Le giocatrici che alleno non guardano il calcio giocato dalle ragazze.
E non credo sia colpa loro. Su come si impari a giudicare uno sport con gli occhi di qualcun altro, e su cosa si veda invece dalla panchina, il martedì e il giovedì sera.
Fine allenamento, palloni ancora da raccogliere, la solita processione verso lo spogliatoio. Ho fatto una domanda che mi girava in testa: chi di voi segue la serie A femminile?
Silenzio. Poi qualche risata e un paio di sguardi incrociati che volevano dire “il mister stasera ha preso freddo”. Alla fine sono arrivate le risposte, le stesse che sento da anni con gruppi e categorie diverse: è lento, è noioso, e la mia preferita: «Mister, io ci gioco perché mi piace giocare. Guardarlo no.»
Il campionato maschile invece lo seguono quasi tutte. Sanno chi è squalificato, chi è in scadenza, chi l’allenatore dovrebbe lasciare fuori. Su quella panchina, va detto, hanno opinioni molto più nette che sulla mia e, ogni tanto, il calcio femminile lo prendono pure un po’ in giro.
Questa non è la storia della mia squadra. È una scena che si ripete nei settori giovanili, nelle dilettanti e, chi ci lavora lo sa bene, anche nei vivai dei club professionistici. Racconto la mia perché è quella che ho visto con i miei occhi.
“Lento” e “noioso” sono parole che conosco. Le ho sentite al bar, in tribuna, sotto i video sui social, quasi sempre da chi una partita intera di calcio femminile non l’ha mai vista. Sentirle da ragazze che si allenano tre sere a settimana, e la domenica le botte le prendono davvero, fa un altro effetto.
Gliel’ho anche detto, più o meno così: secondo me non è un giudizio vostro, è uno sguardo che qualcuno vi ha prestato. La risposta è arrivata secca, con il tono di chi aveva già capito dove volevo andare a parare: «Mister, i gusti sono gusti.»
Lì per lì ho lasciato perdere. A fine allenamento, con le borse già in spalla, le discussioni non si vincono. Quella frase però me la sono portata a casa, perché in fondo hanno ragione. Nessuno è obbligato a farsi piacere qualcosa. Mi chiedo piuttosto da dove arrivino, quei gusti. Un gusto che si forma guardando per vent’anni una cosa sola assomiglia più a un’abitudine che a una scelta.
Ed è questo che mi preoccupa, anche se non ho modo di dimostrarlo sono convinto che se trovi noioso il calcio che giochi, prima o poi rischi di dare poco valore anche a quello che fai in campo. Al lavoro in allenamento, al controllo orientato provato cento volte in settimana. Non succede in una sera, e quando te ne accorgi è già successo.
Da dove arrivi quello sguardo non è un mistero. Quasi tutte sono cresciute con il calcio maschile in tv la domenica, sul divano con il papà o con un fratello. Gli idoli erano uomini perché erano gli unici che passavano in televisione. Le partite delle donne, fino a pochi anni fa, bisognava andarsele a cercare.
E la storia pesa. Nel 1921 la Federazione inglese vietò alle donne di giocare sui campi dei club affiliati, e il divieto è caduto solo nel 1971: cinquant’anni, nel Paese che il calcio l’ha codificato. Da noi le strade sono state diverse, ma per decenni alle bambine è arrivato lo stesso messaggio: il calcio è roba da maschi, e se proprio vuoi giocare, giochi con loro.
Così abbiamo imparato a misurare lo spettacolo con un metro solo, fatto di velocità e di contrasti vinti con il fisico. Con quel metro il calcio delle ragazze perde sempre, per la semplice ragione che il metro è stato tarato su un altro sport.
Con la pallavolo questo problema non ce lo poniamo. La pallavolo femminile in Italia è seguita, raccontata, amata. Dopo l’oro di Parigi l’abbiamo guardata in tantissimi, e non ricordo nessuno al bar lamentarsi che le schiacciate fossero meno potenti di quelle dei maschi.
