La Coruña è una città di mare, di vento e di partenze. La Galizia, all’estremità nord-occidentale della Spagna, è una terra che per secoli ha guardato l’Atlantico non soltanto come un confine, ma come una strada. Da qui sono partiti pescatori, marinai, contadini, intere famiglie dirette verso Buenos Aires, Montevideo, L’Avana, Caracas. L’emigrazione è entrata nella cultura galiziana, nelle case e nelle fotografie, nei racconti di chi partiva e di chi restava ad aspettare. È una terra con una lingua propria, il galiziano, con una musica, una cucina, una memoria e un modo particolare di stare dentro la Spagna, sempre con un senso molto forte della propria identità.
Forse è anche per questo che il Deportivo La Coruña non è mai stato soltanto una squadra di calcio. Nato nel 1906, per molti decenni è rimasto il club di una città orgogliosa e un po’ appartata, lontana dai grandi centri di potere del calcio spagnolo. Madrid e Barcellona erano altrove, con i loro giornali, i loro campioni, i loro stadi e la loro capacità di occupare la scena. Il Deportivo apparteneva invece a una città affacciata sull’oceano, alla Galizia, a una terra che aveva imparato da tempo a vivere ai margini senza per questo sentirsi marginale.
Una maglia che rappresenta un modo di essere
Sono passato da La Coruña qualche giorno fa e ho avuto modo di vedere da vicino il Riazor, prima di una partita. Mi aspettavo il solito avvicinamento allo stadio, quello fatto di traffico, cori, gruppi di tifosi e qualche tensione crescente. Invece ho trovato un’atmosfera sorprendentemente tranquilla. La gente beveva una birra con gli amici, chiacchierava, mangiava qualcosa e aspettava la partita senza fretta. Una cosa, soprattutto, mi ha colpito: tantissime donne indossavano la maglia del Deportivo. Non sembrava una divisa riservata agli appassionati più accaniti, ma qualcosa di familiare, quasi un abito della città. Una maglia che apparteneva alla vita quotidiana prima ancora che alla domenica del calcio.

Intorno, il mare era a pochi passi e il suo odore arrivava nelle strade insieme a quello del cibo e delle birre. Il vento dell’Atlantico era fresco e insistente, come se volesse ricordare continuamente che La Coruña non è una città che può dimenticare il mare. Il calcio, lì, sembrava essersi adattato a quel paesaggio senza modificarlo. Non era un rito separato dalla vita quotidiana, ma una delle forme attraverso cui quella vita si raccontava.
All’interno dello stadio, nel debutto in Liga contro l’Elche, è però avvenuto qualcosa di inaspettato: una parte della tifoseria si è presentata allo stadio indossando magliette arancioni e ha scelto di non tifare, trasformando il consueto sostegno alla squadra in una forma di contestazione silenziosa. Il colore arancione non era casuale: richiamava le tute dei detenuti e il riferimento simbolico era a Guantánamo, per esprimere la sensazione di essere “prigionieri” delle nuove regole imposte dal club.
Al centro della protesta ci sono infatti le misure adottate dal Deportivo nei confronti della Maratón Inferior, il settore dello stadio dove si concentrano alcuni dei principali gruppi organizzati della tifoseria, tra cui i Riazor Blues. Il club ha introdotto restrizioni più severe nel tentativo di contenere cori offensivi, comportamenti sanzionabili e, di conseguenza, le multe e i provvedimenti disciplinari che negli ultimi tempi hanno colpito il Deportivo. Una parte della tifoseria considera però queste misure troppo penalizzanti e, soprattutto, critica il modo in cui la società ha gestito il confronto con i gruppi organizzati.
Da qui la scelta di una protesta visibile: il silenzio al posto dei cori e il colore arancione al posto dei tradizionali colori biancoblù. Un modo per sottolineare che il problema, secondo i tifosi, non riguarda il sostegno al Deportivo, ma il rapporto sempre più conflittuale con la società. Durante la partita sono poi arrivati anche cori espliciti contro la proprietà e richieste di una soluzione per la Maratón Inferior.
