TALENTO – TRA TATTICA E CORTILE: COSA DIVIDE PAOLO DA FILIPPO?

Sulla formazione dei giovani calciatori italiani Paolo Maldini e Filippo Galli concordano molto più di quanto la cronaca abbia lasciato intendere.

Paolo Maldini, dopo la rinuncia al ruolo di direttore tecnico della FIGC, ha indicato nella formazione dei giovani uno dei mali del calcio italiano. Lo ha fatto il 9 agosto, intervistato da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. «Tecnicamente siamo un Paese che non crea più giocatori di talento (…). I miei figli l’hanno visto nelle giovanili del Milan: si parla solo di tattica; se un ragazzo ha talento, è un problema».

Otto giorni più tardi gli ha risposto Filippo Galli, responsabile del settore giovanile rossonero dal 2009 al 2018, con un intervento pubblicato sul proprio sito e ripreso da numerose testate.

La stampa ha registrato lo scambio come un contrasto fra due ex compagni di squadra, il che è irrilevante, giacché sotto il presunto contrasto si cela la sola domanda che al calcio italiano converrebbe porsi con serietà, e cioè come si coltiva un calciatore di alto livello.

Conviene partire da ciò che non è in discussione. La denuncia di Maldini coglie una realtà che Galli non nega, e anzi conferma. Nella replica riconosce che il tatticismo difensivo, quell’insieme di automatismi pensati più per non perdere che per formare, abita buona parte dei settori giovanili italiani, e che la responsabilità non è quasi mai degli allenatori, ma di chi li giudica.

Nemmeno sulle cause i due si allontanano. Maldini invoca investimenti obbligatori nei vivai e ricorda che un allenatore incaricato di seguire ragazzi dai dieci ai quattordici anni percepisce, in molte realtà, uno stipendio che lo costringe a un secondo impiego, pur occupandosi di quella che egli stesso definisce l’età decisiva. Sta descrivendo, senza nominarlo, lo stesso soggetto che Galli indica come responsabile del tatticismo, cioè la società che pretende il risultato immediato e su quello valuta i propri allenatori.

Anche sulla tecnica Galli non è distante da Maldini. «Il problema della tecnica in Italia non è il muro ma, semmai, il cortile», scrive, ricordando che le teorie dell’apprendimento più recenti non fanno che confermare che si impara giocando. È un concetto espresso anche da Johan Cruijff, secondo il quale niente alimenta il talento calcistico quanto la strada, poiché la necessità di restare in piedi per non sbucciarsi ginocchia, gomiti e faccia sull’asfalto sviluppa un equilibrio basato sull’istinto che non si può insegnare.

La distanza non è sul cosa allenare (la tecnica) ma sul come allenarla (la metodologia). La tecnica da sola non basta. Se bastasse, Erlend Fagerli — il freestyler più titolato della storia — avrebbe più Palloni d’Oro di Messi. È qui che Maldini e Galli entrano davvero in disaccordo. Maldini considera la tecnica una materia a sé stante, e illustrando il progetto che aveva in mente per la nazionale dichiara di volere che la formazione dei ragazzi sia fondata «non sull’esasperazione tattica ma sulla tecnica, l’uno contro uno, la mentalità offensiva». Galli sostiene che «La tecnica risiede nella tattica», scrive, perché «è la lettura della situazione a permettere al giocatore di scegliere quale gesto impiegare per risolverla». Il talento individuale, argomenta più avanti, non esiste isolato, e l’uno contro uno acquista senso soltanto dove il movimento collettivo ne ha già create le condizioni. Porta a esempio il secondo gol di Maradona all’Inghilterra, con Butcher e Fenwick paralizzati dal dovere scegliere fra l’argentino e gli inserimenti di Valdano e Burruchaga. La tecnica, dunque, non si allena separatamente dal gioco — ribadisce Galli, che porta a sostegno gli studi sulle scienze del movimento citati in calce alla replica.