Sara Gama, che da capitana della Nazionale queste domande se le è sentite fare per anni, alla vigilia degli Europei 2025 ha spiegato a Repubblica che il confronto si fa solo nel calcio, perché da noi è lo sport più seguito e un luogo di potere. Poi ha aggiunto una frase che, per me, vale da sola l’intervista: «I paragoni danno la cifra del pregiudizio che ancora esiste sul calcio femminile».
Partite brutte nel calcio femminile ce ne sono. Qualcuna l’ho pure allenata io, e non ne vado fiero. Ce ne sono anche nel maschile, solo che lì le chiamiamo “partite bloccate” e diamo la colpa al campo pesante.
A certi livelli il divario tecnico esiste, e negarlo sarebbe inutile. Il movimento è giovane: tante giocatrici di oggi hanno iniziato tardi, spesso in squadre di maschi, senza un vero percorso giovanile alle spalle. Per me questo racconta da dove arriva questo calcio, e quanto margine ha ancora davanti.
Emma Hayes, quando allenava il Chelsea, ha detto che i continui paragoni con il maschile hanno fatto danni allo sport femminile, e si è spinta fino a proporre porte più piccole. Sulle porte ho i miei dubbi, un portiere che para di più perché lo specchio si è ristretto mi sembra più un trucco che una soluzione. Il punto di partenza però è quello giusto, cioè smettere di giudicare questo gioco come una copia venuta male dell’altro.
Provo allora a dire cosa vedo io dalla panchina, settimana dopo settimana.
Quando una situazione non la puoi risolvere con lo scatto o con la spallata, devi risolverla prima, con la posizione. Conta dove sei quando il pallone è dall’altra parte, quando sali con la linea, quando accorci sulla compagna. Nel calcio femminile questo si vede bene, a volte meglio che nel maschile, dove la velocità copre parecchi errori di piazzamento. Ogni allenatore che abbia avuto un difensore veloce e distratto sa di cosa parlo.
Con la tecnica succede la stessa cosa. Nel duello fisico la forza può rimediare a un controllo sporco. Se la forza non è la tua arma principale, il primo tocco e il modo in cui ti apri per ricevere diventano decisivi, e chi sa guardare se ne accorge in due azioni.
Poi c’è il modo in cui si vincono le partite. Raramente ne vedo una decisa da una giocatrice che parte da sola e ne salta tre. Più spesso la decide una squadra che si muove insieme, costruisce con pazienza, sbaglia e ci riprova. Per uno che il calcio l’ha sempre considerato un gioco di squadra, è uno spettacolo che merita il biglietto.
E adesso?
A chi gioca, ragazze e ragazzi, chiedo una cosa piccola: una partita intera di calcio femminile, novanta minuti, con il telefono in tasca. Guardate dove si mette la terzina quando la palla è sull’altra fascia, come si apre la mezzala per ricevere. Ai ragazzi in particolare chiedo di guardarla come si guarda un avversario da studiare, e di lasciar perdere le battute.
Ad allenatori e allenatrici: la prossima volta che preparate un video per spiegare un movimento, usate una clip di calcio femminile. Se il principio è giusto, funziona lo stesso. E chi alleniamo vedrà che quello che chiediamo in settimana lo fa anche chi gioca ai massimi livelli.
Ai dirigenti: almeno una volta a stagione, organizzate una trasferta per vedere dal vivo una partita di Serie A femminile, con le squadre giovanili maschili e femminili insieme sullo stesso pullman. Costa poco e lascia più di tanti discorsi.
Ai genitori: quando la domenica c’è il calcio in tv, ogni tanto cambiate canale voi. Lo sguardo con cui le ragazze giudicano il loro sport l’abbiamo costruito noi adulti, dal divano. Possiamo cominciare a smontarlo dallo stesso posto.

