Parte prima
DA OLD TRAFFORD AD ANFIELD ROAD
Recentemente, in compagnia di un amico, ho realizzato il sogno di visitare i due templi per eccellenza del calcio inglese, quantomeno quello di club: Old Trafford ed Anfield Road.
Manchester United e Liverpool sono, guardando le rispettive bacheche, i due club più vincenti nella patria del football, sia sul piano nazionale, con i Reds che hanno appena raggiunto i Red Devils a quota 20 campionati nazionali vinti, sia a livello internazionale.
Il profumo della Storia – con la “S” maiuscola – si respira già quando dall’autobus si intravedono i pennoni e i tiranti dei due stadi. Visto dall’esterno, il “Theatre of Dreams” ha forse perso un po’ di quella sua antica magia, assomigliando più a un palazzo di vetro, a differenza di Anfield, che – nonostante le recenti ristrutturazioni – ha mantenuto il rivestimento in mattoni, tipico dei vecchi stadi inglesi.

A Old Trafford lo Stadium Tour è condotto da una guida, che arricchisce la visita con aneddoti e curiosità circa la struttura dell’impianto, gli spogliatoi, la sala stampa, gli spalti e la cura del manto erboso. Inoltre, vi sono un paio di iniziative volte a “coccolare” il visitatore: si simula l’ingresso in campo dal tunnel degli spogliatoi con il sottofondo di “Glory Glory Man United” (inno del club sin dagli anni Ottanta, sulle note della celeberrima canzone abolizionista americana “John Brown’s Body”) e viene persino regalato qualche filo d’erba come memorabilia. Il Liverpool invece ha fatto una scelta diversa, lasciando che sia Anfield a parlare e consentendo al visitatore di essere più autonomo nel suo tour, pur mettendo comunque a disposizione gratuitamente un’audioguida.

Nonostante l’ormai secolare rivalità fra i due club del Lancashire (non a caso, culla della Rivoluzione industriale inglese nell’Ottocento, in un affascinante intreccio fra storia economica e storia calcistica), i punti in comune tra i due tour sono molti. L’eterna sfida ha portato entrambe le società ad alzare sempre di più l’asticella per superare l’avversario. Ciò appare evidente quando si visitano i rispettivi musei, zeppi di trofei, la cui esposizione viene contestualizzata nella storia dei due club, a partire dalla loro fondazione sino ai giorni nostri.
Tutti questi titoli nazionali e internazionali sono il frutto anche e soprattutto di numerosi fuoriclasse, i quali, in campo così come in panchina, hanno contribuito a rendere le due squadre leggendarie. Proprio a questi campioni sono dedicate alcune sale del museo, dove si conservano maglie, scarpini, medaglie, palloni e trofei individuali.

Tra i tanti cimeli, quelli che più mi hanno emozionato sono due lettere: una scritta dal mitico manager dello United Sir Matt Busby, il quale comunicava al padre di George Best che avrebbe fatto firmare al figlio il suo primo contratto da professionista;

l’altra – il cui mittente è il Celtic Football Club e il cui destinatario è il Liverpool F.C. – ha per oggetto l’accordo per la cessione ai Reds di un certo Kenny Dalglish, che sarebbe poi diventato anch’egli Sir.

Oltre che dalle numerose e prestigiose vittorie, i due club sono purtroppo accomunati anche da terribili tragedie e grandi dolori. Il Manchester ha dedicato una parte del suo museo al disastro aereo di Monaco di Baviera del 1958, in cui perì buona parte di una nidiata di giovani talenti, i cosiddetti Busby Babes, di ritorno da una trasferta europea a Belgrado: fra le vittime, quello che allora era ritenuto il più forte in assoluto, il formidabile Duncan Edwards, mentre si salvò miracolosamente il giovanissimo Bobby Charlton, poi stella e capitano dello United vincitore della Coppa dei Campioni nel ’68, nonché grande protagonista dell’Inghilterra campione del mondo nel ’66: rispettivamente, la prima vittoria di un club inglese nella massima competizione continentale e l’unico successo della nazionale dei tre leoni in un grande torneo internazionale. Per ricordare invece la tragedia dell’Hillsborough Stadium di Sheffield, il Liverpool ha realizzato all’esterno di Anfield un Memoriale composto da una stele di marmo, coi nomi delle 97 vittime che persero la vita nel 1989 durante la semifinale di FA Cup, e dalla famosa “Hillsborough flame”, la fiaccola che non si spegne mai ad imperitura memoria di questo tragico evento, il cui ricordo è ancora vivissimo in città e nell’intera comunità dei tifosi Red.