Prima di concludere, un po’ di dati. La quattordicesima edizione del ReportCalcio, il rapporto del Centro Studi FIGC presentato nell’agosto 2024, certifica che nella stagione 2022-2023 gli Under21 italiani hanno giocato il 2,8 per cento dei minuti totali della Serie A, contro il 31,6 degli Over 21 italiani e il 63 degli Over 21 stranieri. Sui gol l’asimmetria diventa quasi comica, perché gli attaccanti Under 21 italiani ne hanno segnato l’1 per cento e gli attaccanti Over 21 stranieri il 71,3.

Lo stesso rapporto colloca la Serie A al terzultimo posto in Europa per impiego di calciatori cresciuti nel proprio vivaio, che giocano appena il 5,6 per cento dei minuti. Non solo: il CIES Football Observatory ha misurato quanto spazio i campionati concedano ai giovani che potrebbero vestire la maglia della propria nazionale, e su cinquanta massime divisioni la Serie A è risultata penultima, con l’1,9 per cento dei minuti. Quanto ai club, lo stesso osservatorio ha contato gli Under 21 mandati in campo almeno una volta in cinque anni, e il Napoli, con due, è risultato ultimo.

In soldoni: i talenti si possono anche formare, ma non serve a nulla se poi il campionato maggiore rifiuta di impiegarli.

BIO: Davide Pollastri nasce a Monza il 26 marzo 1977. Iscritto all’Ordine dei Giornalisti della Lombardia, elenco pubblicisti, dal giugno 2026, ha manifestato fin da giovanissimo un forte interesse per la lettura e talento per la scrittura. Tra il 2000 e il 2004 alcuni suoi scritti vengono pubblicati da alcuni importanti quotidiani nazionali. Nello stesso periodo inizia a fare musica e a farsi chiamare Seven, riuscendo a farsi apprezzare all’interno della scena Hip Hop Underground grazie allo stile scanzonato e all’originalità dei testi. Nel 2014 scrive e stampa il suo primo romanzo dal titolo “L’Albero della Vanagloria”. Nel 2016 con il racconto “L’Amore Assente” è tra i vincitori del concorso letterario Stampa Libri realizzato in collaborazione con Historica Edizioni.

Nel 2019 è tra i semifinalisti del “Cantatalento”-Festival di Arese. Sempre nel 2019 realizza alcuni video sulla storia della Juventus e apre su Facebook il Blog “Seven Racconta”; i racconti del Blog, dedicati a tutti quei calciatori capaci di farlo innamorare del “gioco più bello del mondo”, fanno breccia nel cuore di molti appassionati e riscuotono interesse. Alcuni degli ex calciatori protagonisti dei suoi racconti ringraziano pubblicamente Pollastri per le storie scritte su di loro.

Dal 2020 è ospite di importanti trasmissioni web-televisive tra cui ‘Signora Mia’, ‘Che Calcio Che Fa’ e ‘LeoTALK’, condotto dalla nota giornalista Valeria Ciardiello. Nel 2021 è l’ideatore del programma web ‘Derby d’Italia-Una trasmissione pensata da chi ama il calcio per voi che amate il calcio’. Sempre nel 2021 esce il suo secondo libro dal titolo “C’era una volta la Danimarca Campione d’Europa”. Il 20 ottobre del 2021 appare in una puntata di ‘Guess My Age-indovina l’età’, il quiz show trasmesso da TV8 e condotto da Max Giusti. Nel 2022 esce il suo terzo libro dal titolo “Maccheroni alla Trapattoni”. Dal 2023 collabora con ‘Monza Cuore Biancorosso’ e ‘Fatti Nostri’, un giornale indipendente online dedicato a tutti gli italiani che vivono nelle diverse parti del mondo.

Dal 2024, dopo aver frequentato la scuola di alta formazione per il calcio ‘Elite Football Center’, scrive per Sporteconomy.it, market leader nell’informazione applicata all’economia dello sport, e dal 2025 anche per The Daily Cage, portale specializzato negli sport da combattimento.

