IL PUNTO SULLA SERIE A – JUVENTUS: PROSPETTIVE E AMBIZIONI DEI BIANCONERI

Gli acquisti roboanti di Openda e Zhegrova, sul far del crepuscolo della sessione estiva, stravolgono giudizi e prospettive di una compagine, quella bianconera, che a causa delle mancate cessioni inevitabilmente preventivate per poter almeno parzialmente finanziare gli obiettivi in entrata ( e altresì messe in conto per interrompere rapporti mai sbocciati, come nell’eclatante caso di Douglas Luiz), aveva vissuto una primordiale, perdurante, fase di stallo esclusivamente edulcorata dagli arrivi di Jonathan David a parametro zero dal Lille e di Joao Mario dal Porto ( in pratica “scambiato” con Alberto Costa nonostante si sia trattato di operazioni disgiunte). 

La speranza che alcuni movimenti in uscita potessero consentire il desiderato e mirato restyling della rosa a disposizione di Igor Tudor , nel corso della fase calda delle trattative, sembrava inesorabilmente arenarsi dinanzi all’ostinata volontà di Dusan Vlahovic di non abbandonare la Continassa (per frequentare il qual luogo al serbo è stata da contratto donata la non indifferente cifra di un milione al mese) e al cospetto di offerte non all’altezza dei parametri economici attribuiti dalla società bianconera ai propri tesserati (come le iniziali proposte per Nico Gonzalez): inevitabile, dunque, è stato inizialmente prendere in considerazione la  possibilità di cedere quegli elementi che, cresciuti nel settore giovanile, avrebbero significato per le casse sabaude iscrivere a referto plusvalenze pressoché nette. Mbangula e Savona, perentoriamente lanciati nella mischia all’alba della gestione Thiago Motta, hanno così salutato il neonatale scenario piemontese accasandosi rispettivamente al Werder Brema ( titolarità già acquisita nelle prime giornate di campionato per l’esterno belga) e al Nottingham Forest, società che si è rivelata per Comolli partner inaspettatamente decisiva: i due volte campioni d’Europa avevano già bussato per lo stesso Mbangula e per Weah ( poi trasferitosi al Marsiglia) con il Mondiale per club in corso, non riuscendo però a chiudere gli agognati trasferimenti per il rifiuto del figlio d’arte, volto a preferire il ritorno in Ligue 1 (con tanto di Champions League da disputare) rispetto alle ormai sempre più apicali atmosfere britanniche. E, soprattutto, la società anglosassone ha reso possibile la cessione di Douglas Luiz per una cifra che ha consentito alla Juve di non registrare minusvalenze rispetto all’oneroso esborso dell’anno precedente in sede d’acquisto dall’Aston Villa.

Constatata l’impossibilità di raggiungere profili che nella zona nevralgica del terreno di gioco avrebbero realmente spostato gli equilibri ( Tonali è rimasto un sogno irraggiungibile per mancanza di liquidità e per la ferrea volontà del Newcastle di non mettere in discussione la permanenza di colui che oggi è a tutti gli effetti una delle migliori espressioni nel ruolo del calcio d’oltremanica), la Vecchia Signora ha preferito colmare la lacuna numerica creata dall’assenza del brasiliano optando per l’arretramento concettuale di Koopmeiners (atteso, nelle intenzioni, ad un riscatto immediato che possa far dimenticare il rendimento negativo della scorsa stagione, fomentato da equivoci tattici che hanno ulteriormente destabilizzato la versione bergamasca dell’olandese) a completare un quartetto costituito, a compimento, da Locatelli, Thuram e Mckennie (verosimilmente nuovamente jolly tuttofare da poter schierare anche su entrambe le fasce e all’occorrenza nelle vesti d’assaltatore d’area sulla trequarti), con Miretti ulteriore tassello a garantire variabili importanti nell’interpretazione di funzioni e principi.

