CALCIO: COSTRUIRE UNA COMUNITÀ ARMONICA PER RIPARTIRE

Vorrei partire dal titolo di un libro di Simon Critchley edizione Einaudi: “A cosa pensiamo quando pensiamo al calcio”. Perché il calcio riguarda tanti aspetti della nostra esistenza: storia, memoria, ambienti, classi sociali, identità familiare e nazionale, natura dei gruppi, sia quelli che compongono le squadre che i tifosi stessi.

Che il calcio riguardi la sfera sociale lo dice anche il suo nome inglese originario: Football Association, il calcio è la forma in cui si organizza il “socius”, la libera associazione di esseri umani.

Il motivo per cui il calcio è così importante, per molti di noi, risiede proprio nel suo essere una esperienza profondamente aggregante. Non ci mancano i mondiali solo perché non partecipiamo a un torneo, ma perché ci mancherà quella forma sociale e di aggregazione, quel “gesto al servizio della bellezza” come diceva Marcelo Bielsa, ci mancherà quell’alzarci dalla sedia, quel sospiro, quel gol che per un attimo ci fa sentire parte di un popolo.

Dopo il terzo Mondiale consecutivo mancato, il calcio italiano è chiamato a una riflessione profonda. Non si tratta solo di risultati sportivi: il calcio è identità, memoria, appartenenza. È quell’esperienza collettiva che ci fa sentire parte di qualcosa di più grande, capace di unire generazioni e territori.

Se vogliamo ripartire davvero, dobbiamo farlo dalle fondamenta:

1. Ripartire dal Settore Giovanile

Il rilancio non può dipendere solo dai vertici federali o dai colpi di mercato. Serve una revisione strutturale che metta al centro il settore giovanile, soprattutto quello dilettantistico.

Il futuro nasce nei campi periferici, nelle scuole calcio, nei centri di formazione. Qui allenatori ed educatori non sono soltanto tecnici, ma figure decisive nella crescita sportiva e personale dei ragazzi. Investire sui giovani significa investire sulla cultura calcistica e sportiva del Paese.

2. Dare priorità ai processi, non all’urgenza

Uno degli errori più frequenti è voler risolvere tutto subito. Il calcio italiano ha bisogno di tempo, non di soluzioni tampone.

Privilegiare il tempo significa costruire percorsi solidi, accettare una visione a lungo termine, lavorare con pazienza e coerenza. Le grandi vittorie sono il frutto di processi maturati nel tempo, non di interventi affrettati.

3. Strutture e talento: qualità prima di tutto

La qualità delle persone deve andare di pari passo con quella delle strutture. Campi adeguati, spazi sicuri e centri sportivi ben organizzati non sono un lusso, ma strumenti educativi. Trasmettono cura, rispetto e progettualità.

Allo stesso modo, il talento va scoperto, accompagnato e coltivato. Il vero successo non si misura solo nei trofei, ma nella qualità delle relazioni e nella crescita umana degli atleti. Lo sport è autentico quando resta scuola di vita.

4. Costruire una comunità armonica

La parola chiave è armonia: tra tecnica, pensiero ed emozione; tra individuo e squadra; tra società sportiva e territorio.

Ogni club dovrebbe diventare un punto di riferimento educativo e sociale, non solo un luogo dove si gioca la partita della domenica. Il calcio può tornare competitivo quando riscopre la sua dimensione comunitaria.

5. Investimenti mirati e cultura sportiva

Il rilancio richiede investimenti pubblici e federali, ma con un criterio chiaro: premiare le realtà che costruiscono valore sociale oltre che sportivo.

La crisi può diventare un’opportunità se scegliamo di generare una nuova cultura sportiva. Perché il vero patrimonio del calcio italiano non è solo il risultato, ma il percorso quotidiano di crescita di migliaia di bambini e bambine.

Per concludere, ogni club, ogni società sportiva, dovrebbe porsi come obiettivo quello di maturare una proposta di valore che tenga conto dei bisogni di tutti gli attori coinvolti. Nessun risultato e nessuno sviluppo si ottiene nel tempo senza accettare la sfida di generare una diversa cultura sportiva.

“Senza un grande proposito, non ci sono grandi vittorie, senza un sogno non inizia il viaggio. Il sogno ci chiama e ci spinge all’impegno e alla sfida. Il linguaggio imprenditoriale ha chiamato “visione” il sogno spogliandolo del suo romanticismo, in ogni caso il sogno è abitato non è illusorio”. (Jorge Valdano, “Le undici virtù del leader”).

BIO: GIOVANNI GHEDINI nato a Ferrara il 09/08/1985, è allenatore UEFA B e attualmente Head Coach U15 presso ASD Olimpus Roma. Con un percorso nei settori giovanili di AC Milan e S.S. Lazio, ha sviluppato competenze tecniche e organizzative nella formazione dei giovani atleti. Laureato alla Triennale e Magistrale in Scienze Motorie a Milano, crede in un calcio che unisce qualità, crescita educativa e responsabilità sociale.

