Reduce dalla pesantissima sconfitta interna contro la Lazio, che nelle modalità, nelle disparità e nella distanza numerica ha clamorosamente ricordato la simile disfatta di due stagioni or sono al cospetto dell’Atalanta, con Thiago Motta in panchina (senonché si era, a differenza dell’obbrobriosa prova di quattro giorni fa, a due mesi dalla conclusione della stagione agonistica e in una situazione di idillio totalmente volto al declino fra ambiente squadra e timoniere, già perpetrato e dialetticamente manifestato successivamente alle eliminazioni in Coppa Italia e Champions League per mano di Empoli e PSV Eindhoven), la Juventus è chiamata a reagire ad un naufragio per molti aspetti non preventivabile (i dati, seppur non al cospetto di una bellezza tangibile e di una supremazia insindacabile, pur parlano di una compagine che ha la migliore fase difensiva nelle aspettative e la migliore fase offensiva nella costruzione, pur quest’ultima venendo spesso dilapidata dalla traduzione in produzione) che ha rimarcato per l’ennesima volta quanto manchi nelle più recenti stagioni quell’essenza, quella profonda mentalità vincente, quella consapevolezza di essere nel posto per antonomasia ove crollare dal punto di vista dell’atteggiamento e dello spessore caratteriale non può essere contemplato.
Manca la Juve nel suo aspetto più profondo.
Manca interiorizzare che la storia della Vecchia Signora ha dei diktat inconfutabili ed indiscutibili: vincere è la normalità, festeggiare un titolo un semplice eccesso di sobrietà, arrivare secondi un’assurdità, perdere un’oscenità intollerabile e pareggiare una condizione che conduce all’allenamento del giorno dopo in uno stato di inaccettabile assenza di compiutezza del proprio dovere.
Spalletti siede da un anno sulla panchina bianconera:il sesto posto della scorsa stagione è stato mitigato dalla consapevolezza di aver sciorinato prestazioni che avrebbero dovuto facilmente condurre la società sabauda verso la conquista dell’obiettivo storicamente minimo, discioltosi per punti incomprensibilmente depauperati principalmente a causa di macroscopici errori individuali, sommariamente frutto di una complessiva inadeguatezza e dell’incapacità di sostenere la pressione di una storia immensa.
Una situazione a livello atmosferico che travolge la Juve ormai da troppo tempo e che può essere dissipata esclusivamente instillando nella totalità delle componenti del mondo bianconero le prerogative insindacabili della storia sabauda: un’iniezione di mentalità autenticamente in simbiosi con la totalità degli aspetti più importanti dell’evoluzione concettuale della Vecchia Signora, che può essere resa possibile solo da chi è depositario assoluto del DNA bianconero.
Non è un discorso legato alla bravura o alla professionalità di una figura rispetto ad un’altra, non sarebbe banalmente una nuova presa di posizione a stagione in corso.
La discriminante oggi è comprendere che tutto ciò che Juve non è può esserlo esclusivamente sintetizzando tutto in due parole, in un nome e in un cognome già facenti parte della leggenda.
Antonio Conte restaurerebbe l’identità, ricostruirebbe la mentalità, farebbe rinascere la juventinità, trasmetterebbe intolleranza verso tutto ciò che non è viatico supremo alla vittoria, demolirebbe l’idea di accontentarsi.
La mia sensazione è che se Spalletti non fosse reduce dalla delusione con la nazionale, se non fosse travolto dall’idea di vedere potenzialmente ridimensionata una carriera esteticamente straordinaria qualora fallisse anche alla Juve dopo l’indigesta avventura con l’Italia, se, in sostanza, non vivesse la consapevolezza di ricevere critiche volte a sottolineare quanto maestro di calcio sia stato lì dove la pressione della vittoria non esisteva e di essersi poi liquefatto nel momento in cui bisognava confrontarsi con l’imperativo di primeggiare o tentare di farlo, si sarebbe già dimesso.
Non già perché non all’altezza.
Non già perché distante dall’essere un grandissimo allenatore.
È in assoluto fra i migliori.
Semplicemente perché il primo intimamente a non crederci, a ritenere la squadra non idonea ad eseguire ciò che vorrebbe esprimere, non idonea a tradurre le brillanti idee perpetrate, lontana per qualità e caratteristiche dalla capacità di sciorinare complessivamente qualcosa di superiore, è secondo me proprio lui, indipendentemente dalle dichiarazioni di facciata alle quali il buon Lucian vuole aggrapparsi per autoconvincersi che sia davvero così e per allontanare lo spettro di cui sopra.
Spalletti non ama questa squadra, non umanamente ovviamente, ma calcisticamente.
Per tutto quello che di cervellotico si è visto contro la stupenda e finemente allenata Lazio di Gattuso ( finanche ai cambi, concettualmente e per tempistiche pressoché senza senso), l’idea è che tutto stia a tutti sfuggendo di mano (con l’aggravante rappresentata dalle parole di Bremer).
Spalletti, che altresì tramuta la delusione in intima frustrazione e si abbatte quando non riesce a trovare spiegazioni e soluzioni, dimostrando che possedere personalità e passione focosa non equivale a saper trasmettere le proprie vibrazioni, dovrebbe interrogarsi se restare possa significare poter elevare le velleità di questo gruppo, visto che sembra con evidenza trapelare un disinnamoramento.
E verso ciò che non si ama l’applicazione è inferiore.
Le turbolenze maggiori.
Le dichiarazioni meno ponderate.
Là diffidenza reciproca in costante aumento.
Alla stregua di due persone splendide che non riescono ad amarsi perché magari storicamente incontratesi in battiti di tempo non confacenti, e or dunque loro modo costrette a non soddisfare le aspettative altrui, che senso avrebbe restare se non si crede profondamente nell’altrui voglia e capacità?
Ovviamente un cammino fruttifero è ancora possibile.
A partire da stasera e dalla più generica possibilità di trionfare in Europa League.
Ma alle indiscutibili competenze vanno associate doverosamente bellezza d’attuazione e amore reciproco.

BIO: ANDREA FIORE
Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.









