UNICATT – TEORIA, TECNICA E DIDATTICA DEL GIOCO DEL CALCIO – LA METODOLOGIA PER PRINCIPI: SAPERSI MUOVERE TRA PRINCIPI E CODIFICHE (EDGARDO ZANOLI)

Per il quarto anno consecutivo avrò l’opportunità di frequentare presso l’Università Cattolica di Milano alcune lezioni del Corso di “Teoria, Tecnica e Didattica degli sport individuali e di squadra”, dedicato al GIOCO DEL CALCIO, tenuto dal Prof. Antonello Bolis, coordinato da Edgardo Zanoli, assistiti da Elena Vagni, all’interno del Corso di Scienze motorie e dello sport. Di seguito le note raccolte in aula. Saranno appunti, come mi piace definire…sparsi, da cui trarre spunto per eventuali discussioni. Di seguito quelli relativi all’intervento di Edgardo Zanoli tenuto il 7 ottobre.

Edgardo parte dall’affermazione di Pier Paolo Pasolini, considerato tra i maggiori intellettuali italiani del Novecento, che definì il gioco del calcio: “l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo“, a sottolineare quanto questo sport sia così presente nella vita di tutti (o quasi) noi. Pensando al Calcio come fenomeno sociale ci sovvengono diversi pensieri: l’immagine, la ricchezza, lo status sociale che si ottiene lavorando in un club importante – “posso indossare quella maglia, con quel logo”. Se invece guardiamo ai comportamenti dei tifosi sappiamo come gli appassionati siano disposti a tutto pur di sentirsi parte di qualcosa di grande, siano disposti a spendere soldi, a superare scandali (Calciopoli), i commissariamenti delle istituzioni calcistiche, i fallimenti dei club, i comportamenti folli di alcuni Presidenti e via dicendo. Nelle vite da tifoso il Calcio ci consente di RICOMINCIARE OGNI VOLTA DA CAPO, ogni domenica si riparte dallo 0-0…la nuova stagione sarà quella buona. Si ama il Calcio, lo si vive assiduamente perchè ci permette continue rinascite. Nella vita reale, nello studio, nel lavoro, nelle nostre attività non è così.

La domanda che Zanoli rivolge ai presenti (futuri preparatori atletici, alcuni sono già allenatori, altri giocano in contesti dilettantistici) è la seguente: “perchè siete nel mondo del calcio? Tra l’altro in un contesto dilettantistico e di settore giovanile, in cui il riconoscimento economico è spesso irrisorio? “. E si perchè tolti i top club nel settore giovanile i guadagni non sono così elevati. Il senso di precarietà è accentuato anche dalla durata dei contratti: sono quasi sempre annuali e aumentano solo se si allenano le fasce d’età più alte e, spesso, il passaggio viene riconosciuto solo se si vince. Questa dinamica porta l’allenatore ad avere come unico obiettivo la vittoria mettendo in secondo piano il tema della formazione e quindi del miglioramento del giocatore in prospettiva. Tutto ciò condiziona il modo di allenare e allora qualcuno preferisce restare nell’attività di base perchè si è soliti dire che allenare lì sia una vocazione: ci si definisce educatori, istruttori…niente di più sbagliato! Anche nell’Attività di Base si è allenatori. Si deve allenare e formare.

Non è solo il giocatore al centro del progetto, ci deve essere anche l’allenatore. Perchè l’allenatore non fa eseguire ma il suo compito deve essere quello di implementare situazioni di gioco in cui il giocatore si trova nelle condizioni di fare delle scelte.

Se allenare così non mi da soddisfazioni devo riconoscerlo. Devo riconoscere le dinamiche che mi soddisfano. Perchè così capisco quale sia il metodo di allenamento che più mi motiva, che più mi si addice. È un atto di onestà verso me stesso e verso i giocatori.

Se vedo un giocatore che fa dei gesti tecnici è sufficiente per capire se ha appreso? Se glieli faccio eseguire secondo delle codifiche, come faccio a determinare se ha compreso il perchè della sua azione?

Se il giocatore esegue ma non sceglie, non apprende. L’allenatore si comporta da l’istruttore: dà istruzioni al giocatore su cosa fare e come farlo, il giocatore esegue senza comprendere.

Il Calcio è complessità. È complesso perchè le cose che devo tenere insieme sono tante. Lo è dal punto di vista sociale (sopra abbiamo accennato al perchè) e dal punto di vista del gioco: si gioca con i piedi, c’è competizione (avversari) e cooperazione (compagni), c’è l’emotività che deriva dal contesto (pubblico-genitori) dall’importanza del risultato, inoltre, il goal, che è l’obiettivo per cui si gioca, è un evento molto raro. Ancora, il calcio è l’unico sport in cui una squadra può giocare tutta la partita per lo 0-0 e poi vincere all’ultimo istante!