6 risposte

  1. Articolo davvero molto interessante. Bellissima la citazione di Valdano in chiusura, riassume perfettamente lo spirito che dovrebbe avere chiunque lavori con i giovani. È un piacere sapere che ci sono persone come il Sig. Ghedini Giovanni che credono in questa “visione” ambiziosa e ricca di valori. Complimenti davvero.

  2. Bellissimo articolo, che fa sperare!
    Da mamma di figli maschi che frequentano società sportive, sono sinceramente un po’ scoraggiata per come vedo vivere lo sport oggi. I ragazzi si accingono ad iniziare un percorso dove sperano e desiderano crescere, diventare bravi, migliorare le tecniche, ma anche divertirsi e coltivare una passione! Quello che accade purtroppo è spesso un partecipare a qualcosa dove non ci si diverte, dove la tecnica sovrasta il cuore, azzerando qualunque emozione e espressività. Ci ritroviamo così ad avere atleti magari estremamente competenti ma totalmente privi di passione, ed è qui che lo sport smette di avere valore sociale, per l’individuo e la comunità in cui vive. Tutto è unicamente finalizzato alla crescita della società sportiva, dove gli atleti sono considerati meramente pedine di un gioco che vale molto più del singolo. Tanti giovani, allora, si spengono, e si ritrovano presto ad abbandonare, demotivati, cercando in un altro sport le disattese speranze di essere guardati e stimati, coinvolti davvero nel gioco, aiutati a migliorare non semplicemente stando in panchina a guardare chi gioca meglio di loro. Occorre che davvero, come scrive Ghedini, chi si imbarca nell’arduo compito di guidare giovani atleti sia davvero interessato a investire su di loro, alla loro crescita umana, che abbia desiderio di incontrarli e conoscerli, e che li stimi concretamente a costo a volte di perdere una partita, perché vale infinitamente di più per l’oggi e per il domani che un ragazzo percepisca il proprio valore, per poter correre grintoso a guadagnare la vittoria anche sul campo! Forse sì che allora ritorneremo ad avere un’identità sportiva e un senso di appartenenza a qualcosa di più grande di una semplice squadra.

    1. Articolo molto significativo che racconta con precisione cosa sta accadendo nel nostro calcio.
      Quello che risalta nelle parole del Mister Ghedini sono la passione, la mentalità e quello che dovrebbe accadere nelle società sportive dilettantistiche che purtroppo molto spesso il fattore piu importante è la classifica.
      La crescita di ogni atleta è la parte significativa del risultato e il risultato arriva con il duro lavoro quindi mi congratulo con il mister Ghedini che ha un idea veramente moderna che molti dovrebbero prendere come modello di lavoro.

  3. Una grande riflessione, credo che un punto chiave sia anche la valorizzazione delle competenze tecniche educative dei misters coinvolti in campo, per favorire cosi la crescita globale del giocatore.

    Complimenti Giovanni bell’articolo

  4. Il calcio è sicuramente (ahimè) un potente generatore di identità e di coesione sociale, configurandosi come un vero e proprio inconscio collettivo in cui la coscienza del singolo individuo si dissolve per lasciare spazio a rituali e simboli condivisi. La squadra rappresenta un ancoraggio territoriale profondo capace di offrire una risposta immediata al bisogno umano di appartenenza a una comunità. Penso però che l’evoluzione contemporanea di questo sport abbia interrotto bruscamente tale dinamica. Le “giovani promesse” del calcio (i nostri figli) non vengono più educate al sacrificio collettivo o alla lotta per il bene comune della squadra bensì alla valorizzazione esclusiva della propria individualità. Il calciatore si trasforma in un brand autonomo, un’azienda individuale. Di riflesso, anche il legame con il pubblico si snatura, poiché le nuove generazioni di tifosi tendono a seguire i singoli campioni piuttosto che le società storiche, frammentando le comunità stabili in comunità di follower.
    Condivido con te che oggi è tutto nelle mani di tecnici e allenatori, affinché il calcio non perda la sua funzione terapeutica di rifugio contro l’isolamento moderno. Anche perché quando l’atleta diventa un’entità focalizzata solo sull’auto-affermazione, lo stadio cessa di essere il tempio di un rito per diventare un semplice teatro dello show business.

  5. Grande mister !!
    Un’analisi molto lucida e necessaria. Spesso si parla solo di risultati e classifiche, dimenticando che lo sport dovrebbe prima di tutto formare persone. Costruire valore sociale oltre che sportivo è probabilmente la sfida più importante per il futuro del calcio italiano.

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