Un reparto che sembra poter suggerire l’assenza di un vero top player a sublimare movenze e ritmi di un’intera squadra ma che, nel dato di fatto, assurge a competenze che, relativamente allo sviluppo delle due fasi, possono adempiere compiutamente alla realizzazione di uno spartito che “sposta” l’estrema creatività qualche metro più avanti: l’assetto in fase di possesso spinge il baricentro della squadra nella metà campo avversaria, alza a supporto perennemente i “braccetti”  (come da insegnamenti di “Gasperiniana” formazione), “blocca” Locatelli nella prima costruzione, consente a Cambiaso di agire per linee interne acquisendo a tutti gli effetti le peculiarità di un centrocampista aggiunto ( l’esterno della nazionale è dotato di un’intelligenza calcistica superiore nell’interpretazione e nelle letture, oltre che di una straordinaria fase nella conduzione, gestione e finalizzazione), fa leva sulla facilità di Thuram di coprire agevolmente e con disinvoltura diverse zone di campo con strappi non indifferenti, e, in virtù di quanto appena sciorinato, consente alla Juve di produrre qualitativamente in prossimità dell’area di rigore, in quell’ultimo terzo di campo che, dopo la chiusura delle trattative, rappresenta la principale arma a favore della società più titolata d’Italia.

Sembra essere stata proprio questa la scelta principale decisa a tavolino dalla società e dallo staff tecnico, fare affidamento su un folto, vario, ricco numericamente e di spicco qualitativamente, reparto offensivo cui affidare buona parte dell’andamento stagionale: blindata la retroguardia con il ritorno di Bremer (e in attesa di quello di Cabal che dovrebbe ragionevolmente puntare alla titolarità a discapito del diligente Kelly), affidati alla mediana compiti che non prevedono un possesso e una gestione dei ritmi per cui sarebbe stato necessario affidarsi ad elementi di spicco in tal senso (del resto non siamo in un’era che contempla in alcun modo fuoriclasse assoluti, nessuna traccia dei vari Pirlo, Zidane, Xavi, Kroos o Iniesta, senza scomodare eminenze ancor più precedenti, con doverosa menzione per i soli Vitinha e Pedri), la Juve punta ad essere devastante negli ultimi venticinque metri.

Alla classe di Yildiz, inequivocabilmente elemento superiore per tecnica e giocate (oserei dire un favoloso riecheggiare in era moderna di ciò che può malinconicamente essere riconducibile all’iconografia assoluta di questo sport, vale a dire il 10 vecchio stampo), all’estemporaneità di Conceicao, alle potenzialità elevate di David, alla cocciutaggine di Vlahovic (s’intende in toto, dalla volontà di permanenza alla capacità di cercare la rete, seppur restano lacune in alcuni fondamentali con il pallone fra i piedi principalmente in termini di gestione e condivisione spalle alla porta), la Juve ha aggiunto l’estro di Zhegrova (un’ala anch’essa “nostalgica”, molto più vicina per caratteristiche e tecnica ai profili del passato rispetto alle versioni atleticamente dominanti della modernità ma povere nella squisitezza del gesto cui da contraltare oppongono corsa per saltare l’avversario dopo aver “lanciato” il pallone) e la potenza, la velocità, la tecnica e la polivalenza di Openda, profilo che ha nelle proprie potenzialità lo spessore di poter tranquillamente emulare l’apporto globale di Kolo Muani ( e che  contemporaneamente è testimonianza di quanto la Juve abbia conservato la lucidità di capire che a prescindere dalla potenziale rinascita di Vlahovic sarebbe occorso un ulteriore innesto, visto e considerato che la situazione contrattuale del serbo può innescare scenari ovviamente distanti da ciò che può essere accostato al concetto di “centralità” nel progetto). Un reparto che offre al tecnico bianconero l’imbarazzo della scelta e che potrebbe, stimolando la competitività e la concorrenza interna, innalzare di molto il valore di una squadra che, a questo punto, non può non competere per il titolo puntando principalmente ad elevare nel percorso  personalità ed esperienza. I sei punti raccolti fra Parma e Genoa rappresentano un buon viatico.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

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