THE OUT-SKIRT OF FOOTBALL – 26 – I RITUALI PRE-PARTITA

Dicono che con il tempo ci si abitui, che le situazioni diventino familiari, che i gesti si trasformino in routine. Dicono che la tensione svanisca, che il corpo impari a riconoscere e a controllare ciò che una volta sembrava travolgente.

Eppure per me non è così.

Ho iniziato a giocare a cinque anni e da allora non ho mai smesso e non ha mai smesso, dentro di me, quella sensazione che accompagna il pre-partita.

Sono vent’anni che scendo in campo ogni weekend, eppure ogni volta il brivido è lo stesso. Forte, vivido, autentico. È lo stesso battito accelerato che sentivo quando indossavo la mia prima divisa e, accompagnata dai miei genitori mi avviavo verso la palestra del mio paese.

Ancora oggi la mattina della partita la mente comincia a correre. Immagino azioni, anticipo scenari, disegno mentalmente traiettorie che il corpo già simula. Le mani sudano, il cuore cerca di settarsi al ritmo della gara che verrà. La tensione cresce, mi accompagna e quasi mi travolge. È allora cerco un appiglio, un contatto che mi riporti alla realtà, qualcosa che posso controllare.

Eccoli lì, i miei rituali. Abitudini minuscole e apparentemente insignificanti per chi guarda da fuori, ma che per me valgono tutto. I calzettoni “da partita”, il reggiseno sportivo che indosso solo nelle gare, il cibo scelto con cura, la playlist che si ripete sempre uguale. Perfino il punto preciso in cui inizio il riscaldamento e l’esercizio con cui lo apro. Sono rituali eseguiti così religiosamente che ormai persino la mia famiglia ha capito che è meglio assecondarli piuttosto che cercare di smorzarli con la razionalità.

Ogni partita è l’occasione per confermarli o cercarne di nuovi. Una volta ho giocato così bene una partita che ho per questo rischiato che una piadina con crudo e mozzarella di bufala diventasse il mio pasto pre-match. Per fortuna,direbbe una nutrizionista, la partita successiva abbiamo perso.

Eppure chi ha fatto sport lo sa che non sono semplici manie. Sono regole sacre, riti che danno struttura all’attesa. È come se da essi dipendesse l’esito di quello che accadrà in campo. Sono un comodo alibi, forse, o la possibilità, quando qualcosa va storto in campo di attribuire la colpa al mancato rispetto di questi vincoli sacri, proteggendo così il proprio senso di auto-efficacia e donando la fiducia di poter ancora svoltare la partita.

Ognuna di noi ha i propri rituali. Alcuni sono intimi, folli da spiegare. Altri diventano di squadra, condivisi, trasformandosi in un patto silenzioso che ci lega. Persino chi dice di non avere superstizioni, in realtà, ne ha una: quella di affrontare il pre-partita senza regole.

Quando la partita inizia, queste abitudini diventano dogmi. Se vinciamo, guai a cambiare posto in panchina perché significherebbe spezzare l’equilibrio. Se perdiamo, invece, ecco forse è meglio scambiarsi nel tentativo di ribaltare il destino.

Chi prova a infrangere queste regole non scritte lo capisce subito perché viene ammonita dallo sguardo delle compagne, dalle battute pungenti, dall’atmosfera che ti dice che non è un gioco. Non perché siamo rigide, ma perché sappiamo che in quei riti c’è molto più di una mania. È il nostro modo per affrontare l’ignoto, per illuderci che almeno una piccola parte di quel caos resti sotto il nostro controllo.

Il fischio d’inizio porta sempre con sé il non sapere. Puoi prepararti tutta la settimana, studiare le avversarie, ripetere gli schemi fino allo sfinimento ma poi arriva il sabato e si entra in campo. Non sai se il piano partita sarà vincente, non conosci la strategia delle avversarie, speri, ma fino in fondo non sai prima di iniziare se sei davvero pronta alla sfida.

La mente cerca vorticosamente punti di riferimento ma lì niente è più prevedibile, il campo ha sempre l’ultima parola.

I rituali non cancellano questa imprevedibilità. Ma offrono una base solida da cui partire, la sensazione che, in mezzo al caos, qualcosa sia già stato messo al proprio posto. Ogni volta che entro in campo so che nulla è davvero sotto il mio controllo, se non quei piccoli gesti che mi preparano ad affrontarlo. Non cambieranno il risultato, non fermeranno l’ignoto, ma mi danno un appiglio, qualcosa di fermo prima che tutto scorra.

BIO: LAURA ZUCCHETTI

Gen Z di nascita ma vintage nei modi, parlerei per ore di sport e questioni di genere. Vivo il calcio femminile da tifosa ma con lo sguardo da psicologa sociale per riflettere sulle sue contraddizioni e opportunità figlie della realtà nella quale siamo immersi.

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