BIO: Gian Luca Bertaccini
Nella vita professionale Mi occupo di vendite e gestione di reti commerciali, traducendo i numeri in obiettivi condivisi e crescita delle persone. In campo, come allenatore, applico la stessa filosofia: mettere la persona al centro del progetto per costruire il gruppo. Attraverso le mie “Riflessioni di Campo” amo condividere pensieri e analisi sullo sport oltre il risultato, convinto che l’educazione sportiva sia ancora la base di qualsiasi tattica.











6 risposte
Buongiorno Gian Luca, ho letto con molto interesse il suo articolo: a mio avviso, il calcio italiano, non solo femminile è noioso e quando mi capita di vedere una partita difficilmente arrivo sino in fondo, così da comportarmi come faceva Boniperti (anche se per altri motivi).
Per cui, noi maschi abbiamo poco da vantarci.
Però le “femmine” sono professioniste da poco tempo e rispetto solo a qualche anno fa mi sembra che abbiano fatto considerevoli miglioramenti.
Riguardo al fatto che il calcio sia uno sport “prettamente maschile” segnalo:
“Giovinette, le ragazze che sfidarono il Duce”, un libro che parla di alcune ragazze che si erano “messe in testa” di giocare a calcio, in uno dei periodi più scuri della storia ambientato a Milano, zona Porta Venezia.
E che qualcuno riuscì a negare questa soddisfazione.
Mi vien da dire purtroppo una storia vecchia….
Gian Paolo grazie mille per questo commento.
Sul calcio italiano noioso non ci piove. Sui progressi delle ragazze siamo d’accordo, ma restano indietro ancora su un punto: il percorso giovanile.
Finché molte iniziano in tarda età, il divario tecnico fatica a chiudersi.
Grazie anche per l’assist con “Giovinette” è un buon promemoria, anche qui a qualcuna è stato impedito di giocare, questo conferma che quello sguardo non è nato per caso.
Gentile Gian Luca,
Da un punto di vista prettamente tattico, si potrebbe anche trovare interesse ad analizzare qualunque partita di calcio, non solo femminile, anche quella dilettantistica, anche quella dei bambini, anche quella di calcetto.
Non capisco come ci si possa stupire che alla gente (incluse le poche donne che si interessano al gioco del calcio) interessi solo il calcio maschile.
Ma sopratutto non capisco perché volere assolutamente imporci di guardare il calcio femminile.
Non vedo neanche il problema se le Sue calciatrici prendono come esempio il calcio maschile. Si ispirano a quello che è obiettivamente il livello top, perché vederci del male ??
Nel calcio professionistico maschile ci sono cosi tante partite che per un appassionato di calcio o un tifoso è già impossibile vedere tutte le partite. Volete pure che ci mettiamo a guardare i campionati femminili ? Veramente ?
Se le poche donne che seguono il calcio non guardano neanche loro il calcio femminile, che volete farci ?
Abbiate almeno l’umiltà di accettare la realtà cosi com’è, invece che di dare la colpa agli uomini.
I paragoni con gli sport femminili famosi come tennis e pallavolo non reggono, perché questi sport si giocano solo con le mani, su campi piccoli, e senza contatti, mentre calcio e rugby si giocano con tutte le parti del corpo (o quasi) e su campo grande.
Tennis/Pallavolo femminile/maschile sono gli stessi sport, con intensità diverse e possono quindi essere apprezzati dallo stesso pubblico.
Calcio/Rugby femminile/maschile sono quasi degli sport diversi per via dei contatti e differenze biologiche inerenti : controllo di petto/controllo di seno; un tackle per una donna e per un uomo non rappresenta lo stesso pericolo; la visione periferica non è la stessa ecc.
Io credo che difficilmente lo stesso pubblico possa pienamente apprezzare sia il calcio maschile che quello femminile.
Non a caso, il paese del calcio femminile sono gli USA, dove il calcio maschile è poco seguito.
Giak grazie per il suo commento. Una precisazione, nell’articolo non impongo niente a nessuno. Parto da una domanda alle mie giocatrici, ma il tema riguarda anche chi guarda: lo sguardo con cui il pubblico giudica questo calcio è lo stesso che le ragazze hanno imparato da piccole. Per questo chiedo di provare, non di obbligarsi.