A Liverpool, peraltro, la nostra visita non si è limitata all’area dello stadio, ma ha interessato pure il quartiere intorno ad Anfield, tappezzato di murales che ritraggono i personaggi più iconici del club.

In ogni caso, sia a Liverpool sia a Manchester quello che colpisce maggiormente è l’emozione e il brivido che si prova quando, uscendo dalla pancia dello stadio, si arriva sugli spalti e l’arena si spalanca davanti agli occhi del visitatore in tutta la sua imponenza: che sia la Sir Alex Ferguson Stand o la Sir Kenny Dalglish Stand, che si tratti della Stretford End o della Kop, che ci si accomodi sulla panchina su cui si sedeva il favoloso Alex Ferguson o su quella a lungo occupata da un altro grande manager come Jürgen Klopp, le sensazioni sono comunque letteralmente indescrivibili.
Certo, non me ne vogliate, ma da tifoso del Liverpool forse Anfield ha qualcosa in più…
Parte seconda
LA FESTA PER IL TITOLO
Nei miei giorni di permanenza a Liverpool, vissuti per la maggior parte nel quartiere di Anfield, si respirava già aria di festa, una festa attesa da 35 anni, perché se il digiuno trentennale di Premier League era stato interrotto grazie alla meravigliosa cavalcata del grande Liverpool di Klopp nel 2020, è anche vero che, come mi era stato raccontato da molti tifosi conosciuti in quei giorni, per ovvi motivi in pieno Covid le celebrazioni non erano state quelle sognate per così lungo tempo.
Mercoledì, al triplice fischio di Arsenal-Crystal Palace, terminata in parità, mi trovavo ancora a Liverpool, mentre ormai mancava soltanto ancora un punto al conseguimento del titolo, che i Reds avrebbero potuto conquistare già la domenica successiva in caso di pareggio contro un Tottenham già concentrato sull’imminente finale di Europa League. Occasione ghiotta per festeggiare il trionfo in città, teoricamente, ma purtroppo anche occasione mancata, poiché nel fatidico giorno mi sarei trovato all’aeroporto di Belfast (ultima tappa del nostro tour britannico) per fare rientro in Italia.
Decido così di fare una follia, tornare a Liverpool. Sarei partito a mezzogiorno da Belfast alla volta di Manchester, da lì avrei preso un treno per Liverpool, poi con l’ultimo treno della notte sarei tornato all’aeroporto di Manchester per rientrare a casa in tempo per andare a lavorare nel pomeriggio di lunedì.
Domenica pomeriggio la mia missione era compiuta: sia pure con leggero ritardo sull’orario previsto, mi trovavo nuovamente a Liverpool, pronto per l’eventuale festa. I Reds però non stavano portando a termine la loro, di missione: infatti, proprio mentre salivo sull’autobus diretto ad Anfield, Solanke infilava Alisson portando in vantaggio il Tottenham. A quel punto, prendeva forma il timore di un mio piccolo dramma sportivo, anche perché, confidando appunto nei festeggiamenti, non avevo prenotato alcun alloggio per la notte, e cominciavo a temere di dover vagare triste e senza Premier per la città. Ma il patema d’animo per fortuna dura solo quattro minuti, grazie all’uno-due in rapida sequenza di Luis Diaz e Alexis Mac Allister. Nel momento in cui arrivo davanti allo stadio, sento subito un boato, 3-1 di Gakpo e partita in ghiaccio. Inizia ufficialmente la festa, una marea Red sempre più grande invade le strade attorno ad Anfield con canti, fumogeni rossi e fiumi di birra. Al fischio finale il numero dei tifosi cresce ulteriormente, mi arrampico sui Paisley Gates, i cancelli di fronte alla Kop, e vedo che la folla dei tifosi continua fin oltre la linea dell’orizzonte.
Il sole piano piano è tramontato, ma la festa è durata fino a notte fonda.

Delle tante persone incrociate in quelle ore indimenticabili me ne sono rimaste impresse due in particolare. Nel giro di venti secondi, dapprima ho aiutato un bambino a salire sui cancelli: avrà avuto 7 o 8 anni, mi ha sorriso e mi ha ringraziato felice, battendomi il cinque. Subito dopo, ho tirato su un signore che mi ha detto: “Ho 63 anni, questo è il giorno più bello della mia vita”. Ci siamo abbracciati e ci siamo commossi entrambi.
We Are Liverpool: This Means More.

Nato a Voghera il 16 gennaio 1993. Laureato in Giurisprudenza e avvocato, con un Master in Diritto e sport presso l’Università La Sapienza di Roma.
Grande appassionato di calcio inglese e tifoso del Liverpool dalla nascita.