L’immagine di Riazor silenzioso, con una parte della curva vestita di arancione, ha così dato forma a una frattura che va oltre il semplice dissenso sul tifo: è diventata il simbolo dello scontro tra la società e una componente della tifoseria, che rivendica il proprio ruolo nella cultura e nell’identità del Deportivo.
D’altronde, è difficile capire il Deportivo senza capire almeno un po’ la Galizia. Perché la storia del club si intreccia con quella di una comunità che ha sempre avuto un rapporto molto forte con il proprio territorio. La Galizia ha una cultura diversa da quella che spesso viene associata alla Spagna mediterranea: più atlantica che solare, più umida che arida, fatta di coste frastagliate, piccoli porti, boschi, villaggi, vento. Una terra che ha nella musica tradizionale delle gaita, le cornamuse galiziane, uno dei suoi simboli più riconoscibili e che ha sviluppato nel tempo una coscienza molto forte della propria specificità culturale.
Il Deportivo, in questo senso, è diventato anche un modo per sentirsi galiziani attraverso il calcio. Non necessariamente in opposizione a qualcuno, e nemmeno come dichiarazione politica, ma come affermazione di appartenenza. La maglia biancoblù è diventata un segno riconoscibile di A Coruña, come si chiama la città in galiziano, e in misura più ampia di quella Galizia che per tanto tempo aveva avuto la sensazione di essere raccontata dagli altri più che raccontarsi da sola.
La rivalità con il Celta Vigo
La Galizia calcistica non è però solo il Deportivo: molto sentita è infatti la rivalità con il Celta Vigo. Tutto si traduce in quello che viene chiamato “O Noso Derbi”, la sfida tra le squadre di due città affacciate sull’Atlantico, distanti poco più di cento chilometri, ma separate da identità, orgoglio e appartenenze profondamente radicate.
La rivalità affonda le sue radici negli anni Venti e, nel corso del tempo, è diventata una delle grandi storie del calcio spagnolo. La Coruña e Vigo rappresentano due anime differenti della Galizia: la prima, elegante e cosmopolita, guarda al mare con un’identità fortemente cittadina; la seconda, porto industriale e operaio, ha costruito la propria immagine attorno al lavoro, all’industria e a un rapporto viscerale con il territorio.
Le stesse differenze si riflettono sugli spalti. La tifoseria del Deportivo vive il rapporto con il club come una dichiarazione di appartenenza alla città. Dall’altra parte, il popolo del Celta rivendica con altrettanta fierezza l’identità viguesa e il legame con una città abituata a percepirsi come diversa, più ruvida e industriale rispetto al resto della Galizia.
Per anni, Riazor e Balaídos sono stati il teatro di una sfida che ha assunto contorni quasi tribali. E così, quando Deportivo e Celta si incontrano, non si affrontano soltanto due squadre. Si incontrano La Coruña e Vigo, due modi diversi di vivere la Galizia, due città che si guardano da vicino e che, proprio per questo, hanno imparato a riconoscersi anche attraverso la rivalità. Al Riazor come al Balaídos, il derby diventa allora una questione di memoria, identità e orgoglio: una partita in cui il risultato conta, ma in cui, spesso, conta ancora di più dimostrare chi rappresenta davvero la propria regione.
Gli anni d’oro del Superdepor
Negli anni Novanta, a La Coruña nacque quello che viene ricordato come il Superdepor e questa identità trovò una forma ancora più potente. Bebeto, Mauro Silva, Fran, Rivaldo, Djalminha, Makaay: giocatori che sembravano quasi troppo grandi per la storia precedente del Deportivo e finirono, invece, per diventare parte della storia della città. Il Riazor diventò un piccolo vulcano biancoblù e il Deportivo cominciò a entrare dappertutto, nei bar, nei negozi, negli uffici, nelle conversazioni. La squadra aveva smesso di essere soltanto una rappresentazione della città: era diventata uno dei modi attraverso cui la città rappresentava sé stessa.
