CERTI AMORIM NON FINISCONO

Pubblicato su MilanNews

Lo aveva detto nel 2017: “Ho realizzato il mio sogno di giocare per il Benfica, adesso devo allenare il Milan”. Dopo giorni d’attesa e una girandola di nomi, Ruben Amorim sarà alla guida dei rossoneri (almeno) nella prossima stagione 2026-’27, anche se il contratto sarebbe molto lungo, tre anni più opzione. Tralasciando il fatto che non vi siano ancora un direttore sportivo e un responsabile dell’area tecnica, ormai farlo notare è uno spreco di tempo e di energie, Amorim è stato probabilmente il meno rigido fra i tecnici contattati: immagino che abbia fatto un passo indietro pur di realizzare il suo sogno.

Ma che cosa dobbiamo aspettarci dal giovane tecnico, nato a Lisbona nel 1985? Certo, la provenienza, consentitemi la battuta, non è foriera di buoni auspici considerando i risultati ottenuti dai due tecnici portoghese, Fonseca e Conceicao, che si sono succeduti sulla panchina rossonera prima dell’arrivo di Mister Allegri. Tuttavia a me Amorim piace, perché è un tecnico che crede nella forza delle idee, nella possibilità di dare un’identità ben precisa alla propria squadra: non si rassegna e non si rifugia nell’alibi spesso utilizzato da un allenatore in difficoltà, e cioè che i giocatori non sono adatti al suo calcio; certo, si adopera per averli, ma poi lavora alacremente affinché ciascuno degli interpreti comprenda ed entri non tanto nel ruolo ma – è diverso – nella funzione che gli verrà assegnata in campo. Una linea di comportamento che significa partecipazione e attenzione maniacale e che, fatte le debite proporzioni, mi ricorda molto quanto messo in atto dalle squadre del Milan di Sacchi, prima e soprattutto, e di Capello, poi, che negli anni ‘80 e ‘90 hanno vinto ed entusiasmato.

Con queste premesse, Amorim ha fatto benissimo in Portogallo, vincendo molto con lo Sporting Lisbona, e male a Manchester, sponda United: una piazza che – purtroppo – ha molto in comune con il Milan: anche i diavoli rossi sono una grandissima d’Europa che ha totalmente perso identità e prestigio sul campo. Guardiamo quindi all’Amorim portoghese, per capire come potrebbe giocare il suo e nostro Milan.

La squadra si schiererà presumibilmente con una linea difensiva composta da tre centrali a cui si possono unire i due esterni andando a costituire così all’occorrenza una linea a cinque; avrà poi due centrocampisti centrali e tre giocatori più avanzati, ma sempre a disposizione nella fase difensiva (un 1-3-4-3 capace di trasformarsi in un 1-5-4-1). Una squadra che quando non è in possesso tende ad aggredire in avanti, presidiando il centro del campo e spingendo gli avversari verso l’esterno per raddoppiarli e triplicarli; e che, in possesso palla, prova ad attirare la pressione avversaria per disorganizzarne il sistema difensivo e trovare gli spazi per verticalizzare velocemente. In questo caso lo schieramento diventa addirittura un 1-3-2-5 con gli esterni a dare ampiezza, una punta centrale e i due attaccanti che entrano dentro al campo per occupare quegli spazi intermedi tra linea difensiva e i centrocampisti avversari dove è più probabile liberarsi per ricevere palla.

Anche qui, non mancano le similitudini con il Milan di Arrigo. Certo, in molti direte che quella squadra aveva grandi giocatori, ed è vero: ma, insisto, quei grandi giocatori hanno interpretato un’idea, rendendola reale e consegnando quel Milan alla storia. Senza quell’idea non sarebbe stato lo stesso.

Questo sulla carta. Sappiamo come il nostro Campionato sia un torneo difficile, in cui le squadre tendono a lasciare l’iniziativa all’avversario e allora sarà importante per il nuovo tecnico indirizzare la propria attenzione sulla capacità di scardinare schieramenti e blocchi difensivi bassi che tendono a togliere spazio e tempo a chi attacca.

