AMORIM COME SACCHI: SQUADRA, GIOCO, POSSESSO

Alla prima conferenza del campionato, il nuovo tecnico predica soprattutto la coesione, ricorda il blasone del club che deve giocare per vincere “tutte le partite, tutta la partita”, conferma la sua idea che ci si difenda meglio se si ha la palla. Liquida Leao (“è infortunato, non gioca”) e spende parole al miele per Cissè e Gabbia

«Non vince la squadra con i giocatori migliori. Vince la squadra migliore»: una frase bellissima, da appendere nello spogliatoio. È un Amorim molto sacchiano quello che si presenta alla sua prima conferenza stampa di campionato al Milan. I suoi concetti chiave? Innanzitutto squadra, tantissima squadra, ripetuta, insistita, declinata anche nelle varianti team, squad, e – molte volte – famiglia; si capisce, insomma, che l’allenatore portoghese vuole un gruppo unito, non per un proposito etico, astratto, ma perché sa bene che per praticare il suo gioco serve coesione, sacrificio, aiuti costanti, e sa altrettanto bene (qui prendo la parola io) di non disporre di tutti gli interpreti ideali per quel tipo di gioco, specie in difesa dove, a parte Gila, non vi sono grandi velocisti (poi ci torniamo). Il secondo punto in ordine di importanza è il club: Amorim denota grande conoscenza e rispetto per il Milan, e rimarca più volte che «il Milan deve giocare per vincere»: il che non vuol dire che vincerà tutte le volte, ma che debba andare in campo per dare il massimo in tutte le partite e in tutta la partita (e in questo fine passaggio dal plurale al singolare si nascondono molti dei mali del Milan recente, e in particolare di alcuni giocatori). Infine la tattica calcistica: possesso palla («pensiamo di difenderci meglio se la palla l’abbiamo noi», un mantra più sacchiano di Sacchi stesso) e squadra alta, con i rischi che ne conseguono e di cui il nuovo allenatore del Milan è perfettamente conscio.

Amorim, avrebbe detto Silvio Berlusconi, ha il physique du rôle. Giovane (è nato nel 1985, come Modric), brillante, diplomatico ma non ipocrita, capisce tutte le domande in italiano senza bisogno di traduzione; risponde in inglese, ma sono pronto a scommettere che presto lo farà in italiano. Si mostra preparato, ad esempio affermando di conoscere Abate e di sapere che cosa ha fatto al Milan (Abate, in conferenza, ricambierà la cortesia dicendo di stimare Amorim). Come qualsiasi allenatore, non parla volentieri di singoli giocatori, ma ne parla. Liquida la questione Leao dicendo che Leao fa parte della rosa ma è infortunato, e quindi non gioca domani e quindi ora non gli interessa parlarne (ehm). Ma alla domanda su chi lo abbia sorpreso in positivo non si fa troppo pregare: «I love Cissè», ripete due volte, come se non riuscisse a trattenersi (e ne sono particolarmente lieto, visto che è da quando il Milan lo ha acquistato, a gennaio, che lo aspetto), e poi elogia Matteo Gabbia in un modo quasi commovente: «Se volete capire il Milan, parlate con Gabbia» (non vorrei sembrare immodesto, ma è quello che abbiamo fatto anche noi). Si capisce che qui Amorim non sta più parlando solo di calcio, ma di stile, di comportamento dentro e fuori dal campo (vi ricordate quando due stagioni fa andava tutto male e l’unico a presentarsi davanti ai microfoni era proprio Matteo?). Mentre sul ruolo di Diego Moreira conferma di vederlo principalmente come un esterno a tutta fascia (“un quinto”, dice in italiano, anche se in teoria sarebbe un quarto, ma ci siamo capiti), quindi forse manca ancora il famoso trequartista di piede sinistro.

Promosso, quindi, almeno per quanto riguarda le idee, lo stile di comunicazione, la conoscenza del contesto, il che certamente non è poco. Il verdetto finale sarà quello del campo, bla bla, lo sappiamo: ma intanto fa piacere ascoltare le dichiarazioni – tutte condivisibili, oltretutto – di un professionista certamente preparato. A mancare, casomai, sono state le domande: pochissime quelle sul gioco, molte quelle su temi fumosi quali “l’emozione dell’esordio al Milan, rispetto agli esordi allo Sporting allo United” (a voi interessa?), dove metterebbe il Milan in una “griglia” (accanto alle salsicce, suggerisco), quanto è importante per i tifosi la seconda stella (ma no, figuriamoci, per noi è uguale). Insomma, mi avete capito: domande che non sono vere domande e che non hanno vere risposte, o hanno risposte scontate, e insistono semplicemente su aspetti retorici, emotivi, astratti. Perché questo accade? Perché nessuno fa domande vere? Forse non è nemmeno censura: è la comfort zone di una manfrina senza scosse, senza increspature, che sancisca più la relazione con l’allenatore e con il club che non il ruolo del giornalista, che è quello di fare domande e a volte di incalzare l’intervistato.

Io, avendo Amorim a disposizione, gli avrei fatto almeno quattro domande “di campo”, una per reparto e una “jolly”. 1) (difesa) Pensa di avere i giocatori adatti per giocare con una difesa molto alta? Non servirebbero difensori più veloci (a parte il già citato Gila) quando ci sarà bisogno di scappare indietro per quaranta metri? 2) (centrocampo) Cosa vede in Musah, giocatore certamente energico ma anche disordinato, tanto da averlo schierato nella squadra titolare dell’ultimo allenamento? 3) (attacco) Ritiene che Ramos e Camarda bastino per una stagione con tre competizioni? Visto che Kostic è partito in prestito, che cosa succede se uno dei due si infortuna o viene squalificato? 4) (jolly) In base a che criterio sono stati scelti i giocatori messi fuori rosa?

Per ora è tutto. Buon campionato e buona fortuna a Ruben Amorim: ne ha bisogno lui, ne abbiamo ancora più bisogno noi.

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.

3 risposte

  1. Finalmente qualcuno senza remore nell’osservare la drammatica povertà (assenza) di idee nelle domande del 99% dei giornalisti. Il sospetto di una preparazione meno che insufficiente per riuscire a porre domande interessanti è concreto. In questo, il giornalismo calcistico è uguale, preciso e identico a quello che si occupa di politica e di argomenti più stringenti per la quotidianità delle nostre vite. Bravo Luca!

  2. Giustissimo il titolo Amorin come Sacchi e la frase «pensiamo di difenderci meglio se la palla l’abbiamo noi» ricorda quello che diceva il grande nils niedholm……..speriamo siano buoni segnali….

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