14 risposte

  1. Articolo meritevole di essere letto e divulgato, che fa piena luce sulla “disputa” mal riportata dai media tra Paolo Maldini e Giovanni Galli. Entrambi hanno denunciato, in modi diversi e con focus su aspetti diversi, il fatto che oggi, per i motivi ben riportati nell’articolo in oggetto, si prediliga la via al risultato….prima ancora che la formazione e l’allenamento finalizzato a far sbocciare il talento, tra i giovani calciatori.
    Sono molto d’accordo poi su quanto qui riportato in relazione al concetto espresso, a suo tempo, dal grande Crujiff; giocare a calcio in strada liberamente, mettendosi in gioco e riponendo attenzione a preservare contemporaneamente la propia incolumità fisica…, ha a che fare con un concetto ben espresso ormai dalle neuroscienze, è cioè che solo “l’esperienza incarnata” di ciò che si fa mette nella condizione di allenare a dovere la percezione, il pensiero, l’emozione e….., appunto l’azione.

    Cordialmente

  2. Talento, Tattica e la Frontiera Invisibile
    La discussione tra chi invoca il ritorno alla tecnica pura e chi difende la subordinazione del gesto alla tattica rischia di diventare un esercizio nostalgico se non si affronta la vera domanda: chi prepara gli allenatori a insegnare entrambe le cose?

    Il punto non è scegliere se far riscoprire ai ragazzi il “cortile” o insistere sugli automatismi della lavagna tattica. Il punto è che formare il talento richiede una competenza scientifica e metodologica che oggi, nella maggior parte dei vivai, semplicemente non esiste. Per colmare questo divario non bastano le buone intenzioni né la rimpianta libertà della strada; serve attingere al massimo livello mondiale dell’insegnamento calcistico, là dove la ricerca e la codifica del gesto si fondono con la comprensione situazionale.

    Ma c’è un ulteriore scoglio che il dibattito attuale continua a ignorare. Anche disponendo della metodologia più avanzata del pianeta, la trasmissione di questo sapere su scala globale e capillare è impossibile con i metodi tradizionali. Il salto di qualità definitivo non può essere affidato all’intuizione del singolo tecnico di periferia, ma richiede un’infrastruttura tecnologica e digitale governata dall’intelligenza artificiale, capace di elaborare flussi complessi, guidare le scelte e connettere reti internazionali di apprendimento.

    Senza una regia tecnologica avanzata e senza standard formativi globali, continueremo a discutere di percentuali marginali di giovani in campo, incapaci di accettare che il calcio moderno non si riforma con la retorica, ma con la scienza e l’innovazione sistemica.

    1. Concordo sul fatto che siano necessarie tecnologie e modalità di comunicazione avanzate per poter coinvolgere tutti. Sottolineo però l’importanza del linguaggio corporeo, dell’attenzione al singolo anche nella formazione dei formatori. sento spesso parlare di esercizio nostalgico, di contrapposizione tra metodi che non porta niente. Non sono d’accordo che il punto non sia sceglere se….le esercitazioni analitiche possono aiutare un giovane calciatore nell’acquisire maggior consapevolezza di sè, delle sue abilità ma l’apprendimento vero avviene nella complessità del gioco Marco. Grazie per gli spunti di riflessione. A presto.

      1. Chiedo scusa. È tutto vero, ma, a mio modesto avviso, luna cosa non esclude l’altra. Perché dobbiamo contrapporre per forza due cose che sono entrambe necessarie, sempre a mio modesto avviso. Si tratta solo di dividere il tempo a disposizione in modo corretto e utile, che non vuole dire 50 e 50. Tutto qua. Avere confidenza col pallone, toccarlo mille volte in un minuto, in tutti i modi possibili e presupposto per “entrare” nel gioco. Al tecnico la scelta di come dividere il tempo a disposizione, in relazione a età, livello, obiettivi di breve medio e lunghi termine, luoghi, persone, ecc.. Non capisco perché dobbiamo farne, ancora, una guerra di religione.

        1. Ciao Giuseppe nessuna guerra, basta avere buon senso e non rifiutare il nuovo, le conoscwnze, gli studi, le ricerche, le pratiche. Lo dico perchè le ho attraversate entrambe.
          Buon lavoro e grazie per il contributo.