Veniamo ora agli interpreti: Amorim necessita sicuramente di un giocatore alla Modric; se il croato non sarà più dei nostri, è probabile che si punterà su Jashari e/o Ricci anche perché, se venissero confermati Rabiot e Fofana, i quattro di centrocampo ci sarebbero e gli investimenti dovrebbero essere rivolti altrove. In primo luogo, all’acquisizione di un difensore con spiccate doti in fase di costruzione (e che sappia difendere); una punta centrale da doppia cifra; due attaccanti di qualità che sappiano giocare nel traffico. Chi rimarrà, del pacchetto offensivo esistente: al momento è davvero difficile da pronosticare. Mi sentirei di dire che Pulisic è un giocatore funzionale al progetto sia per caratteristiche tecniche che “geopolitiche” (non mi fraintendete: intendo solo dire che ha una grande popolarità sul mercato americano). Rafa Leao resta un grande punto interrogativo: perché se è vero che un tecnico suo connazionale potrebbe rivitalizzarlo (e che mancano grandi offerte dall’estero), è anche vero che Amorim chiede ai due attaccanti esterni tanto, tanto lavoro anche in fase di non possesso. Nkunku? Gimenez? Non lo so. Lasciamo fare a chi di dovere (appunto, chi?).

Quello che, ribadisco, mi sento di dire è che questo nuovo allenatore mi ispira tanta, tanta fiducia, per le sue idee di calcio pensato e dominante e non solo reattivo, per la sua giovane età, per la sua ambizione. Attenzione, però: un tecnico di questo tipo, un tecnico “costruttivista” (passatemi il prestito lessicale dalla filosofia) avrà bisogno di TANTO tempo e di TANTO appoggio da parte del Club. Questa situazione dovrà essere uno stimolo in più per Amorim, per lo staff e per i giocatori, che dovranno rispondere alle proprie responsabilità, senza facili lamentele o scuse. Ma, soprattutto, obbligherà tutti – governance o non governance – a lavorare per il Milan, per la passione che lo sostiene e che forse qualcuno non ha ancora compreso fino in fondo. Affanculo (ops, scusate, mi è partito :-)) Dicevo, mettiamo da parte l’individualismo: ciò che conta è la squadra. Non si tratta di uno slogan, ma di un pensiero forte che deve risiedere nell’animo di chi lavora per questa storica maglia a righe verticali rosse e nere.

3 risposte

  1. Buonasera a tutti. Articolo da parte mia condivisibile.
    Amorin è senza dubbio un allenatore che ama lavorare per “cercare di vincere” e non per “non perdere”.
    Oggi, la mentalità in Europa è questa.
    Tralasciando i motivi per cui abbia accettato di venire in un ambiente tossico come quello rossonero, l’idea di avere un allenatore del genere, a me non dispiace.
    Amorin è un buon allenatore, ma come ripetuto alla noia, la tossicità prodotta da chi è nelle stanze dei bottoni è ciò che potrebbe farci fare un’altra stagione di “pianto e stridor di denti”.
    Adesso, ci sarebbe bisogno di qualcuno che chieda al Mister di cosa necessita (campagna acquisti/cessioni sensata) e poi sostenerlo soprattutto nei momenti di difficoltà, cosa che è ampiamente dimostrato che questa proprietà non sa e non vuole fare.
    Sicuramente il livello va alzato, ma la cosa più importante sarà avere dei giocatori motivati.
    Personalmente, con un allenatore del genere, ripartire da chi “ha fame” sarà fondamentale, a costo di perdere certi elementi che sono ampiamente arrivati al capolinea.
    Comunque, se non mettono sul piatto la cifra giusta per la punta, sarà difficile lottare per lo scudetto.
    In generale però non ci sarà da stravolgere la “rosa”: in fondo, prima che qualcuno “avvelenasse” l’ambiente, eravamo secondi, in un campionato che fa piangere.
    Per l’Europa lasciamo perdere…
    P.S. Trovo ottimo aver “cancellato ” la parolaccia, credo fosse fuori luogo e sono convinto non facente parte del vocabolario di chi ha scritto l’articolo.

  2. Grazie Filippo per la luce di speranza. A prescindere da Ruben Amorim, la mia preoccupazione sta comunque nella linea di comando: il pesce puzza dalla testa, si dice. Amorim non può fare tutto da solo.

    La gestione Cardinale (GC) lascia infatti parecchio perplessi. Almeno tanto quanto buona parte delle levate di scudi nei suoi confronti.

    Mi lascia perplesso non tanto perché l’uomo ignori, come tantissimi sostengono, come funzionino il Milan e più in generale il calcio italiano, ma proprio per la sua apparente non gestione, malgrado sia un uomo d’affari. Pure statunitense.

