Tutelare l’etica del lavoro, il valore del sacrificio e il rifiuto di ogni alibi è da sempre il modo più autentico per tracciare una rotta indelebile nel panorama dello sport: nell’esempio umano e professionale lasciato da Franco Baresi si riscontra l’antidoto più potente a una narrazione contemporanea che troppo spesso insegue la scorciatoia e il consenso superficiale. La figura del Capitano, specchio di una cultura sportiva ancorata a principi di rara sostanza, preferisce la concretezza dell’impegno quotidiano e il silenzio dei fatti piuttosto che la retorica consolatoria o la ricerca di riflettori facili, offrendo una lezione di straordinaria attualità per un movimento in perenne cerca di punti di riferimento.
A due settimane dalle esequie del capitano, la riflessione sul suo percorso e sulla sua mentalità è diventata una testimonianza collettiva. Una visione della professione che l’episodio simbolo dei Mondiali americani del 1994 consacra senza appello: operato al menisco durante il torneo, Baresi stringe i denti e torna sul terreno di gioco appena 25 giorni dopo per disputare 120 minuti monumentali contro il Brasile. Un’impresa che dimostra come il fattore fisico e il dolore non siano mai stati un limite insuperabile di fronte al senso di responsabilità, ma il terreno su cui misurare la propria dedizione verso la squadra e il Paese.
« Ho sempre pensato che la fascia di capitano non fosse un ornamento, ma un dovere quotidiano », emerge dalla storia di un uomo che ha incarnato la leadership attraverso la coerenza: non servivano proclami o urla nello spogliatoio, ma la capacità di essere il primo a correre e l’ultimo a mollare, pretesa legittimata solo dall’essere il primo a dare l’esempio in ogni singolo allenamento.
Traspare di fondo la necessità di trasmettere ai giovani una nuova percezione del merito, fondata sulla resilienza e sul rispetto della maglia come reale svolta per la crescita delle nuove generazioni: non servono ricette illusorie, ma la consapevolezza che il talento da solo non basta. Come ricordato in queste pagine, il dibattito educativo nello sport giovanile deve trovare il coraggio di confrontarsi con la cultura della fatica intesa non come sofferenza fine a se stessa, ma come strumento metodologico per sviluppare autonomia, carattere e senso di appartenenza, superando la tentazione di proteggere gli atleti da ogni minima difficoltà.
C’è infine una mia personale riflessione collaterale che riguarda il futuro e i luoghi simbolo del club: l’opportunità formidabile di intitolare il Centro Sportivo di Milanello a Franco Baresi. Intitolare la casa del lavoro rossonero al Capitano non sarebbe soltanto, a mio parere, una semplice formalità celebrativa, ma la consacrazione di un’identità precisa per chiunque varchi quei cancelli; la dimostrazione che i successi passano, ma la cultura del lavoro coltivata giorno dopo giorno rimane l’unico vero fattore determinante per l’evoluzione di un atleta e di un uomo.

Bio: Francesco Borrelli
Francesco è un Mental Coach certificato Acsi – CONI. Oltre alla Laurea in legge presso l’Università degli Studi di Genova, si è formato in PNL attraverso corsi e Master conseguiti nell’ambito di aziende private di cui ha fatto parte. Negli anni ha coltivato la sua passione per lo sport scrivendo per testate giornalistiche liguri, oltre a svolgere il proprio lavoro di consulente d’azienda in ambito bancario. L’attività di Mental Coach lo porta da diverse stagioni ad accompagnare sportivi impegnati a preparare Olimpiadi e Mondiali, oltre a calciatori di tutte le età, agevolandone i rispettivi percorsi e seguendone tutta la trafila giovanile fino all’approdo in prima squadra. Il suo sogno è continuare ad aiutare i giovani calciatori, anche rossoneri, dal suo ufficio a Milanello, di fianco alla “palestra delle leggende”.
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6 risposte
Buongiorno . Esempio mirabile di come in poche righe si possa dire tutto, bravo.
grazie mille
Complimenti per la scelta della foto. Adoro quella foto di Franco Baresi più di qualunque altra. La maglia a strisce strette, senza sponsor. Gli scarpini Adidas World Cup. Il pallone di cuoio a rombi. Franco Baresi è diventato Franco Baresi anche perché ha cominciato nell’ultimo Milan di Gianni Rivera e Nils Liedholm
nostalgia – anni 80 livello Pro! Concordo
“…la cultura della fatica…superando la tentazione di proteggere gli atleti da ogni minima difficoltà.” Lei Borrelli ha colto punti fondamentali. In altre discussioni con Galli, tutte le analisi si incentrano sul nodo della metodologia. Il discorso rimane vano se non si parte da quello che lei sottolinea, a cui aggiungerei, se posso permettermi, una motivazione individuale forte per darsi e raggiungere degli obiettivi. Prendendo come riferimento chi, come Baresi, nel passato ne ha fatto un tratto dominante della propria personalità. E qui entriamo in un altro discorso, quello della memoria e del passato, praticamente sconosciuto ai più… Complimenti
grazie, si tratta di seguire il contesto e il materiale umano a disposizione. Faccio un altro mestiere per cui sulla tecnica e sulla tattica sono al massimo uno spettatore interessato. Per quanto riguarda la motivazione invece il plus non è con la retorica da spogliatoio, ma con la focalizzazione sul processo: definire micro-obiettivi quotidiani in cui l’atleta impari a misurare il proprio valore non dal risultato immediato, ma dalla capacità di rimanere presente e performante proprio mentre il corpo e la mente chiedono di mollare