SONO UN RAGAZZO FORTUNATO

«… perché gioco nella squadra migliore del mondo, per cui faccio il tifo fin da piccolo, il tutto a dieci minuti da casa e dalla mia famiglia». Una lunga conversazione con Matteo Gabbia, il ragazzo normale ma mai banale, che da bambino era soprannominato “Sheva” e che Filippo Galli ha inventato difensore. «All’inizio ci ero rimasto male, volevo stare nel vivo del gioco. Poi ho capito»

Siamo in macchina, diretti a Milanello. Andiamo a intervistare Matteo Gabbia, un’idea che coltivo da tempo e che stava già per realizzarsi una prima volta, quando il suo gol nel derby del 2024 l’aveva resa più complicata, accendendo di colpo i riflettori su un giocatore al tempo poco seguito dai media e, invece, molto amato dai tifosi per i suoi trascorsi nel settore giovanile. E, mentre andiamo, mi rendo conto che, per quanto possa sembrare assurdo, il mio compagno di viaggio è emozionato almeno quanto me. «Non entro a Milanello da otto anni, da quando non ci lavoro più», mi dice Filippo Galli, “lo duca mio”, il mio Virgilio (visto che andiamo a casa del Diavolo), che ha organizzato l’incontro. Capisco all’improvviso che questa trasferta, in un soleggiato mercoledì 1° aprile (tanto che fino all’ultimo mi chiedo se non sia un diabolico scherzo ai miei danni) non è solo un meraviglioso fuori programma per me, un milanista appassionato in modo particolare di settore giovanile da quando il capitano della Primavera era Simone Romagnoli (classe 1990), ma anche – o soprattutto – un ritorno sul luogo del delitto (non diremo, per diplomazia, delitto commesso da chi) per Filippo, che al Milan ha dedicato non meno di metà della sua vita, da giocatore, da allenatore e da dirigente proprio del settore giovanile. «Potremo parcheggiare dentro?», si chiede Filippo con la consueta modestia, mentre io dentro di me inorridisco e penso che uno con la sua storia dovrebbe poter parcheggiare direttamente in sala da pranzo. Come che sia, sì, certo che parcheggiamo dentro, e a Milanello ci accolgono tutti benissimo (come accade sempre, con lui), a partire da Ilaria, che si occupa dell’ufficio stampa. Matteo Gabbia, visibilmente felice di rivedere il suo “mister” (come lo chiama, in modo improprio ma affettuoso), è una sorta di prolungamento di Filippo Galli nel tempo: non solo per il ruolo, per le origini nel vivaio, per la provenienza lombarda, ma soprattutto per un modo di fare che è insieme serio, professionale, ma anche estremamente disponibile, aperto, curioso. Due “anti-star” che non potevano che incontrarsi. Al Milan.

Chi è Matteo Gabbia fuori dal campo? Che cosa ti piace?

«Sono un ragazzo tranquillo, normale, penso una persona per bene. Ho la fortuna di avere mia moglie Federica che amo, aspettiamo una bambina. La casa è il nostro covo, ci piace più organizzare cene con gli amici che uscire. Ho la fortuna di vivere qui vicino, a Legnano: gioco nella squadra migliore del mondo, che tifavo da bambino, e pure a dieci minuti da casa, vicino a tutti i miei affetti. Mi piace lo sport, il tennis in particolare, che ho sempre seguito, da prima del fenomeno Sinner: guardavo i “big three”, Djokovic, Federer, Nadal».

Tu arrivi al Milan nel 2011, a dodici anni, dopo uno scudetto e con Allegri allenatore: che ricordi hai di quel momento?

«Mi ricordo tutto, ma ho ricordi molto precisi anche da prima. Avevo già fatto un primo provino che non era andato bene, ma io ero comunque felice perché per una volta mi avevano dato la maglia del Milan e tutto l’abbigliamento, senza pagare: perché io ero tifosissimo, andavo allo stadio con i miei nonni, abbonati al primo arancio, e ogni anno mi facevo comprare la maglia. Figurati poi quando sono entrato nel settore giovanile del Milan! Quando mi hanno dato la borsa con tutto l’abbigliamento non ci credevo».

