NO, IL CALCIO PER AMORIM NON È SEMPLICE

Il Milan batte il Torino sciorinando già i propri princìpi identitari (immediatamente offerti e degustati anche se verosimilmente e comprensibilmente ancora non completamente assimilati), custodendo gelosamente la sfera (raggiungendo addirittura il 73% di possesso palla nel corso del primo tempo), aggredendo vigorosamente in avanti, tentando di imporre, di imporsi, di sovvertire la reputazione di diversi fra gli elementi schierati dal primo minuto in terra di Piemonte; altresì costruendo con i due centrocampisti sempre in verticale (abbassando Jashari e proiettando Musah, delineando un 3+1 in fase di prima edificazione della manovra),  valorizzando l’uno contro uno di Chukwueze, esclamando fantasia e imprevedibilità fra le linee, sovraccaricando le catene laterali, coprendo scientificamente il campo, occupando ottimamente gli spazi e decretando i tempi di gioco.

Soffrendo nel finale solo perché le elevate e variegate richieste stilistiche ed interpretative hanno reso comprensibilmente deficitario l’apporto prettamente muscolare, allo stato attuale ragionevolmente tutt’altro che smagliante.

Un inevitabile ed elegante approdo alla stanchezza per aver ricercato la grandezza attraverso un sistema di gioco fluido e asimmetrico, basato sulla combinazione tra gioco corto e improvvise fiammate diagonali in ampiezza.

Chukweze ha mantenuto una posizione costantemente molto larga e alta, agendo da vera e propria ala d’attacco: il suo compito era calpestare la linea laterale per allungare la difesa a tre del Torino e puntare il braccetto sinistro avversario nell’uno contro uno.

Estupinian, differentemente, ha alternato la spinta in ampiezza a tagli interni per fungere da scarico per la linea mediana.

Loftus-Cheek, nel suo ruolo di trequartista di destra, non ha allargato il raggio d’azione sulla fascia, ma ha occupato rigidamente il “mezzo spazio” con la finalità di bloccare l’altrui linea difensiva per impedire che i granata potessero sistematicamente raddoppiare la marcatura su Chukwueze.

Cisse è stato la chiave di volta dell’asimmetria rossonera: partendo formalmente da sinistra, si è costantemente accentrato per agire da seconda punta vicino a Gonçalo Ramos, liberando la fascia per i cross, muovendosi tra le linee e trovando non a caso la rete dell’ uno a zero attraverso una di queste letture codificate.

Con la qualità di Pulisic e Moreira ( oltre al conclamato ed insostituibile apporto di Modric e Rabiot dal primo minuto) l’efficacia costruttiva sulla trequarti migliorerà e di conseguenza sarà clamorosamente più nitida la possibilità di affondare.

La prestazione è stata una manifestazione di modernità calcistica, strutturata su principi europei, or dunque coraggiosi.

Per diventare un meccanismo perfetto, Amorim dovrà lavorare sull’impermeabilità difensiva nei momenti in cui la squadra sarà suo malgrado costretta ad abbassare il baricentro.

Il tecnico lusitano accetta il rischio dell’errore tecnico come pegno da pagare per il dominio del gioco: la colpa è, nella sua prospettiva, del sistema che va perfezionato e non del coraggio che va represso.

Un atteggiamento totalmente opposto rispetto a chi ha sempre considerato la possibilità di osare di per sé già un errore madornale.

La priorità assoluta è sempre stata infatti quella di ridurre al minimo i rischi.

Lo spettacolo da contrapporre al risultato e la porta inviolata rappresentavano la vera poesia del weekend.

Il pallone quasi un accessorio opzionale o un pericolo da sventare.

Un giovane veniva guardato con il sospetto con cui un pensionato guarda i cantieri.

Per giocare titolare dovevi dimostrare di poter soffrire come un veterano del Vietnam, rinnegare la bellezza alla stregua di una sindrome di Stendhal rovesciata, accettare di trincerarti in barricate che neanche i Macedoni al cospetto delle legioni romane nella “battaglia” di Pidna.

Amorim vuole vincere dominando il campo, valorizzando il patrimonio societario (ama fare crescere i ragazzi del settore giovanile) e proponendo un calcio moderno e futuribile.

Risposte pacate, sorrisi intelligenti, analisi quasi scientifiche.

Completo sartoriale impeccabile, barba curata al millimetro, postura da CEO di una startup della Silicon Valley, parla tre lingue: sembra sempre il genero perfetto che ogni madre vorrebbe a cena.

E il menù non è più un casuale, convulso e pasticciato assemblaggio di ingredienti volutamente ridimensionati dalla paura di azzardare un piatto di livello superiore: la sensazione è che, almeno nelle intenzioni, il desiderio sia poter offrire una cucina stellata.

BIO: ANDREA FIORE

Teoreta, assertore della speculazione del pensiero quale sublimazione qualitativa e approdo eminentemente più aulico della rivelazione dell’essenza di sé e dello scibile, oltre qualsivoglia conoscenza, competenza ed erudizione quali esclusive basi preliminari della più pura attuazione di riflessione ed indagine. Calciofilo, per trasposizione critico analitico di ogni sfaccettatura dell’universo calcistico, dall’ambito  tecnico-tattico all’apparato storico, dalla valutazione individuale e collettiva ai sapori geografici e culturali di una passione unica. La bellezza suprema del calcio è anche il suo aspetto più controverso: è per antonomasia di tutti e tutti pensano di poterne disquisire.

2 risposte

  1. Bellissima la metafora culinaria sul finale del tuo articolo Andrea, Chapeau! Concordo su gran parte della tua analisi che vede questo terzo direttore d’orchestra lusitano eretto in pedana ad impartire ricercate e nuove tecniche di gioco al nostro Diavolo. La prima è andata bene anche se nei minuti finali qualche stecca dagli “ottoni ” difensivi si è avvertita. Tornando in cucina direi che abbiamo mangiato una buona spaghettata mare e monti perfettamente al dente mancante però di una spezia in più ad esaltarne gusto e gradimento….guida Michelin docet!
    Buona giornata.

    Massimo 48 ❤️🖤

  2. Bellissimo articolo, bello il riferimento “ terra di Piemonte “, bella la metafora culinaria ,già’ apprezzata dall’ottimo commento di cui sopra , e anche l’analisi tattica . A me piacciono anche i riferimenti storici, i macedoni e i veterani del Vietnam, i nostri però sembravano, ai tempi, più un’ armata brancaleone altro che trincee.
    Rimane la solita sofferenza sui calci piazzati che speriamo si riesca a superare.

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