Nel 2000 arrivò il titolo della Liga, davanti ai giganti di Madrid e Barcellona. Fu una vittoria sportiva straordinaria, ma anche qualcosa di più. Per una terra abituata a essere periferia, quel campionato aveva il sapore della rivincita. Non tanto perché il Deportivo avesse sconfitto qualcuno in particolare, quanto perché aveva dimostrato che il centro del calcio poteva, per una volta, spostarsi altrove. La Galizia, terra di emigranti e di partenze, aveva trovato una squadra capace di restare, vincere e farsi guardare dal resto della Spagna.
Poi venne il 2004, e qui il mio rapporto con il Deportivo si fa inevitabilmente più complicato. Perché sono milanista e il Riazor, per me, è anche il luogo di una delle sconfitte più dolorose e incredibili della storia rossonera. Il Milan era campione d’Europa in carica, aveva vinto la finale di Manchester contro la Juventus e aveva una squadra piena di campioni: Maldini, Nesta, Cafu, Seedorf, Pirlo, Kaká, Shevchenko. Nei quarti di finale di Champions League era arrivato il Deportivo, squadra forte e ormai rispettata in Europa, ma che sembrava comunque alla portata dei rossoneri.
A San Siro era finita 4-1. Pandiani aveva segnato per gli spagnoli, poi erano arrivati la doppietta di Kaká e i gol di Shevchenko e Pirlo. Il risultato sembrava aver chiuso il discorso. Andrea Pirlo, anni dopo, nella sua autobiografia Penso quindi gioco, ha ricordato proprio quella sensazione di sicurezza, quasi di superficialità, con la quale il Milan si era avvicinato al ritorno. La semifinale sembrava già lì, come se fosse stata prenotata.
Il calcio, però, ha un modo tutto suo di punire chi confonde una possibilità con una certezza. Il 7 aprile 2004, al Riazor, il Deportivo segnò dopo appena cinque minuti con Pandiani. Al 35’ arrivò il gol di Valerón, prima del terzo di Luque proprio allo scadere del primo tempo. In quarantacinque minuti era successo quello che sembrava impossibile: il 4-1 di San Siro era stato cancellato e il Milan si trovava fuori dalla Champions.
Nella ripresa Ancelotti provò a cambiare la partita, ma il Deportivo continuò a correre e a giocare con una convinzione che il Milan non riuscì più a spezzare. Al 76’ Fran segnò il quarto gol e completò una delle rimonte più incredibili nella storia della competizione.
Da milanista, quella sera resta difficile da raccontare senza un certo dolore. Le sconfitte fanno parte del calcio, naturalmente, ma alcune hanno qualcosa di diverso: non ti tolgono soltanto una partita, ti tolgono per qualche tempo l’idea che avevi di quella squadra e di quella stagione. Il Milan era campione d’Europa e aveva appena vinto 4-1. Sembrava impossibile potesse essere eliminato. E invece successe.
Pirlo, nella sua autobiografia, ha ricordato anche i dubbi e i cattivi pensieri di quella notte, arrivando a interrogarsi sulla condizione fisica degli avversari, pur precisando di non avere prove e non voler formulare accuse. Javier Irureta rispose anni dopo che la differenza era stata soprattutto la spinta del pubblico. Forse è una spiegazione più semplice, ma non necessariamente meno vera. Ci sono stadi nei quali il pubblico assiste alla partita e altri nei quali il pubblico entra in campo insieme ai giocatori. Quella sera il Riazor fu sicuramente uno di questi.
Il Deportivo sarebbe stato eliminato dal Porto di José Mourinho in semifinale, ma ormai la storia era compiuta. La Galizia aveva avuto la sua notte europea più grande e il Deportivo aveva scritto una pagina destinata a rimanere.
La discesa negli inferi
Poi, come spesso succede nel calcio, arrivò la discesa. Problemi economici, crisi societarie, retrocessioni. Nel 2020 il Deportivo arrivò addirittura in terza serie. Dal titolo spagnolo alle periferie del calcio professionistico, dalle notti di Champions alla necessità di ricostruire quasi tutto: una parabola difficile da accettare soprattutto per chi aveva conosciuto il Superdepor. Ma quest’anno il Deportivo è riuscito a tornare nel posto che gli compete: la prima serie, la Liga.
