, concedendogli libertà nella rigidità e ordine nella fantasia: una contraddizione apparente che è, in realtà, l’essenza del calcio di alto livello.

Ciò detto, il merito va diviso in parti uguali: il maestro ha indicato la via, ma il discepolo l’ha percorsa con dedizione e una maturità sorprendente. Oggi Paz si trova a dividere il centrocampo con uomini solidi e utili come Caqueret e Perrone, e a servire punte del calibro di Douvikas o Morata. Ma è facile, quasi inevitabile, proiettare la mente oltre. Immaginatelo, l’anno prossimo, tornato all’ovile, in mezzo a Bellingham, Güler, Vinicius e Mbappé: un laboratorio di talento in cui il suo calcio cerebrale troverebbe il palcoscenico ideale. Lì, nel ventre dorato del Bernabéu, Nico Paz potrebbe completare la propria metamorfosi da promessa elegante a protagonista maturo, degno erede di quella tradizione che va da Di Stéfano a Kakà, passando per i nuovi semidei del pallone moderno. E se così sarà, il Como avrà avuto il privilegio di custodire, anche solo per un breve tempo, un frammento di futuro

BIO: VINCENZO DI MASO

Traduttore e interprete con una spiccata passione per la narrazione sportiva. Arabista e anglista di formazione, si avvale della conoscenza delle lingue per cercare info per i suoi contributi.

Residente a Lisbona, sposato con Ana e papà di Leonardo. Torna frequentemente in Italia. 

Collaborazioni con Rivista Contrasti, Persemprecalcio, Zona Cesarini e Rispetta lo Sport.

Appassionato lettore di Galeano, Soriano, Brera e Minà. Utilizzatore (o abusatore?) di brerismi.

Sostenitore di un calcio etico e pulito, sognando utopisticamente che un giorno i componenti di due tifoserie rivali possano bere una birra insieme nel post-partita.

3 risposte

  1. Talento rari. Ha avuto la fortuna di incontrare tecnici che lo hanno fatto crescere senza l’assillo della fisicità, ormai dominante nel calcio moderno. Ci farà divertire

  2. Bell’articolo, complimenti all’autore, da tifoso comasco che ha seguito ogni secondo di gioco di Nico, trovo una descrizione profonda non superficiale del talento spagnolo-argentino… e ora anche un po’ comasco ! 🤍💙🇦🇷

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