È vero che hai cominciato la tua carriera da centrocampista? Questo ti ha lasciato qualcosa in più in termini di sicurezza con il pallone, di palleggio?

«È verissimo, fu proprio Filippo a intuire che potevo fare meglio in difesa, mentre ancora nelle Nazionali Under 19 e Under 20 ho giocato da centrocampista. E anzi, da bambino io volevo addirittura giocare in attacco, nel vivo del gioco, fare gol: e quindi sulle prime ho sofferto questo spostamento, l’ho vissuto come una bocciatura, e ho il rimpianto di non averlo capito subito e di non avere usato quel tempo per apprendere il più possibile del nuovo ruolo. Dal punto di vista tecnico, del palleggio, la cosa bella del nostro settore giovanile è che a tutti veniva chiesto di giocare la palla, a prescindere dal ruolo, di provare la giocata, l’uscita dal basso: era un tratto culturale condiviso».

Chi erano, in quegli anni, i tuoi giocatori preferiti?

«Nel Milan avevo tanti modelli, da Maldini a Thiago Silva. Ma io svariavo, non guardavo solo i difensori: in quel Milan c’erano Zlatan e Pato. E, andando indietro, io ero pazzo per Shevchenko, avevo le sue maglie, tanto che all’oratorio di Fagnano Olona, dove sono nato, mi chiamavano “Sheva”. Qualche settimana fa è venuto a trovarci qui a Milanello: è sempre molto emozionante vederlo, per la sua storia di calciatore ma anche per il momento storico che l’Ucraina sta attraversando, ma non gli ho raccontato del soprannome».

Chi sono secondo te i migliori nel tuo ruolo?

«Tanti. Mi vengono in mente Van Dijk, Chiellini, poi Bonucci per la tecnica con la palla e la lettura della giocata: mi sono allenato con lui e davvero vedeva delle traiettorie di passaggio impensabili. E poi Thiago Silva, che sta facendo una carriera infinita».

Nel 2018 vai in prestito alla Lucchese in Serie C: stagione buona, con 29 presenze e un gol. Come è stata quell’esperienza? Non hai mai pensato che magari un percorso più graduale, magari la B o una squadra di A non di vertice, come hanno fatto molti tuoi compagni, sarebbe stato più formativo?

«Alla Lucchese è stato un anno stupendo: uscivo dalla Primavera e non vedevo l’ora di iniziare la mia vita da calciatore, consapevole che il periodo dorato del settore giovanile era finito e che se volevo tornare al Milan, o comunque al calcio che contava, dovevo impegnarmi, imparare, rubare qualche trucco ai compagni più esperti. Alla fine di quella stagione ho fatto il Mondiale Under 20, giocando sempre titolare, e ho iniziato il ritiro con mister Giampaolo. Ovviamente il pensiero di un percorso più graduale ce l’avevo: l’anno in C era andato bene e sapevo che il passo successivo non doveva per forza essere il Milan. Però bisogna anche saper cogliere le occasioni: il mister mi ha voluto nel gruppo, anche se per i primi mesi non ho giocato, mi sono solo allenato. Ho giocato poi con Pioli: io avevo chiesto di poter andare a giocare, ma anche con la nuova gestione mi è stata ribadita la fiducia e sono rimasto».

Nella stagione 2023/24 vai in prestito al Villareal. Innanzitutto, perché? Come è nata questa decisione, chi l’ha voluta?

