
Nel luglio 1973, pochi mesi dopo le polemiche di Lazio-Milan, il Paron si ritrovò nello stesso tavolo con l’arbitro di Siracusa durante un banchetto nuziale

Dal famigerato Lazio-Milan del 21 aprile 1973 erano passati tre mesi quando l’allenatore rossonero Nereo Rocco e l’arbitro Concetto Lo Bello si ritrovarono in Sicilia. Greve era ancora l’amarezza milanista per la rete annullata a Luciano Chiarugi nel finale della partita dell’Olimpico. Un fuorigioco inesistente che privò il Diavolo di un punto fondamentale per la corsa scudetto. L’occasione dell’incontro tra il Paron e la giacchetta nera di Siracusa fu il matrimonio di un cronista siculo-lombardo, amico di entrambi. Il banchetto nuziale si tenne a Viagrande, paesino della provincia di Catania, alle pendici dell’Etna. Nello stesso tavolo trovò posto anche l’ingegnere Pietro Nicolosi di Acireale, il guardalinee che aveva sbandierato il fuorigioco farlocco di Cavallo Pazzo nella famigerata partita di Roma.

Gian Maria Cazzaniga (il Giorno) lo definì “l’uomo dai lineamenti di pietra”. Durante quel ricevimento di nozze, gli illustri commensali parlarono di parecchie cose. Da quel tavolo, il dialetto siciliano, con inflessioni acesi o aretusee, si mischiava con quello triestino, tra battute ironiche e senza sconfinare nel sarcasmo. Il Paron mostrò di apprezzare il vino dell’Etna, servito insieme a pietanze della migliore tradizione culinaria siciliana. Alla fine del banchetto, i tre si salutarono con grande cordialità. Nessun riferimento al pomeriggio romano della vigilia di Pasqua. L’unico rammarico di Rocco, quel giorno d’estate, fu di non aver trovato al tavolo anche Gianni Brera e Nicolò Carosio, amici suoi e di Lo Bello. Quasi giunto all’automobile che lo avrebbe accompagnato all’aeroporto Fontanarossa di Catania, l’allenatore milanista si fermò per dire a Lo Bello: “Onorevole, non si dimentichi di salutarmi il profumiere”.

Il Paron si riferiva a Franco Di Gaetano, operatore commerciale nel settore della cosmesi, secondo guardalinee di Lazio-Milan, artefice dell’espulsione di Rocco negli attimi conclusivi della partita. Nella sarabanda di proteste dopo l’annullamento del pareggio, i fotografi colsero il sorriso sardonico di Chiarugi, che si batteva la fronte come ad indicare la follia altrui, mentre dal volto di Rivera si notava un misto di delusione e rassegnazione. L’ultima annotazione nel taccuino dei cronisti riguardò l’espulsione di Rocco su segnalazione di Di Gaetano, quest’ultimo rimasto in campo malgrado un infortunio alla caviglia destra rimediato nel primo tempo. Il guardialinee riferì qualcosa a Lo Bello che, senza indugiare, cacciò il Paron per proteste. L’espressione del tecnico, al momento di lasciare il rettangolo di gioco, fu l’immagine della profonda delusione rossonera. Allo scoccare del novantesimo, senza recuperare alcun secondo, “come era precisa facoltà dell’ineffabile onorevole del fischio”, secondo l’annotazione di Brera, l’arbitro pose fine all’incontro. Negli spogliatoi, Rocco andò su tutte le furie, ripetendo ad alta voce: “Ci stanno facendo perdere il campionato”. Il Paron chiamò Di Gaetano “Tom Ponzi”. In quei giorni si arrivò persino a pubblicare il numero di telefono di casa dell’arbitro di Siracusa, apparso tra le pagine di un quotidiano milanese che aveva cercato di contattare (vanamente) Lo Bello.

Il capitano del Milan venne squalificato per quattro giornate, Rocco tre mesi. La motivazione dello stop del giudice sportivo a Rivera fu la seguente: “Per aver rivolto all’arbitro, in risposta ad una sua spiegazione, espressioni particolarmente irriguardose durante la gara nonché, dopo il termine di questa, per aver proferito, nel risalire la scala che conduce negli spogliatoi e senza avvedersi della presenza di un guardalinee che si trovava alle sue spalle, espressioni parimenti lesive del prestigio dell’arbitro medesimo; sanzione aggravata perché capitano della squadra. Recidivo con diffida in proteste verso gli ufficiali di gara”. Il presidente milanista, Albino Buticchi, appresa la decisione si presentò dimissionario nella riunione del Cda societario, chiedendo ai tifosi la massima serenità per l’ultima parte della stagione. Il Milan venne così privato del miglior Rivera di sempre nella fase più delicata della volata scudetto. Un handicap immenso. La settimana dopo Lazio-Milan, il Corriere d’Informazione definì quanto accaduto in quella partita “uno degli episodi più scandalosi che la storia del nostro calcio, pur abituata alle pagine più penose, abbia mai dovuto registrare. Ogni limite è stato clamorosamente superato”. Nell’editoriale della testata giornalistica di via Solferino si scrisse inoltre: “L’importanza improvvisamente assunta dai guardalinee nelle decisioni di un Lo Bello abituato da sempre a far tutto da solo, fa sorgere il sospetto che il Milan sia vittima di una congiura: un guardalinee alza la bandierina per far annullare un gol, quel gol; un guardalinee fa espellere Rocco e spia le reazioni di Rivera alla maniera dei microfoni di Ponzi e Beneforti. L’arbitro potrà sempre dire che lui, in fondo, non c’entra”.