          1. Grazie a te per l’attenzione. Mi fa un po’ specie riuscire a parlare con un campione che ho visto giocare dagli spalti di San Siro !? In bocca al lupo 💪🐺 per tutto

    2. Apprezzo la diplomazia dell’articolo, ma credo che Maldini nei suoi discorsi così come le altre figure chiamate successivamente in causa dalla federazione abbiano fatto molta confusione. Inoltre quando parlano o scelgono si contraddicono da soli (Guardiola viene da una scuola che sposa più Galli che Maldini a quanto dichiara quest’ultimo).
      La verità è che per allenare oggi non basta più solo l’esperienza, serve studiare, cosa che ha fatto umilmente Galli nel suo percorso. Spagna e Argentina seppur con la cultura diversa, in ambienti diversi, sposano l’idea del cortile, la teoria dei sistemi dinamici, Damasio, Paco Seirul lo.
      Studiare, aggiornarsi, dare il meglio ai nostri giovani e metterli con fiducia in campo penso sia la soluzione migliore.

      1. Mah … Che il Barcellona o chi per esso avrebbe potuto fare quel gioco, senza il livello tecnico pazzesco dei suoi giocatori ? Oltre alla mentalità, all’atteggiamento, alla convinzione e a tutte le esercitazioni che i giocatori hanno fatto da 5 anni in poi ? Perché fare il tifo .. e dividerci su una guerra di religione .. inutile? Boh ..

        1. c’è un bellissimo libro: “l’allenamento sistemico basato sulle emozioni”. all’interno oltre ad una miriade di informazioni, puoi leggere come Iniesta abbia imparato a giocare a calcio dalle sue parole.

          Non so se intendi esercizi o esercitazioni ma quest’ultime non sono analitiche. per il resto nessuno è portatore di verità soprattutto nel calcio.

          il fatto che incidano una miriade di fattori fa sì che tutto valga ed ogni risultato possa essere strumentalizzato con dei bias di conferma o molto spesso di autorità (vedi Maldini sullo sviluppo dei giovani calciatori).

    3. Lasciami stare la non intelligenza artificiale … E andiamo in campo a giocare e divertirci il più possibile, toccando la palla il più possibile, in tutti i modi possibili

  3. Ho allenato per qualche anno in scuola calcio… dopo un po ho preferito che fossero i bambini ad allenare me… ad allenare loro. Avevo tutte delle teorie sulla tecnica all’inizio, me le hanno sconfessate tutte. L’aspetto chiave era che abbracciassero l’aspetto cooperativo del gioco, dal volere la palla e lamentarsi se non l’avevano a capire come aiutare la squadra anche senza.

  4. Articolo interessante e nello stesso tempo spietato. I temi su cui riflettere sono tantissimi. Condivido lo spunto che la tecnica sta nella tattica. Mi viene da pensare che la tecnica cresce nella tattica. Tuttavia va preso atto che il calcio di oggi non è più il calcio di un tempo, e che oggi i riferimenti di un tempo non hanno più un valore assoluto. Quindi la soluzione che una volta era calzante oggi non lo è più. Penso anche che tra la nazionale e i club si è creata una grande distanza che va colmata. Perché bisogna chiedere a un club di avere interesse per la nazionale quando ogni investimento grava sul club stesso? Ovviamente questo è un pensiero polemico. Ma la verità è che tra gli obiettivi stagionali di un club certamente non c’è la nazionale. E se questo non è un obiettivo significa anche che la gestione è la formazione dei giovani calciatori non è poi così rilevante. Si preferisce guardare altrove e tesserare giovani calciatori del panarama comunitario ed extracomunitario. É una triste realtà sapere che un giovane calciatore a 23 anni é ancora considerato un giovane calciatore e avallare chi pensa che seconde squadre U23 siano una soluzione ideale per il calcio italiano. Ci vuole una rivoluzione, ma sopratutto il coraggio. Un occasione persa dalla FiGC con la vicenda di Paolo Maldini. Ad maiora.

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