Saper stare in questa complessità significa immergersi con la propria competenza calcistica (teoria + pratica).

L’allenatore deve sempre ricordarsi di progettare l’allenamento tenendo presente ciò che accade in partita ma, attenzione! Se la seduta segue perfettamente la progettazione e quindi archiviazione=progettazione significa che, con altissima probabilità, l’allenatore in quell’allenamento non ha visto niente! Stare nella complessità necessità cambiamenti, adattamenti.

Questo, sottolinea Zanoli, è il nostro approccio metodologico, la nostra idea, non è l’idea, ma un’idea in cui crediamo fortemente e che portiamo avanti da ben oltre 15 anni.

Sempre rivolgendosi ai presenti chiede, a chi allena, quali siano le indicazioni ricevute da parte della società in cui lavorano rispetto al loro modo di allenare. Nessuno parla di un metodo condiviso. Più o meno il messaggio è questo:

  • sei l’allenatore, allena!

A quel punto ciascun allenatore si pone degli obiettivi che l’aula riassume nei seguenti punti:

  • se sono primi calci li faccio divertire
  • farli crescere
  • favorire un clima positivo
  • lavorare sull’autonomia dei giocatori

Sono tutti obiettivi condivisibili che fanno parte della formazione del giovane calciatore, ma ci siamo mai chiesti che cosa vogliano i bambini quando scelgono di venire a giocare a calcio?

Giocare a calcio è l’unica cosa che scelgono (è così quasi per tutti). Non hanno scelto la mamma e il papà, non hanno scelto di andare a scuola. Giocare a calcio, sì, l’hanno scelto! I bambini ci chiedono di aiutarli a migliorare a giocare a calcio. Questo è il patto.

L’allenatore, in base a come sceglie di giocare, e quindi di allenare, può determinare una ricaduta dal punto di vista valoriale su ciascuno di loro.

La scelta di “come giocare” comporta la conoscenza del gioco, dalla conoscenza passo alla pratica e acquisisco competenza. Competenza che può riscrivere la teoria in un circolo virtuoso. (Competenza= teoria+pratica).

Oggi si è creata una spaccatura tra VINCERE e FORMARE. Appaiono due obiettivi opposti. Un obbiettivo sembra escludere l’altro. Non è esattamente così ma davanti ad una scelta dovremmo aver l’obbligo di scegliere la FORMAZIONE DEL CALCIATORE.

DA DOVE INIZIO? Inizio chiedendomi come voglio giocare, pensando ad un gioco che sia FORMATIVO. Un calcio formativo per noi è un calcio di possesso, propositivo, in cui il portiere passi la palla ad un compagno che a sua volta cercherà collaborazione con un compagno per progredire nel campo al fine di riuscire a fare goal nella porta avversaria (Attenzione! C’è anche chi pensa che sia formativo chiedere al portiere di lanciare la palla in avanti e giocare sulla “seconda palla”).

Cosa faccio in allenamento? In allenamento devo riportare ciò che accade nella partita. Al fischio d’inizio ci sarà la palla al centro del campo. Una squadra batte il calcio d’inizio ed entra in possesso di palla: è la squadra che attacca mentre l’altra si difende.

Dalla FASE DI POSSESSO PALLA, se la palla viene conquistata dagli avversari (FASE DI TRANSIZIONE NEGATIVA) la mia squadra entra nella FASE DI NON POSSESSO PALLA e cercherà di riconquistarla. Nel momento in cui la riconquista (FASE DI TRANSIZIONE POSITIVA) torna nella FASE DI POSSESSO PALLA. Ciò che abbiamo appena descritto non è altro che IL CICLO DEL GIOCO.

Durante la settimana devo allenare la mia squadra a tutte le FASI (POSSESSO-TRANSIZIONE NEGATIVA-NON POSSESSO-TRANSIZIONE POSITIVA ecc…) del CICLO DEL GIOCO.

Per ragioni didattiche possiamo suddividere lo sviluppo di un’azione in più fasi, sempre partendo dal nostro portiere. Indicativamente: COSTRUZIONE – CONSOLIDAMENTO – RIFINITURA – FINALIZZAZIONE (in possesso) REAZIONE ALLA PALLA PERSA – DIFESA ORGANIZZATA (in non possesso).

La fase di RIFINITURA (in possesso) è quella che presenta le maggiori difficoltà, rispetto a tempio e spazio (si parla di TIMING): non abbiamo superiorità numerica (spesso siamo in inferiorità), non c’è profondità e c’è il fuorigioco.

In non possesso dobbiamo decidere se difendere DI REPARTO o SUI RIFERIMENTI. E magari, a seconda delle zone di campo in cui mi trovo, devo difendere utilizzando l’una o l’altra modalità.