Concetto Lo Bello non avrebbe più incrociato i rossoneri. La prima volta che aveva arbitrato la squadra milanista risaliva a più di diciassette anni addietro: Milan-Juventus 3-1 del 26 dicembre 1955. L’arbitro siracusano appese il fischietto al chiodo a fine maggio ‘74 dopo aver diretto, a Rotterdam, Feyenoord-Tottenham, finale di ritorno di Coppa Uefa. Nella sua ultima direzione, la giacchetta nera siciliana chiese e ottenne la designazione come guardialinee del figlio Rosario, promettente arbitro di 28 anni, ancora senza presenze in serie A. Lo stesso che, il 22 aprile 1990, sempre al Bentegodi, avrebbe diretto la sfida dell’altra “Fatal Verona” del Diavolo. Corsi e ricorsi storici, per dirla con Vico. Ma questa è un’altra storia.

BIO SERGIO TACCONE: Giornalista, classe 1972, ha pubblicato una ventina di libri su vari periodi della storia del Milan. È suo l’unico libro in italiano dedicato al trio svedese Gre-no-li. E’ suo il libro “Chiarugi non era in fuorigioco” (Urbone Publishing), pubblicato nel 2018, la ricostruzione completa e capillare della stagione 1972/73 culminata con la fatale sconfitta di Verona che negò al Milan di Rocco lo scudetto della Stella.











6 risposte
Complimenti per il bellissimo racconto, pur nella rinnovata angoscia. La stagione 72-73 resta tutt’ora (e speriamo per sempre) insuperata per l’accanimento anti milanista arbitrale e federale. Che non sarebbe comunque servito a niente se non ci avessimo messo del nostro nella fatal Verona
Nulla di nuovo sotto il sole…i Lo Bello? No comment
Gran bell’articolo Sergio! Complimenti per la certosina ricerca di accadimenti risalenti ad oltre mezzo secolo fa!
Buona giornata!
Massimo 48 ❤️🖤
Bellissimo racconto ed ottimo comportamento del signor Rocco durante il pranzo.
Ho letto altre storie e libri di Sergio Taccone ed è tutte molto interessante.
Certo, quel Milan ci mise del suo nell’ultima giornata di campionato, o meglio, non ci mise del suo, ma è anche vero che pochi giorni prima sostenne un’epica battaglia a Salonicco.
Il Milan era preso di mira per “colpa” di Rivera e in quella stagione ci fu il colpo del ko con la partita di Roma, ma nell’anno precedente ne aveva subite di peggio, sempre grazie a Lo Bello e a Michelotti.
Qual era la colpa di Rivera?.
La stessa colpa che ha avuto successivamente, restando fuori dal mondo del calcio: l’onestà di dire cose giuste.
Era un Rivera spaziale: del resto i primi tredici anni al Milan, lo hanno visto votato per dieci volte nella classifica del Pallone d’Oro ed anche le sue statistiche parlano di uno che da mezzala segna parecchi gol.
Forse quello sguardo rassegnato di cui si legge nell’articolo, è lo stesso sguardo disilluso che lo porta da li fino alla conquista della Stella.
Per quanto riguarda Lo Bello che dire: scopro oggi, che raccomandò suo figlio per la finale di coppa UEFA e questo dice molto sul potere di questo signore, mentre per quanto riguarda la seconda fatal Verona, Baresi disse che il Napoli aveva vinto meritatamente lo scudetto e se lo disse Baresi, per me va bene così.
Complimenti ancora, Sergio per l’ennesimo racconto interessante.
Bellissimo racconto, grazie di averlo condiviso.
Su Lo Bello (padre e figlio) potrei scrivere e aggiungere uno “spirito santo”, ma non voglio dire improperi diretti all’anima (quella del padre) e al corpo (quello del figlio) che già non abbia avuto il modo di esprimergli negli anni in cui sciupavano i campionati.
E poi per rispetto all’autore del pezzo e a Filippo Galli.
Ricordo i Lo Bello’s. Lo Bello Senior. Ricordo la radiocronaca di Lazio-Milan con Ameri o Ciotti che dicevano senza tanti giri di parole che il fuorigioco non c’era. Primo pomeriggio di un giorno che non era domenica. Lo Bello junior. Ricordo anche il furto di Verona. Ero negli States per lavoro e papà, che era il paradigma del tifoso tranquillo e mai sopra le righe, al mio rientro si limitò a dire: “Un furto ignobile, hanno mandato fuori dai gangheri Van Basten, il che è tutto dire”.
Sono altri i protagonisti del calcio che ammiro e ricordo volentieri.