«Prevalentemente io: ero in squadra da due anni, e avevo comunque fatto più di cinquanta presenze, però volevo giocare di più. Quindi ho parlato con Pioli, con cui ho avuto un rapporto splendido e a cui voglio ancora molto bene, e gli ho detto che mi sarebbe piaciuto fare esperienza per poi tornare e fare il titolare al Milan. Il mister non era d’accordo, perché credo che se ho un pregio è quello di allenarmi sempre bene, di dare una mano alla squadra, di contribuire a tenere alto il livello (questo è letteralmente il mantra di Filippo Galli, che parla esattamente in questi termini del suo dualismo con Costacurta, del contributo che si può dare anche quando non si scende in campo, ndr) e alla fine sia Pioli che Furlani mi hanno dato una mano e abbiamo trovato questa esperienza in Spagna che mi ha fatto maturare, mi ha fatto uscire dalla comfort zone, mi ha fatto capire anche come si sentono i compagni che vengono in Italia e sono da soli, senza la loro famiglia, senza parlare la lingua: e adesso che sono dall’altra parte cerco di dare una mano ai nuovi che arrivano dall’estero».

A quel punto c’è quella che secondo me è la svolta della tua carriera. A gennaio vieni richiamato d’urgenza, a causa di due infortuni fra i difensori, e secondo me quello che torna è un giocatore diverso, più sicuro psicologicamente, come se essere diventato indispensabile ti avesse dato una forza e una sicurezza diverse. È solo una mia impressione?

«Credo che sia stato un mix di fattori. Un po’ quello che dici tu: c’eravamo solo io e Simon (Kjaer, ndr) che potevamo giocare e questo può avermi dato un livello di responsabilità più alto. Poi c’è il fatto che, sai, il Milan non ti aspetta in eterno, non tutti quelli che vanno in prestito poi rientrano: e quindi io ce l’ho messa tutta per sfruttare questa occasione che mi veniva data. E poi c’è anche che, come dicevo, quella al Villareal è stata un’esperienza breve ma formativa. Di certo, io sono tornato per riprendermi il Milan, per giocare anche dopo, quando tutti gli infortunati fossero rientrati».

Che rapporto hai con il tuo fisico? Quanto sei in possesso di doti naturali e quanto ci hai lavorato?

«Credo di essere un atleta predisposto, certo, ma di essermi anche costruito molto. Quando sono tornato dal prestito in Serie C pesavo dieci chili meno di adesso che sono 86 chili: un po’ il corpo si modifica con l’età, ma tanto è stato il lavoro di preparazione fatto con uno staff di professionisti che non finirò mai di ringraziare».

Tu sei – insieme a Bartesaghi – l’unico prodotto del vivaio in prima squadra: ti senti addosso il ruolo di custode del milanismo? Che cosa rappresenta per te?

«Sì, ma non nel senso che il risultato dipena da me, perché ovviamente dipende da tutta la squadra; è più una cosa mia, perché sono tifoso, vengo da una famiglia milanista e voglio sempre che le cose vadano bene per tutti, per le persone che mi vogliono bene. Però, certo, nello spogliatoio cerco sempre di ricordare a tutti la storia di questa società, il ruolo che le compete, quello che ho visto da bambino e anche quello che so perché l’ho letto e ho cercato di imparare dalle generazioni passate che hanno fatto la storia».

Quando il 22 settembre 2024 segni nel derby, è il momento più bello della tua carriera?

«È stato un momento magico, perfetto, un sogno, perché poi ho segnato verso la fine e quindi anche la sofferenza è stata minore. Però quella è una partita ed è una cosa personale, il mio gol: quindi no, non è stato il momento migliore della mia carriera. Quello che ci ha dato lo scudetto vinto con mister Pioli, l’attesa, le giornate successive, i festeggiamenti infiniti, quello non me l’ha dato nient’altro».

Tornando al milanismo, ti piacerebbe che tornasse un po’ di nucleo italiano e rossonero in questa squadra?

«È una domanda difficile. Chiaramente a me fa sempre molto piacere quando arrivano ragazzi del settore giovanile, come Davide Bartesaghi e Lorenzo Torriani adesso. Però allo stesso tempo devo dire che i ragazzi che ci sono quest’anno nello spogliatoio, pur provenienti da altri paesi, altre culture, altre storie, hanno capito davvero che cosa sono questa società e questa maglia. Al di là di tutti i luoghi comuni, ti posso assicurare che questo è davvero un bel gruppo, molto unito: a volte ci alleniamo anche due volte al giorno e poi organizziamo cene di squadra anche se siamo stati insieme tutto il giorno, perché stiamo bene».