Eppure, credo che sia proprio qui che si capisca meglio il rapporto tra il Deportivo e la Galizia. Se una squadra fosse soltanto la somma dei suoi risultati, il Deportivo oggi sarebbe soprattutto il ricordo di quello che è stato. Ma non è così. Basta guardare la gente davanti al Riazor per accorgersi che il legame non dipende dalla categoria, dai giocatori o dai trofei. La maglia continua a essere indossata, continua a passare da una generazione all’altra, continua a comparire addosso a donne e uomini, ragazzi e famiglie. È diventata una parte del paesaggio umano della città.
Forse è proprio questa la cosa che mi ha colpito di più qualche giorno fa. Non la nostalgia per gli anni di Bebeto, Mauro Silva o Fran, non il ricordo del titolo del 2000 e nemmeno quello, molto più personale, della terribile notte del 2004. Mi ha colpito vedere che il Deportivo continua a vivere con una naturalezza che non ha bisogno di giustificazioni. La gente non porta quella maglia perché il Deportivo è ancora quello degli anni d’oro. La porta perché è la maglia del Deportivo.
E forse, alla fine, una squadra diventa davvero importante quando riesce a sopravvivere ai propri successi. Quando il ricordo delle vittorie non è più sufficiente a spiegare perché la gente continui a seguirla. Quando un bambino che non ha mai visto Bebeto giocare può indossare la stessa maglia di suo padre e sentirla propria.
Un simbolo della Galizia
Il Deportivo, allora, è il Riazor ma è anche La Coruña. È il mare che arriva quasi sotto le tribune, è il vento che accompagna la gente verso lo stadio, sono le birre bevute prima della partita e quelle maglie biancoblù che si vedono addosso alle donne e agli uomini della città. È una parte di quella Galizia che ha conosciuto l’emigrazione ma che ha sempre conservato un senso profondo di appartenenza, una terra che ha mandato i suoi figli dall’altra parte dell’oceano e che, forse proprio per questo, ha imparato quanto siano importanti i luoghi e i simboli capaci di far sentire a casa.
Il Deportivo è uno di quei simboli. Non rappresenta soltanto La Coruña nel calcio spagnolo: porta con sé qualcosa del carattere galiziano, quella mescolanza di orgoglio e discrezione, di memoria e ostinazione, di mare e terra che si ritrova anche fuori dallo stadio. E forse per questo il Riazor non è semplicemente un impianto sportivo. È un pezzo della città affacciato sull’Atlantico, un luogo nel quale una comunità si ritrova e riconosce.
Io ci sono arrivato con negli occhi anche il 4-0 del 2004, una ferita che da milanista non posso cancellare. Ma sono ripartito pensando che il calcio, qualche volta, abbia anche questo strano talento: permetterti di tornare nei luoghi delle sconfitte e di guardarli con occhi diversi. Il Riazor resterà per sempre il posto in cui il Milan perse una delle sue partite più dolorose. Ma oggi, davanti a quel mare e a quella gente, è diventato anche il posto in cui ho capito un po’ meglio cosa significhi essere del Deportivo.
E forse essere del Deportivo significa, prima ancora che tifare una squadra, appartenere a un luogo: a La Coruña, al suo vento, al suo Atlantico, alla sua lingua, alle sue storie di partenze e ritorni. Significa portarsi addosso una maglia biancoblù come si porta addosso una parte della propria terra.
Il calcio, in fondo, era già cominciato lì, molto prima di entrare al Riazor. Era nelle strade della città, nel mare a pochi passi, nelle voci della gente e in quelle maglie. Era già dentro la Galizia.

Davide Grassi, giornalista pubblicista, ha collaborato con diversi quotidiani nazionali, tra cui il Corriere della Sera, e con magazine di calcio e radio. Scrive su QS Sport Magazine, inserto mensile del Quotidiano Nazionale. Ha pubblicato diversi libri soprattutto di letteratura sportiva, ma anche di storia della Seconda guerra mondiale e musica rock. Con il primo, nel 2002 ha vinto il premio “Giornalista pubblicista dell’anno”. È vicepresidente di Apa Milan, l’Associazione dei piccoli azionisti del club. Il suo sito è www.davideg.it