Dobbiamo anche decidere con quale sistema di gioco giocare. Ad ogni età. Senza aver timore di essere accusati di fare TATTICA o STRATEGIA anche perchè, e occorre sottolinearlo, quando un bambino gioca (si anche un bambino), è TATTICA. Perchè il bambino deve scegliere cosa fare: questa è già TATTICA.

Quando decidiamo la disposizione in campo della nostra squadra e indichiamo i ruoli, dai piccoli amici alle prime squadre, stiamo già facendo STRATEGIA. Lo facciamo per aiutare i bambini a giocare.

La SCELTA dentro al processo di FORMAZIONE, e quindi dentro l’allenamento, è fondamentale. SENZA SCELTA NON C’È APPRENDIMENTO.

Abbiamo parlato soprattutto del giocatore in fase di possesso palla. È chiaro che nel percorso di formazione non posso pensare di allenare solo al possesso. Devo allenare i giocatori anche alla fase di non possesso, devo metterli nelle condizioni di apprendere come potersi difendere.

Un’idea di calcio basata sul possesso palla È FORMATIVA perchè prevede più tocchi del pallone, prevede più scelte. Ad esempio decidere dopo aver riconquistato la palla se ripartire veloci giocando palla in avanti o consolidare il possesso (lettura della situazione e SCELTA dell’azione da compiere).

Per preparare la nostra squadra alla partita dobbiamo scegliere I MEZZI DI ALLENAMENTO da utilizzare. Li dividiamo in tre macro categorie:

  • lavoro a secco
  • analitico
  • situazionale > small sided games – rondos/giochi di possesso – giochi di posizione – partita a tema (con vincoli) – partita

Ricordiamo che ogni mezzo di allenamento stressa uno o più elementi/principi e ne perde altri. Aspetto che va sempre riequilibrato. Esempio: i giochi di possesso senza le porte non ci permettono di lavorare sulla ricerca della profondità così come le partite a tema devono sempre avere una parte finale svincolata affinchè l’allenatore possa valutare se i giocatori hanno appreso o se continuano a giocare al vincolo!

Le partite a tema (con vincoli) hanno obiettivi tecnico-tattici. Se ad esempio dovrò giocare contro squadre che vengono a pressare uomo su uomo (come quelle allenate da Gasperini, Juric..) allenerò la mia squadra a velocizzare il gioco mettendo l’obbligo di un tocco. I vincoli possono essere tecnico-tattici (goal valido solo di testa, giocatore sull’esterno che non può essere attaccato, limite al numero di tocchi). Gli obiettivi possono anche avere una valenza emotiva.

Chi dice all’allenatore quale deve essere il focus di un allenamento? La decisione dovrebbe arrivare dall’osservazione e dall’analisi della partita giocata.

Non abbiamo parlato dell’ 1vs1. Sempre ammesso che esista 🙂 andrebbe allenato ricreando il più possibile la realtà del gioco. Il giocatore dovrebbe perciò ricevere palla da un compagno ponendosi con un orientamento dettato dalla posizione assunta dall’avversario in funzione di dove si trova la porta. Cosa comporta la presenza del compagno che passa la palla? Comporta riconoscere l’importanza del passaggio, comporta riconoscere l’importanza della collaborazione. Non dimentichiamoci che il calcio è uno sport di squadra.

Torniamo ai MEZZI DI ALLENAMENTO. Escludiamo in questo contesto IL LAVORO A SECCO e parliamo di ANALITICO. Perchè lo facciamo chiede Zanoli ai presenti. PER MIGLIORARE IL GESTO risponde qualcuno. L’ANALITICO permette di isolare il gesto e permette all’allenatore di contare il numero di ripetizioni, di avere in sostanza una sorta di controllo su ciò che avviene (nella situazione in genere è più difficile e comunque la ripetitività è minore). Ma la riflessione da fare o, meglio, la domanda da porci è questa: Il gesto tecnico è UN FINE o uno STRUMENTO?

STRUMENTO è la risposta dell’aula. Ma uno strumento come deve essere? Deve essere UTILE, EFFICACE. Ma se faccio un GESTO DOVE NON C’È FINALITÀ, come posso misurarne l’EFFICACIA?

È chiaro che se, ad esempio, ho un bambino che fa sempre goal calciando con la punta del piede non dobbiamo “stare stretti” come focus solo sull’efficacia!

Per chiudere occorre sottolineare che l’ANALITICO può sviluppare due aspetti del giocatore:

  • la percezione del proprio corpo
  • la sensazione di autoefficacia

Due esempi: Il bambino che sa palleggiare si sente più bravo, altrettanto l’attaccante che si ferma a fine allenamento per calciare in porta e fare goal.

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