Qualche settimana fa Allegri ha citato Bartesaghi, Camarda, Torriani e Comotto come i nuovi talenti del Milan. C’è qualche altro giocatore del settore giovanile o di Milan Futuro che ti piace particolarmente, quando lo vedi allenarsi con la prima squadra?

«Sì, ce ne sono, ma preferisco non fare nomi. Per un motivo: magari io vedo un allenamento fatto bene, che mi colpisce, ma poi non so come quel ragazzo si allena nel resto della settimana, come si comporta in spogliatoio, come gioca; quindi il mio giudizio è sempre parziale».

E invece, al contrario, c’è qualche tuo compagno del settore giovanile al quale avresti pronosticato un futuro più luminoso di come poi è stato?

«Ce ne sono tanti. È chiaro che da un settore giovanile come quello del Milan passano tanti giocatori di qualità: poi il risultato dipende da tanti fattori, a partire dagli infortuni. Io sono ancora in contatto con Emanuele Torrasi, che è del mio stesso anno e ha fatto tutta la trafila delle giovanili con me: secondo me lui aveva delle qualità eccezionali, ma ha avuto la sfortuna di rompersi il crociato due volte e questo lo ha sicuramente frenato. Oppure Mihael Modic, un esterno offensivo che aveva qualità tecnica e fisica incredibile, ma forse non ha trovato intorno a sé l’ambiente giusto, le persone giuste. Da questo punto di vista credo di essere stato molto fortunato».

Oggi è un giorno difficile per parlare di Nazionale, dopo la dolorosa eliminazione con la Bosnia. Qual è il tuo rapporto con la maglia azzurra?

«Con la Nazionale ho un bel rapporto e ho già fatto diverse convocazioni: naturalmente è un rapporto ancora in costruzione, ma spero che possa evolversi. Sono in contatto con Gattuso (che nel frattempo si è dimesso, ndr) e so che mi stima: l’ho sentito per dirgli che a causa dell’operazione avrei saltato questo slot, a cui avrei partecipato molto volentieri. Ovviamente sono molto dispiaciuto per come è andata questa qualificazione, ma credo che dobbiamo rimanere uniti, che le divisioni e le polemiche non portino mai nulla di buono».

Come si chiamerà la tua bambina?

«Vittoria. Speriamo che sia di buon auspicio!»

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.

5 risposte

  1. Che tuffo nel passato mi hai fatto fare, ho dei ricordi meravigliosi di quegli anni, erano dei ragazzini con tante speranze, quando stilavo le distinte a volte mi chiedevo…. chissà se un giorno potrò raccontare ai miei figli che li accompagnavo per mano lungo i vialetti del Vismara e che oggi sono dei campioni.
    Un abbraccio a Filippo e uno a Luca che da Bimbo che era adesso e’ un Uomo.
    Sergio A.

    1. Bellissimo articolo Luca, Chapeau! È fuor di dubbio che un giocatore quale il nostro Matteo Gabbia riconduca i nostri pensieri alla rievocazione, per precise analogie quali luogo di origine, caratteristiche fisiche, ruolo ricoperto in campo, tifo verace per il Milan sin da bambino, al nostro Invincibile ed attuale direttore Filippo Galli.Ed allora benvenga questa nuova iniezione di Milanismo non potrà che apportare tanto affetto e bene in più al nostro Diavolo desideroso di riconquistare il suo storico cammino preferito:
      l’Europa!
      Buona Pasquetta a tutti!

      Massimo 48!

  2. Il “Milanismo” di Matteo come lo era quello di Filippo , Chicco , Paolo , il Capitano… c’è ne vorrebbe qualcuno in più !!!

  3. Grazie del bell’articolo. Rende evidente il motivo per cui, ad alcuni che hanno l’eta’ “giusta”, Matteo Gabbia faccia pensare a Filippo Galli

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *