“E pensare che a vederlo così sembra un pezzo di plastica” – cit. e foto di Oscar Morisio
Una sconfitta umiliante in casa, nel nostro stadio, è un evento doloroso, ma di un dolore benefico, condiviso, che ci rende più forti, ci unisce, ci prepara al futuro. Questo, non altro, è tifare per una squadra: soffrire insieme
So che è difficile da spiegare e che rischio di essere frainteso, ma l’ho promesso al mio amico Oscar e quindi ci proverò. Allora, siamo a San Siro, nel nostro stadio, e il Milan ha appena perso 0-3 contro l’Udinese. Ha perso male, in casa, con un distacco che non si vedeva da Milan-Sassuolo 2-5 del 29 gennaio 2023: a sua volta una partita leggendaria, non solo perché il Milan non subiva cinque gol in casa dal 1997, ma perché – ben più sbalorditivo – aveva segnato Origi.
Siamo a San Siro, dicevo, in un tiepido pomeriggio di aprile, io, mio figlio e i suoi amici e altri settantamila o, meglio, quelli dei settantamila che non hanno lasciato lo stadio in anticipo, non prima di avere fischiato sonoramente Rafa Leao al momento della sua sostituzione. Abbiamo perso. Abbiamo perso tre delle ultime quattro partite e siamo passati in poche settimane da essere l’agguerrita e inattesa seconda forza del campionato, libera da obblighi e condizionamenti psicologici, a una squadra allo sbando, cronicamente incapace di segnare e tornata fragilissima in difesa. Nello stadio aleggia a mezz’aria un solo, cattivo pensiero, come una nebbia maligna rimasta imprigionata fra le mura di cemento. E quel pensiero recita: “Se non andiamo in Champions’ siamo finiti. FINITI”. Perché tutti sappiamo benissimo che questa proprietà – a torto o a ragione – investe esclusivamente i soldi che entrano, non altri. E rimanere fuori dalla coppa più ricca significa condannarci ad altri anni di mediocrità e di incertezza.
Ma non eravamo fortissimi, un attimo fa?
Ma come? pensiamo tutti. Eravamo secondi, sembra un attimo fa che vincevamo il derby e ringhiavamo addosso all’Inter, e ora siamo terzi, ma ci immaginiamo quinti, sesti, scavalcati dalla Juventus (che ha vinto), dal Como (che giocherà contro l’Inter, obbligandoci ad auspicare l’indicibile) e magari dall’Atalanta, dalla Roma e chissà da chi altro, pronti per le affascinanti trasferte di Conference League. Il clima all’interno del gruppo, che sembrava il nostro punto di forza (me lo aveva assicurato di persona Matteo Gabbia ora sarà in frantumi, tutti colpevoli, tutti scontenti, tutti cedibili; Allegri non è più lo smaliziato veterano della Serie A, quello che le ha viste (e capite) tutte, ma uno che sbaglia modulo, formazione e cambi come un principiante, come un tenero e vulnerabile Eusebio di Francesco. Per non parlare della società, divisa, instabile, incapace. Tutto di colpo sembra inspiegabile: l’acquisto di Gimenez e di Nkunku, il mancato acquisto di Højlund; nel vortice di nomi e facce, di occasioni mancate, errori, rimpianti e beffe di mercato saltano fuori Boniface e Mateta, forse anche Jovic e Abraham, chissà, non capisco più niente. Questa squadra non è più un bel collettivo da rinforzare con due o tre acquisti mirati, no: è tutta da rifare. Va tutto male.
Una cosa calda e buona
È in quel momento, mentre intorno a me i tifosi rimasti esternano il loro profondo malumore, ognuno a modo suo, chi prendendosela con Leao, chi con Allegri, chi con Furlani, chi argomentando pazientemente di tattica (“lui non può fare la prima punta, e comunque anche da esterno non salta più l’uomo”), chi bestemmiando e basta, è a questo punto, dicevo, che sento scendermi nel petto una cosa calda e buona, come il latte col miele quando si ha la tosse. Che cos’è? È felicità. Sono felice. Sono felice della mia infelicità, perché è un’infelicità condivisa con migliaia di persone intorno a me. È come un rito collettivo di purificazione: doloroso, certo, ma di un dolore giusto, buono, capace di rimetterci al mondo (del resto non l’ho inventata io, la Pasqua). È come una battaglia cui siamo sopravvissuti, il cui ricordo ci cambierà e ci legherà per la vita. “Questo dolore ci fa bene”, vorrei dire a mio figlio e ai suoi amici. “Questo dolore fa di noi – anzi, di voi, perché io le mie legnate le ho già prese – dei tifosi migliori, più forti, più temprati. Questo dolore ci prepara a nuove gioie, più grandi, non importa se vicine o lontanissime. Questo dolore è quello per cui siamo qui, è quello per cui torneremo, è quello che ci rende diversi e migliori. Questo dolore è un bagno nella vasca gelata, non piacevole all’inizio, ma da cui si esce con i muscoli ricostruiti. Avete letto Febbre a 90°? Quel punto dove … ”.
Lo stadio che vibra
Non dico niente di tutto questo. Non è il momento della critica letteraria: mio figlio potrebbe rispondermi con un po’ di insofferenza e poi saremmo tutti a disagio, perché siamo persone educate e affettuose. Usciamo. Io vorrei rimanere da solo sugli spalti per qualche minuto ancora, per fondermi ancora di più con gli altri, con la squadra (che però è rientrata negli spogliatoi), con lo stadio stesso, con il mio stadio, una creatura viva che per centinaia di volte ho sentito letteralmente, fisicamente vibrare insieme a me, intendo dire il cemento armato che vibra. Vorrei rimanere lì, come un druido nel suo bosco, in simbiosi con l’ambiente circostante. Mi trattengo, cogliendo il lato comico della cosa. Immagino che se dicessi “ragazzi, voi andate pure: io resto un po’ qui” potrebbero preoccuparsi. “È impazzito. L’ha presa male. Deve pure tornare a casa in moto da solo, come facciamo?”. Quindi esco, docile.
Si delinea un fine settimana di merda, a guardare le squadre rivali sperando che non vincano, la condizione peggiore quando hai appena perso, perché se fanno punti ti raggiungono, ma se non li fanno aumenta il rimpianto per non averle staccate. Penso al mio amico Oscar: gli spiegherò quello che ho provato, capirà. Anzi, sento con certezza che lo sa già, perfettamente.

BIO: Luca Villani è nato a Milano il 31 gennaio 1965. Giornalista professionista, oggi si occupa di comunicazione aziendale e insegna all’Università del Piemonte Orientale. Tifoso milanista da sempre, ha sviluppato negli anni una inspiegabile passione per il calcio giovanile e in particolare per la Primavera rossonera. Una volta Kakà lo ha citato in un suo post su Instagram e da quel momento non è più lo stesso.










15 risposte
Bellissimo! Identità e amore per la squadra incondizionato
Bellissimo. Complimenti
Siamo coetanei e quindi conosco molto bene le sue sofferenze pregresse. Questo è milanismo
Certo che
Che lo condivido. E’ onesto.
Il nostro milanismo va oltre tutto , anche come in questa brutta sconfitta soffriamo in silenzio.
Bellissimo articolo
Grazie di condividire .. onore a tutti i milanisti che non sorride dopo che il nostro Milan non va bene , Quelli sono i miei fratelli Milanisti “veri” !
Speriamo che questa dirigenza attuale Legge quest’articolo !
Un’analisi lucida e allo stesso tempo emotivamente forte. Hai della stoffa ragazzo😉
L’animo e la purezza del tifoso deve scindere la fede dal supportare la squadra… Comunque in parte concordo da tifoso… Forza Milan ❤️🖤
Bellissimo articolo👏👏👏❤️🖤
Un flusso dall’anima Rossonera che nessuno potrà mai capire : essere milanista
Wow!! Un Articolo stupendo Luca, complimenti!
Caro Luca, impossibile fraintendere il tuo discorso. Siamo praticamente coetanei e ricordo nitidamente il giorno in cui il Milan mi è entrato nelle vene, il giorno in cui capì’ che mi avrebbe accompagnato per sempre. Prima di allora ero stato un bimbo “simpatizzante” per una squadra magnifica. Ma quel giorno e soltanto quel giorno cambiò tutto. Era un giorno del 1973 ed i miei eroi persero a Verona. E persero lo scudetto all’ultima giornata. Piansi come un bambino, perché un bambino ero. Ma da allora la mia storia è stata sempre tinta di rosso e nero.
Un discorso che non fa una piega. Il dispiacere di tutti noi tifosi milanisti sta nel fatto che il Milan così blasonato e ricco di soddisfazioni e riconoscimenti, non appartiene più all’élite del calcio mondiale. Non abbiamo più idoli. Solo giocatori di passaggio. Oggi conta solo il valore finanziario. Io non sono più giovane. Sono 70 anni che sono tifoso del Milan. Chissà se mai vedrò un Milan glorioso, vittorioso, apprezzato e rispettato.
Capisco tuo figlio e i suoi amici. Chi e’nato dagli anni 90 in poi e’ stato cresciuto da genitori/zii/nonni etc nella celebrazione dei miti che hanno avuto quelli della tua/mia generazione, partendo da Rivera e arrivando fino a Paolo Maldini. Invece sti ragazzi si ritrovano a soffrire per il Milan nel peggior ventennio della sua storia, quanto meno dal dopoguerra.
Capisco un po’ meno quelli della tua/mia generazione, che non si rendono conto o non vogliono rendersi conto che qui non abbiamo a che fare coi Buticchi/Duina/Farina etc dei nostri anni spensierati. E che l’unico strumento che abbiamo per difenderci e’ il nostro portafoglio, da tenere ostinatamente sigillato fino a che non arrivera’ chi davvero ci riporta dove dovremmo stare
Articolo Da Brividi Che Incarna il Milanismo Puro Incondizionato.Spettacolare.Commovente.