Ispirarsi al maschile va benissimo. Usarlo come unico metro per giudicare il calcio che giochi, no: con quel metro perdi sempre, e un allenatore che lo lascia passare fa male il suo lavoro.
L’argomento biologico non regge come pensa. Il divario fisico l’ho scritto io stesso, e non impedisce al pubblico di apprezzare entrambi, infatti la finale dell’Europeo femminile 2022 ha riempito Wembley, il Paese più malato di calcio maschile.
Quanto alla “colpa agli uomini”, nell’articolo parlo di adulti, genitori compresi. Temo Lei abbia letto un’accusa che non c’è.
Grazie per la risposta e per l’articolo. Forse avevo frainteso alcune cose.
Per le nazionali femminili non mi stupisce che ci siano stadi riempiti per eventi precisi come finali di europei o mondiali. Ma questo non deve illudere il movimento. Nel caso delle nazionali c’entra anche l’orgoglio popolare. Se l’Italia femminile andasse per esempio in semifinale forse ci sarebbe una audience da record in TV, in un paese che di solito non guarda mai il calcio femminile. Ma penso che sono eventi eccezionali perche fuori dal calendario dei campionati. Io ho guardato diverse partite delle olimpiadi, ma appunto in un periodo in cui non c’era il calcio maschile.
Durante la stagione i tifosi non possono mai avere il tempo per guardarsi entrambi i campionati maschile e femminile, entrambe le champions ecc…
Caro Gian Luca; mi è piaciuto molto ciò che ha scritto. Io penso che le ragazze che dicono quelle cose, hanno in testa proprio quelle frasi preconfezionate alle quali fa riferimento lei. Così come quando sbaglia un giovane si sente sempre parlare di “inesperienza” e se lo stesso errore lo commette un giocatore ultratrentenne, si parla di svarione ed anzi, si rimarca:”strano che un giocatore della sua esperienza, abbia sbagliato così…”. A me piacerebbe provare ad allenare anche le ragazze un giorno. Ora, lo ammetto; non mi sento pronto, perché ritengo quello femminile, una tipologia di calcio; se possibile, ancora più cerebrale. Magari mi faccio un film in testa eh! Però ho sempre avuto la sensazione che l’incredibile disciplina e la reale fedeltà che hanno le donne, potrebbe essere una meraviglia per un allenatore. Perché ci si può davvero sbizzarrire dal punto di vista della sperimentazione e ricevere risposte incredibili, visto il forte senso del dovere che riconosco all’universo femminile. A mio avviso, pur capendo che magari la passione per il calcio, sia nata in queste ragazze, grazie a qualche squadra o calciatore; non dovrebbero mai distogliere lo sguardo dal calcio femminile, perché-alla fine-è quello che devono proporre. Quindi modelli e fonti di ispirazione femminili, sono molto più utili per loro. E credo che ci siano grandi differenze tra una partita di calcio maschile e una femminile, com’è giusto che sia e non potrebbe essere altrimenti. E attenzione: non intendo dire che il calcio maschile sia migliore o superiore o più divertente. Quando guardo partite di calcio femminile, mi diverto quasi sempre. Così come mi diverte molto di più il tennis femminile di quello maschile e pure il volley. Eppure anche in quei casi ci sono delle discrepanze fisiche. Ma credo che sarebbe un errore se una Rybakina o una Sabalenka, dovessero trarre ispirazione da Sinner o Alcaraz o Medvedev. Si parla di biomeccaniche diversissime e profondamente distanti. Che poi possano apprezzare una partita maschile, penso sia correttissimo; ma sempre tenendo presente il contesto in cui devono muoversi. Credo che la sua testimonianza sia molto preziosa ed interessante. E penso anche che il calcio femminile stia crescendo e compiendo passi da gigante e presto sarà qualcosa di visto e percepito per valori autonomi e non di interesse riflesso. Un abbraccio ed in bocca al lupo per la stagione.