    In qualità di Fondatore, Managing Partner e Chief Investment Officer di RedBird Capital Partners, GC gestisce oltre 14 miliardi di dollari in asset nei settori dello sport, dei media, dell’intrattenimento e dei servizi finanziari. In qualità di CIO, guida direttamente le strategie d’investimento e l’attività di “company-building” del portafoglio globale. Tra le altre cose, oltre ad essere Consigliere / Trustee del Mount Sinai Health System — network ospedaliero e sanitario di New York da oltre 43.000 dipendenti con più di 7.400 medici di base e specialisti, 12,8 miliardi di dollari di fatturato e 14,2 miliardi di dollari di patrimonio complessivo — Cardinale ha guidato in prima persona i passaggi strategici relativi all’accordo di fusione tra Skydance e Paramount Global (concluso nel 2025, garantendo a RedBird diritti di voto significativi in Paramount) e la successiva mega-acquisizione da 110 miliardi di dollari di Warner Bros. Discovery nei primi mesi del 2026. In breve, si direbbe che conosca bene le dinamiche di business e quelle aziendali. Sfuggono quindi certe evidenti amnesie quando c’è di mezzo la gestione dell’AC Milan.

    Da quando gestisce la baracca, si è assistito a un imbarazzante percorso di svilimento del prodotto Milan (uso volutamente una terminologia cara al business Made in USA), di cui i recenti rifiuti da parte di potenziali dirigenti, allenatori e pure giocatori (questi ultimi da più tempo, in effetti) sono l’indicatore più impietoso. Lavoro con multinazionali a stelle e strisce da decenni. Il giochino è molto semplice: l’obiettivo è crescere. Chi non contribuisce alla crescita, o peggio è pietra angolare nel fallimento degli obiettivi, paga di persona con l’allontanamento. Finché porti risultati sei pagato, e pure profumatamente; se sbagli, paghi. Che alla fine è la logica della competizione sportiva: se vuoi risultati devi essere pronto a sacrificarti per migliorarti sempre, gli avversari non stanno a dormire. Non si capisce quindi come RedBird possa tollerare superficialità, incompetenza, pressappochismo e una fila di insuccessi dell’AC Milan. Il danno d’immagine e finanziario sono ormai prassi e non si intravede una strategia aziendale capace di ribaltare la situazione. Il rischio di disaffezione di clienti e sponsor è sempre più concreto. Sfugge come si possa pensare di creare un prodotto di successo senza una strategia chiara, che si esprima anche in un organigramma completo e non in un groviera. I profili del management indicano anche il profilo della società e cosa attendersi. Non a caso assunzioni e licenziamenti possono influenzare un titolo azionario. Le aziende sono composte da uomini. Il profilo di questi genera aspettative.

    La faccenda dell’ignorare come funzionino il Milan e il calcio italiano non mi sembra una spiegazione plausibile. Sostenere l’assenza di successi sia dovuto a non capire San Siro o non volere manager, allenatori e calciatori italiani mi pare non solo riduttivo, ma pure davvero presuntuoso. Lo stato deprimente del calcio italiano non depone a favore di questa tesi — escluso dai Mondiali per la terza volta di fila, una Serie A che pare interessare sempre meno agli appassionati di calcio nel mondo, figuracce assortite nel contesto europeo sia come nazionale sia come club, con solo qualche rarissima eccezione per cui una rondine non fa primavera. Da anni i club vincenti sono vere e proprie multinazionali capaci di coniugare i risultati sportivi a quelli commerciali per una sostenibilità di lungo periodo.
    Non è rimpiangendo il calcio di fine anni ’80 che si torna a vincere. A fronte di un Berlusconi c’erano pure i Cragnotti, i Tanzi e tutti quelli che hanno piegato leggi e regole (vedi l’evasione fiscale per pagare calciatori) riducendo alla fine il nostro calcio a come è adesso. Sperare di risolvere un problema affidandosi a chi l’ha creato non mi pare proprio da persone intelligenti. Per quanto noi, collettivamente, continuiamo in effetti a farlo quando ci rechiamo al seggio e ci crediamo pure più furbi degli altri. Ma questa è un’altra storia. O forse è proprio la stessa.

    1. Complimenti e grazie per il commento, ricco di spunti di preziosa informazione. Sarei curioso di sapere la sua idea in merito, appunto, all’ultima parte di articolo.
      Considerando ciò che dice, lascia modo ad ognuno di farsi un idea sulla base di idee condivisibili e fatti reali. Vorrei dunque chiederle: la sua idea in merito alla svalutazione Milan qual è? Come vede il fatto che il organigramma posso essere formato (così pare) da persone “poco famose” ma in continuità con ciò che negli ultimi anni è stato (vedasi ultime dichiarazioni riportate di Boban)?
      grazie in anticipo e complimenti ancora

      Manuel

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